È una lunga storia

Günter Grass

Traduttore: C. Groff
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 1998
In commercio dal: 1 gennaio 1997
Pagine: 645 p.
  • EAN: 9788806140090
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recensione di Chiarloni, A., L'Indice 1998, n. 5

"E in weites Feld" - questo il titolo originale del romanzo - ha diviso la Germania. Più che letterario il motivo è politico: sullo sfondo del "vasto campo" della storia tedesca, infatti, Günter Grass mette in scena le vicende della riunificazione, criticando aspramente la politica di Bonn nella ex Ddr. Due immagini riassumono bene gli umori tedeschi. Nell'agosto del 1995 lo "Spiegel" esibiva in copertina il noto critico Marcel Reich-Ranicki che straccia il libro, un assaggio della stroncatura celebrata subito dopo nel corso della popolare trasmissione televisiva "Literarisches Quartett". Di segno opposto la ricezione a Est: un vero trionfo di lettori, sintetizzato da Christoph Dieckmann per la "Zeit" con l'immagine della parrocchiana Pds che pedala col romanzo nel cestino appeso al manubrio. Diciamo subito che il successo di pubblico orientale è dovuto anche al fatto che la Ddr, oggetto di una progressiva cancellazione storica a partire dalla caduta del muro, è di fatto la protagonista del testo. Ora, per capire il senso di questa sorta di risarcimento politico operato da Grass, è utile ripercorrere i suoi interventi sulla questione nazionale.
Acceso sostenitore di Willy Brandt e della "Ostpolitik" socialdemocratica, Grass si era già espresso contro la riunificazione - e a favore di una confederazione tedesca - fin dagli anni sessanta. E questo non tanto per simpatia nei confronti del socialismo reale- che peraltro, dopo un suo attacco postumo a Brecht, lo aveva censurato senza remissione - quanto piuttosto per una ripulsa etica nei confronti di una struttura statale- la "grande Germania" - irrevocabilmente segnata dai crimini compiuti dai nazisti. Questa è la ragione per la quale Grass, di fronte all'euforia nazionalistica del 1990, si dichiara "vaterlandslos", senza patria, rivendicando invece l'appartenenza a una "Kulturnation* herderiana, fondata sulla parola poetica e non necessariamente correlata con un'unità territoriale. "Il trauma permanente di Auschwitz esclude un futuro stato tedesco", sostiene lo scrittore in un teso intervento nella Paulskirche di Francoforte.
Per lui - nato nel 1929 a Danzica, adolescente nelle fila della gioventù hitleriana, ma obbligato dopo il 1945 dagli americani, nell'ambito di un "programma di rieducazione", a visitare Dachau - la memoria del lutto tedesco resta un principio pedagogico irrinunciabile. Diverso è però sostenere che i tedeschi, per espiare i crimini del passato, debbano rinunciare "per sempre" all'unità nazionale. Non stupisce perciò che, anno 1990, la voce di Grass sia rimasta a occidente quasi isolata, sommersa da un entusiasmo che in quei mesi si condensava nell'espressione "il convoglio nazione è ormai in marcia". A unificazione avvenuta, Grass, con Habermas e Hochhuth, è tra i pochi intellettuali occidentali a prendere posizione contro l'epurazione politica - presentata allora come "Evaluierung" (valutazione) - che presiede allo smantellamento di tutte le istituzioni orientali, a cominciare dall'Accademia delle scienze. E accusa Bonn di ridurre l'ex Ddr a mero "bottino" del capitalismo tedesco. Un bottino chiosato dallo scrittore in testi spesso accompagnati da schizzi a penna, che puntigliosamente tallonano le mosse di Kohl sullo scacchiere europeo. Adunche mani rapaci, disegnate a china, compaiono accanto ai versi che bollano il rapido radicarsi degli investimenti occidentali attraverso quella Treuhand - la società fiduciaria incaricata di privatizzare i beni un tempo nazionalizzati dallo Stato comunista - che in "È una lunga storia" diventa arcigna metafora della "miseria tedesca".
