Malata e denigrata. L'università italiana a confronto con l'Europa - copertina
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Malata e denigrata. L'università italiana a confronto con l'Europa
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Una buona diagnosi è il primo passo per ogni buona cura. Ecco da cosa nasce questa snella e al contempo dettagliata inchiesta sulle gravi carenze di funzionamento e di risultati del nostro sistema universitario rispetto ai più avanzati in Europa. L'analisi, infatti, riguarda le cinque grandi aree di criticità divenute leit-motiv delle polemiche recenti: la proliferazione dei corsi di laurea, l'insoddisfacente "produttività" degli atenei, la disattenzione verso il mondo del lavoro, il predominio dei "baroni", gli sprechi e le inefficienze nella spesa. Dal confronto, si scopre così che molte anomalie imputate al nostro sistema universitario non sono in realtà tali, mentre altre carenze dipendono indubbiamente da vizi antichi del ceto accademico italiano. Ma anche per queste, assai utile appare guardare a ciò che accade in altri paesi più simili al nostro: molti degli argomenti utilizzati nelle polemiche recenti non sono infatti assenti altrove. La differenza cruciale è nell'atteggiamento dell'opinione pubblica e dei media e nel comportamento dei governi. Dominati, nei paesi vicini, da una forte e diffusa preoccupazione per la perdita di competitivita e dalla determinazione a investire in modo selettivo ingenti risorse per porvi rimedio. Il contrario di quanto avvenuto in Italia, dove carenze e lacune diventano pretesto per un'ulteriore diminuzione dei già scarsi investimenti nella ricerca e nella produzione di capitale umano.
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2009
19 marzo 2009
IX-117 p., Brossura
9788860363503

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J.C. De Martin
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Se avete a cuore capire qualcosa dell'università italiana, al di la' degli slogan e di attacchi tanto veementi quanto superficiali, leggete questo libro. Gli autori invitano l'universita' italiana a fare una severa, doverosa autocritica ("malata"). Perché i problemi ci sono e non vanno ne' nascosti ne' sottovalutati. Ma gli autori nel contempo forniscono dati oggettivi per confrontare l'università italiana con l'universita' degli altri grandi paesi europei, dati che dimostrano con chiarezza i limiti della violenta campagna di stampa (e non solo) scatenata contro l'Universita' di recente ("denigrata"). Leggete e fate leggere.

