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Kirsten Jacobsen

Traduttore: L. Raspanti
Editore: Marsilio
Collana: Gli specchi
Anno edizione: 2012
Pagine: 342 p. , Brossura
  • EAN: 9788831712323
Henning Mankell non è solo Kurt Wallander. Innanzitutto, perché i polizieschi di critica sociale con protagonista il celebre poliziotto di Ystad costituiscono appena un quarto dell'intera produzione artistica dello scrittore svedese. Ma anche perché, come Mankell racconta alla giornalista danese Kirsten Jacobsen in questa corposa biografia targata Marsilio, "non credo neppure che saremmo amici, se lui esistesse nella realtà. Io in ogni caso preferirei essere amico di Sherlock Holmes". Quella dedicata a Wallander è una delle sezioni più interessanti di Mankell (su) Mankell, volume che nasce da un'intervista lunga un anno realizzata tra la Svezia e la Francia. Il commissario, con cui l'autore precisa di avere in comune solo l'età, l'amore per l'opera italiana e la dedizione calvinista per il lavoro, deve il suo successo di pubblico al fatto che la sua personalità sia tanto complessa e sfaccettata da risultare verosimile. Dalla tumultuosa vita sentimentale, leggermente sovrappeso, ambizioso nel voler risolvere i crimini, Wallander esordisce nel 1991 (Assassino senza volto), riempiendo il vuoto lasciato dal collega Martin Beck della coppia Sjöwall e Wahlöö. Fino al tramonto di Wallander nell'isolamento dell'Alzheimer (L'uomo inquieto, 2009), s'insinuano nelle trame dei romanzi i temi della democrazia, del razzismo, "della forza e della vulnerabilità dello stato sociale, della perdita di sicurezza, dell'isolamento umano e della mancanza di solidarietà". Temi cari al socialista indipendente Mankell che, non lesinando un linguaggio tagliente, fa un'amara analisi della socialdemocrazia svedese e riserva, in altra parte del libro, parole particolarmente graffianti a Israele (partecipò nel 2010 all'iniziativa "Ship to Gaza" per chiedere la fine dell'embargo israeliano alla striscia di Gaza). Bel temperamento questo Mankell, che ricorda come, già ai tempi delle dimostrazioni degli anni settanta, giovane militante di estrema sinistra, rifiutasse di sfilare sotto le immagini di Stalin e Mao. E in quegli stessi anni si preparava a un altro incontro cruciale: quello con l'Africa. Là ha contratto la malaria, ha visto da vicino l'Aids (Io muoio, ma il ricordo vive, 2005), ha rischiato due volte la vita, ma ha trovato la sua seconda casa. A Maputo, in Mozambico, dove abita per molti mesi all'anno, è consigliere artistico del teatro Avenida, in cui mette in scena opere classiche europee calate nella realtà africana. D'altronde l'opera di Mankell è soprattutto teatrale. Il teatro gli permise di emanciparsi giovanissimo dalla famiglia e continua ancora a essere la sua attività principale. Non a caso, tra i suoi progetti in cantiere, vi sono solo opere teatrali: da Hedda Gabler in versione mozambicana a una pièce sullo scandalo Dominique Strauss-Kahn. Spostandosi su questioni più personali, dell'infanzia trascorsa nel nord della Svezia Mankell rievoca l'amore per la musica e la lettura, capaci di alleviare il dolore per l'abbandono della madre. Accenna ai suoi figli, all'ultimo matrimonio con Eva Bergman (figlia del famoso regista), alle sue ricchezze e, a sorpresa, ostenta la propria magnanimità. Nonostante le piane domande di Jacobsen, ne risulta complessivamente un ritratto vivace, a completare il quale alcuni contributi, tra cui quello di Kenneth Branagh, attore-regista che ha portato Wallander sullo schermo inglese, privilegiando lo scavo psicologico a scapito della critica sociale. Rossella Durando

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    Max

    24/09/2015 12.08.16

    Non è un libro giallo, ma un'intervista straordinaria ad un uomo straordinario. Scrittore fuoriclasse, crudo, profondamente sincero e generoso. Mi ha colpito moltissimo la sua capacità espressiva e comunicativa, il suo modo inequivocabilmente chiaro, preciso, di raccontare storie durissime, sempre però dotate di finale aperto alla speranza, al cambiamento. Colto, preparato, instancabile idealista convinto. Una vita davvero colma di azioni importanti, che spronano il lettore a riflettere su quello che è accaduto e, di conseguenza, accadrà nel mondo. In particolare nel Continente Africano, per il quale dobbiamo assumere le nostre responsabilità di occidentali, consapevoli della Storia e Politica passata e presente. Al termine della lettura ho provato un fortissimo desiderio di abbracciare Henning Mankell, per potergli dimostrare la stima, ammirazione e gratitudine per tutto ciò che con grande determinazione, semplicità, lucidità e lungimiranza ha fatto e continua a fare. Un grandissimo esempio di uomo illuminato, in questi tempi così incerti, nei quali l'egoismo globale sembra annullare ogni sforzo sincero e nobile di singole persone, che ancora credono di riuscire a cambiare il mondo. Grazie Henning, grazie davvero di cuore! (Pat)

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