Intanto nel 1992 il rogo di Mölln mette la Germania riunificata di fronte a un tragico episodio di xenofobia. Grass reagisce con un ciclo di tredici sonetti, "Novemberland". Nel titolo riecheggiano allusioni sinistre: novembre non è solo il mese della caduta del muro, rimanda anche alle sconfitte tedesche, dalla fallita rivoluzione del 1918 alla marcia di Hitler nella Monaco del 1923. Ora si aggiunge un'altra capitolazione morale, i turchi arsi vivi a Mölln. In uno dei disegni che accompagnano la raccolta di versi, sullo sfondo di un cimitero di guerra il braccio di una croce si torce in forma di svastica: "La ferita pulsa, vana era la speranza, profanate giacciono le tombe". La memoria delle efferatezze naziste si collega con la riflessione sulla pingue nazione tedesca, che nell'immigrato vede solo una canaglia drogata, pronta a violare la razza germanica.
Passato e presente s'intersecano anche in "Unkenrufe" ("Il richiamo dell'ululone", Feltrinelli, 1992)," "storia grottesca di una riconciliazione tra il popolo tedesco e quello polacco, sorretta da un colossale business di traslazioni funerarie a cavallo della linea Oder-Neisse. "Ora non comanda un dittatore, solo la Libera Economia di Mercato", annota Grass. Date queste premesse sarà forse più facile orientarsi tra le seicento pagine fitte di riferimenti alla politica interna - e sapientemente tradotte da Claudio Groff - che costituiscono "È una lunga storia", questo caleidoscopico romanzo ambientato nella Ddr tra la caduta del muro e il 1991.
Uno dei motivi centrali deriva da un testo di Hans Joachim Schädlich, "Talhover" (1986), racconto surreale di un agente segreto, fedele servitore dello Stato da Bismarck alla Ddr del 1953. Qual è la tesi di fondo che stuzzica Grass? I sistemi cambiano ma l'anima profonda della Germania resta immutabile: è quella di uno Stato di polizia. Con esplicito riferimento al personaggio di Schädlich ecco quindi Hoftaller, agente della Stasi da sempre in contatto con i servizi segreti tedesco-federali. Il che è come dire che tutto il mondo (tedesco) è paese, e che tra la Stasi e i servizi segreti di marca federale non c'è poi gran differenza. Compito principale dello sbirro è sorvegliare a vista Fonty, il settantenne fattorino dell'Archivio Fontane, protagonista del romanzo. Grass apre così una duplice, divertita prospettiva: da una parte l'allusione al maniacale, occhiuto controllo della Stasi sulla cultura Ddr, dall'altra il rimando - attraverso le carte del famoso scrittore prussiano che Fonty conosce a memoria - alla storia dell'impero guglielmino, corredato da ammiccanti parallelismi con la Germania di Kohl. Sul fitto gioco intertestuale, dichiarato fin dal titolo - che riprende il finale di "Effie Briest" (1895), noto romanzo di Fontane -, stanno ormai lavorando stuoli di studiosi, anche perché consente notevoli affondi nella storia letteraria ottocentesca.