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Voce della critica

Da qualche tempo, l'opinione pubblica interessata allo stato dell'università italiana è intrattenuta dalla vis denigratoria di alcuni eroi dell'antiuniversità che, sia dall'interno sia dall'esterno del sistema accademico, hanno preteso rivelare al pubblico le carenze, le debolezze e il clientelismo di tutte le nostre accademie, aggiungendo ai loro foschi ritratti quel tanto di manicheismo, di cinismo e di beffarda ironia con cui si crede di potere rendere le opinioni più convincenti o i libri più attraenti. Scorrette applicazioni del principio di generalizzazione, artifizi retorici e/o servilismo alle logiche del mercato pubblicistico non bastano però a giustificare chi, pur appartenendo al mondo accademico, si è spinto addirittura a manipolare con metodi incerti e malfermi alcuni dati quantitativi, per "dimostrare" che i sostenitori della tesi di un sottofinanziamento cronico del nostro sistema universitario nella migliore delle ipotesi si autoingannano, nella peggiore la sostengono per opportunismo: con un gioco di prestigio piuttosto semplice, si materializza così la tesi opposta, che scarica tutte le responsabilità dell'inefficienza del sistema sugli atenei medesimi e di conseguenza giustifica i tagli governativi al fondo di finanziamento ordinario per le università.
I nuovi eroi dell'antiuniversità – e in particolare l'autore di un libro intitolato L'università truccata (Einaudi, 2008; cfr. "L'Indice", 2008, n. 12) – sono i bersagli polemici del nuovo volume curato da Marino Regini, prorettore dell'Università Statale di Milano e docente di sociologia economica. Il curatore e i coautori reagiscono accusando non troppo velatamente i denigratori dell'università di ragionamenti pseudoscientifici (ultimo capitolo) e, più in generale e del tutto apertamente, di farsi promotori di un pessimismo cinico, a volte disinformato, altre volte fazioso, comunque d'ostacolo all'individuazione e alla soluzione dei problemi reali che affliggono le nostre università.
Nato dall''intenzione di informare correttamente l'opinione pubblica, il libro offre dati comparati su cinque grandi aree di problemi che interessano il nostro come altri paesi. Anche in Francia, Germania, Inghilterra, Olanda e Spagna – si sostiene – la (presunta) proliferazione eccessiva dell'offerta formativa, la produttività del sistema accademico, il reclutamento del personale, i rapporti università-industria e i problemi di sotto-finanziamento pubblico sono temi in varia misura dibattuti, ma nessuno di questi paesi li affronta autocommiserandosi o stremandosi in una diatriba infruttuosa per individuare i possibili colpevoli: piuttosto, si adotta la logica costruttiva del problem solving e si tende a investire risorse aggiuntive sul sistema (come avvenuto di recente in Germania e in Francia).
Nell'auspicabile prospettiva che anche il nostro paese adotti un approccio più pragmatico, gli autori si impegnano a mettere a fuoco i problemi reali, meritevoli di attenzione e di azione, e con pazienza decostruiscono, avvalendosi di una ricca messe di dati, i problemi costruiti ad hoc per sostenere la politica dei tagli al sistema accademico e gli argomenti con cui si denigrano ingiustificatamente le nostre università. Così, ad esempio, si mostra che "l'espansione dell'offerta formativa è in larga misura l'effetto di una illusione ottica da un lato e di buoni propositi coronati da successo dall'altro", essendo il frutto sia del raddoppio del numero dei corsi portato dall'introduzione del 3+2, sia dell'intenzione di organizzare corsi di laurea più orientati alle esigenze di apprendimento degli studenti in vista del loro successivo inserimento nel mercato del lavoro. O ancora, si rileva l'uso acritico e per lo più detrattivo che alcuni studiosi e i media fanno dei rankings internazionali, trascurando quelli meno noti ma più favorevoli all'Italia (il ranking di Taiwan e quello di Leiden), in cui la percentuale di università italiane presenti nella lista delle top 500 o 250 è addirittura superiore a quella delle università inglesi e molto vicina a quella delle tedesche: un dato che certo non tiene conto delle loro posizioni relative nelle classifiche (e quindi non misura l'eccellenza), ma che costituisce comunque un buon indicatore della qualità media delle università nei vari paesi (e premia le nostre).
Questi e altri esempi citabili non dovrebbero però indurre a credere che Malata e denigrata intenda proporsi come un'apologia incondizionata dell'università italiana: oltre a confermare l'esistenza di noti punti di debolezza (tra cui l'alto tasso di abbandoni, l'arretratezza del sistema di governance interna degli atenei, la scarsità di residenze universitarie), si denuncia la struttura a clessidra che contraddistingue la composizione del corpo docente – dovrebbe invece assomigliare a una piramide – e si riconosce il potere dei professori ordinari, che in alcuni casi permette loro di comportarsi come "baroni" e di reclutare i propri "vassalli" e "valvassori" bypassando criteri di merito. A questo proposito, però, gli autori contestualizzano il fenomeno in termini comparativi, e ricordano che l'Italia è ormai, dopo l'abolizione della libera docenza negli anni sessanta, l'unico paese europeo in cui il reclutamento del personale accademico non preveda barriere pre-selettive formali (come è ancora in Geramania l'Habilitation o nei paesi anglosassoni il dottorato di ricerca): un deficit strutturale che favorisce, o quanto meno non ostacola, la diffusione di pratiche clientelari.
Fiammetta Corradi

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