Nell'oggi berlinese, in questo contesto di quotidiana, opaca medietà in cui l'importante è arrangiarsi, il duo Fonty-Hoftaller, sempre legati a corda doppia, fa pensare all'accoppiata cervantina. Il che ha un esito politico ben preciso: quello di stemperare in chiave ironica le vicende scandalistiche legate alla Stasi, uno dei fattori determinanti nella caduta d'immagine della Ddr. Per questo, con qualche buona ragione, il romanzo è stato definito l'ultimo "Westpaket", con allusione ai pacchi-dono che ai tempi del muro gli occidentali mandavano ai "parenti poveri" della Ddr. Ma c'è dell'altro.
Come Hochhut - e a Est Helga Königsdorf - anche Grass descrive la decimazione degli accademici Ddr. Qui però la "Evaluierung" è un atto di violenza che si connette con il passato tedesco, dato che Freundlich, il giurista che si uccide perché licenziato, è ebreo. Dunque vittima due volte della storia patria. Che con la riunificazione si colora di cupe simmetrie, più evidenti quando l'autore attinge a tragici fatti reali: così il suicidio di Freundlich, esperto di diritto pubblico, avviene nel 1991, anno in cui viene misteriosamente ucciso Rohwedder, il direttore della Treuhand. E la società fiduciaria ha sede in un palazzo hitleriano, un tempo sede del Ministero per l'aeronautica del Reich: un'inquietante continuità che culmina nelle ultime parole di Freundlich: "Per gli ebrei qui non c'è posto".
Ma allora, nessuna speranza per la Germania riunificata? E come giudica Grass la nazione tedesca a cinque anni dalla riunificazione? I segnali all'interno del romanzo rivelano un iter oscillante, come se l'autore, nel corso della lunga gestazione, avesse modificato il suo verdetto iniziale. A pagina 42 Fonty, che nel lettore suscita una bonaria simpatia, dichiara: "L'unità ha sempre mandato in vacca la democrazia tedesca". E nessuno lo contraddice, salvo l'impresentabile Hoftaller, che vede nell'unità un'occasione di miglior intrallazzo con i servizi segreti di Bonn. Tutto sommato, verso i suoi connazionali lo scrittore resta scettico. Nel complesso sistema dei personaggi, a parte Freundlich, nessuno brilla di sicura virtù. Gli orientali sono provinciali, malandati per abitudine alla "comoda dittatura", rassegnati a una polverosa marginalità. Gli occiden-tali cavalcano grifagni la tesi di una Ddr come "Unrechtstaat", oppure - come Rohwedder - vengono stritolati dagli stessi meccanismi messi in moto dalla politica di Bonn.
C'è però un espediente narrativo che ci dice dove batte il cuore di Grass. Perché il vecchio Fonty, pur essendo un debole, costantemente in combutta col suo sbirro, un "atout" ce l'ha: è stato in guerra in Francia e ha avuto un "affaire" con una comunista francese. Ecco allora che salta fuori Madeleine, candida studentessa di germanistica che, appena caduto il muro, vuol conoscere il nonno, Fonty appunto. È lei, "la petite", con la sua seducente integrità morale, l'unica figura che ha la piena simpatia dell'autore. Ed è lei - irresistibile col suo arrotato tedesco letterario, risoluta nel suo istintivo disprezzo per Hoftaller - a prendere per mano Fonty sulla strada di una possibile riconciliazione con l'unità tedesca. Primo perché la stessa Madeleine è fiera di essere francese. "La petite," infatti - anche se da brava trotzkista "non rinuncia al sogno internazionalista" -, ama la sua "Grande Nation*. Secondo perché con slancio istintivo partecipa appassionatamente al tripudio della folla in festa per la riunificazione - siamo nella Berlino del 1990 - cantando a squarciagola la "Hymne an die Freude". Fino a impartire a Fonty una lezione di europeismo, sostenendo che "non si deve star lì a ragionare sul minuscolo, bensì levar lo sguardo a cose grandi. E che la Germania deve finalmente imparare a diventare una nazione", perché "senza una Germania forte la Francia si addormenta!".
Qual è la funzione di Madeleine? Quella di riproporre, da un punto di vista esterno - e quindi innocente - il bisogno di identità nazionale. Con notevole finezza psicologica Grass mette in scena un tratto, vorremmo dire un bisogno profondo della coscienza tedesca dopo Auschwitz: il bisogno di riconciliarsi con se stessi. Ma questo non può avvenire "motu proprio". Per accettare la nazione e la propria storia è necessaria una sanzione extranazionale. Ora, a ben guardare - cosa che la critica tedesca, irritata dalla benevolenza con cui l'autore dipinge la Ddr, non è stata in grado di fare -, si nota uno spostamento significativo nelle posizioni di Grass. Facciamo un passo indietro. Se nel '90 lo scrittore si definiva "senza patria", già in "Il richiamo dell'ululone" si coglie - attraverso la voce differita del protagonista - un sommesso interrogarsi sul diffuso bisogno di un'identità nazionale. Significativo è il fatto che questa esigenza nasca nel protagonista fuori campo (tedesco) e nel confronto con altre nazionalità. La scena si svolge in Italia. Rapito dalla bellezza del Pantheon, un turista inglese si mette a cantare un'aria di Purcell. Gli risponde tra gli applausi una giovane italiana, con Verdi "naturalmente". Anche al protagonista tedesco di fronte al Pantheon "si slarga il cuore", ma mentre negli altri europei dall'emozione estetica germina istintivamente la memoria di una cultura nazionale, da lui non può che scaturire il richiamo del rospo di Danzica. Solo i suoni sorgivi della natura e dell'infanzia, solo la "Heimat" con la sua mite animalità è insomma degna per Grass - anno 1992 - di assurgere a "vox" germanica del concerto europeo.
L'esigenza di mettere a fuoco un'identità corale tuttavia resta, tanto che in "Ein weites Feld" serpeggia nello stesso tessuto narrativo. Qui, infatti, la voce narrante è affidata al "noi" dell'Archivio Fontane, come se "il vasto campo" della storia tedesca non potesse essere percorso che da un collettivo di voci. Di più: rievocando la festa per la riunificazione, Grass non solo menziona la cultura nazionale - le note beethoveniane -, ma concede addirittura, di fronte al giubilo di folla e all'atmosfera solenne, "etwas wie ein Wir-Gefühl". L'afflato di un "noi", l'impulso verso una comunità tedesca, vengono per così dire messi agli atti, in attesa di un certificato di buona condotta. Intanto però, prima di tirare il sipario, Grass ammicca al lettore con un'ultima capriola europea. Il vecchio Fonty esce infatti di scena disertando la Germania per eclissarsi con Madeleine in un agreste paesaggio francese. Grass chiude quindi il romanzo "ex negativo", con un'ultima mossa che lo disloca, almeno per ora lontano dalla nazione tedesca. Pare di scorgere in questo finale un senso d'attesa, e anche un'affinità con altri segni provenienti dallo scenario della Germania riunificata. "Ein weites Feld" è uscito nel 1995. Quello stesso anno il Reichstag si annulla sotto i teloni bianchi di Christo. All'ultima Biennale delle arti di Venezia il padiglione della Germania mostra al centro un immenso vano bianco di Gerhard Merz, rigorosamente spoglio. Come il vasto campo di una storia che aspetta di essere scritta.

"Liebt brach das Land zum Fraá der Krähenschar.
Der Maulwurf mehrt sich, und verdächtighäufig
sind längs den Zäunen fremde Hunde läufig.
Wir sollen zahlen: auf die Hand und bar.


Weil in der Mitte liegend, reich und ungeschützt,
hat planend Furcht ein Bauwerk ausgeschwitzt:
als Festung will Novemberland sich sicher machen
vor Roma, Schwarzen, Juden und Fellachen.


Nach Osten hin soll Polen Grenzmarks sein;
so schnell fällt nützlich uns Geschichte ein.
Das Burgenbauen war schon immer unsre Lust,
den Wall zu ziehn, die Mauer zu errichten,
und gegen Festungskoller, Stumpfsinn, Lagerfrust
half stets ein Hölderlin im Brotsack mit Gedichten.*

Giace il Paese in pasto a cornacchie divoranti.
Prolifica la talpa, e in numero assai sospetto
si aggirano in fregola i cani di rimpetto.
E noi sempre a pagare: sull'unghia e in contanti.

Giacché nel mezzo, ricca e sguarnita trasuda la fifa una struttura ben ordita:
come una fortezza il Paese di Novembre sarà domani
contro zingari, neri, ebrei e mussulmani.


Sia la Polonia una marca di confine a oriente;
così che svelta e utile la Storia torni in mente.
Da sempre fortificar ci piace
marcare il vallo, tirar su muri,
e a curar le sindromi da lager, fortezza e apatia
pronto ci assiste un Hölderlin nel tascapane, con la poesia.

La Germania fra il dicembre del 1989 e l'autunno del 1991, fra l'entusiasmo generato dalla caduta del Muro e il primo disincanto per le conseguenze della riunificazione. Questi eventi sono l'esito di una lunga storia che Günter Grass ripercorre seguendo le tracce di Theo Wuttke, detto Fonty, un insolito personaggio - ex conferenziere ma attualmente fattorino - nel quale passato e presente si fondono.
Theo Wuttke diventa un testimone informatissimo della storia tedesca, da Federico il Grande a Kohl; le grandi cesure storiche del secolo scorso sono termine di confronto e riflessione per le tragedie e le svolte del nostro. Nelle sue peregrinazioni berlinesi, Wuttke non è quasi mai solo: al suo fianco di solito c'è Hoftaller, la sua Ombra Perenne, l'informatore, la spia, il censore, sempre pronto a mettersi al servizio di ogni potere. Due uomini anziani che si completano a vicenda e che hanno una cosa in comune: i loro ricordi.
Le vicende di cui pochi anni or sono tutti siamo stati testimoni si collegano così ad avvenimenti solo all'apparenza remoti, in uno straordinario intreccio di fatti pubblici e privati, di momenti di speranza e miseri fallimenti.


Le prime frasi del libro:

Capitolo primo

Dai picchi muraioli

Noi dell'archivio lo chiamavamo Fonty; no, molti di coloro nei quali si imbatteva dicevano: "Allora, Fonty, di nuovo posta da Friedlaender? E come sta la figliola? Dappertutto si parla delle nozze di Mete, non solo al Prenzlberg. Cosa c'è di vero, Fonty?"
Persino la sua Ombra Perenne esclamava: "Ma no, Fonty! È stato anni prima dei moti rivoluzionari, quando Lei, alla luce delle candele, ha offerto ai suoi compagni del Tunnel qualcosa di scozzese, una ballata..."
D'accordo: suona un po' stupido, come Honni o Gorbi, ma Fonty deve restare Fonty. Persino il suo desiderio dell'ypsilon finale dobbiamo vidimarlo con un timbro ugonotto.
Stando ai documenti, si chiamava Theo Wuttke, ma essendo nato a Neuruppin, e per di più nel penultimo giorno dell'anno 1919, c'era materiale a sufficienza per rispecchiare il tormento di un'esistenza fallita che solo tardi era giunta alla fama, ma alla quale poi si era eretto un monumento che noi, con le parole di Fonty, chiamavamo "il bronzo seduto".
Senza curarsi di morte ed epitaffio, stimolato invece dal monumento a figura intera davanti al quale, da bambino, aveva sostato spesso da solo e a volte tenuto per mano dal padre, il giovane Wuttke – sia da studente liceale, sia nell'uniforme azzurra dell'aviazione – si studiò un'illustre "seconda vita" talmente plausibile che il Wuttke attempato, cui l'appellativo "Fonty" era rimasto appiccicato a iniziare dai suoi viaggi di conferenze per il Kulturbund, si trovò a disporre di una massa di citazioni variamente spendibili; e tutte così calzanti, che in questo o quel gruppo di conversatori poteva presentarsi come se ne fosse l'autore.
Parlava della "mia sufficientemente nota 'Ballata della Pera'", della "mia Grete Minde e il suo incendio", e tornava sempre a Effi come alla sua "figlia dell'aria". Dubslav von Stechlin e la biondocenere Lene Nimptsch, Mathilde dal viso di cammeo e Stine, venuta su troppo pallida, insieme alla vedova Pittelkow, Briest nella sua debolezza, Schach, come si rese ridicolo, il guardiaboschi Opitz e la malaticcia Cécile, erano tutti alle sue dipendenze. Senza ammiccamenti, bensì nella certezza di dolori vissuti, si lamentava con noi della sua corvée come farmacista al tempo della rivoluzione quarantottesca, poi della situazione incresciosa in qualità di segretario dell'Accademia prussiana delle Arti – "Sono sempre spaventosamente fiacco e giù di nervi" -, per riferire allo stesso modo di quella crisi che lo aveva quasi portato in manicomio. L'uomo era ciò che diceva, e chi lo chiamava Fonty gli credeva sulla parola, mentre chiacchierava e rivestiva di aneddoti pungenti la grandezza e il declino della nobiltà brandeburghese.
Così ci ha accorciato cupi pomeriggi. Appena seduto nella poltrona dei visitatori, attaccava a parlare. Del resto conosceva tutto: era persino in grado di elencare gli errori dei suoi biografi, che quand'era di buonumore definiva "i miei benemeriti cancellatori di tracce". E quando sembrò avere la certezza di essere assurto per noi a modello, esclamò: "Sarebbe ridicolo ritrarmi come 'serenamente al di sopra delle parti!'"
Spesso era più bravo di noi, i suoi "solerti schiavi delle note in calce". L'epistolario che conservavamo, ad esempio lo scambio di lettere con la figlia, era capace di sgranarlo con una tale sicurezza nelle citazioni che per lui dev'essere stato un piacere proseguire questa corrispondenza in un imperituro estro epistolare; subito dopo l'apertura del Muro di Berlino scrisse appunto a Martha Wuttke, che a causa di un esaurimento nervoso si trovava per cura a Thale am Harz, una lettera à la Mete: "... Naturalmente mamma si è fatta spuntare le lacrime, mentre a me questi avvenimenti che vogliono a tutti i costi essere grandi dicono davvero poco. Mi attirano di più i particolari inconsueti, ad esempio quei ragazzi, tra i quali stranieri dall'aria esotica, che nel ruolo di cosiddetti abbattimuro o picchi muraioli praticano la demolizione indubbiamente degna di plauso di questa chilometrica conquista, in parte come iconoclastia, in parte come commercio al minuto; si fanno sotto all'opera d'arte pantedesca con martello e scalpello, in modo che ciascuno – e la clientela non manca – si ritrovi col suo souvenir..."

E con ciò è chiaro in quale passato facciamo rivivere Theo Wuttke, che tutti chiamavano Fonty. Lo stesso vale per la sua Ombra Perenne. Ludwig Hoftaller, la cui vita anteriore arrivò sul mercato librario occidentale nel 1986 sotto il titolo Tallhover, entrò in attività all'inizio degli anni Quaranta del secolo scorso, senza peraltro cessare l'esercizio della professione là dove il suo biografo aveva messo la parola fine, bensì continuando a trarre vantaggi, a partire da metà anni Cinquanta del nostro secolo, dalla sua memoria fin troppo dilatata, presumibilmente a causa dei molti casi in sospeso, dei quali faceva parte il caso Fonty.
Così fu Hoftaller che vendette le patacche orientali alla stazione del Giardino Zoologico per poter invitare il suo Oggetto, grazie alla valuta occidentale, a festeggiare il settantesimo compleanno: "Non ci si può passare sopra così. Bisogna innaffiarlo".
"Sarebbe come volermi tributare il penultimo onore".
Fonty richiamò alla memoria del suo vecchio camerata una situazione che si era determinata in seguito all'invito della "Vossische Zeitung". Era arrivata a casa una lettera del capo redattore Stephany. Ma già cent'anni prima lui aveva reagito svogliatamente, a volta di corriere: "Chiunque può arrivare ai settanta, se ha uno stomaco passabile".