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Michael Ondaatje

Traduttore: L. Noulian
Editore: Garzanti Libri
Anno edizione: 1999
Pagine: 158 p.
  • EAN: 9788811635307

recensioni di Oboe, A. L'Indice del 2000, n. 03

Immaginate che a un tratto sparisca la corrente elettrica, e con essa le cose che circondano e sostengono la vita di ogni giorno; immaginate che non si possa più usare il computer per scrivere, e che la mano debba cercare al buio una matita nel cassetto per poter fermare sulla carta ricordi, suoni, sensazioni. L'oscurità genera visioni, guida il pensiero in percorsi imprevisti, e costringe chi scrive all'essenzialità, all'annotazione breve e pregnante di poche parole, ciascuna con una propria eco che si traduce lentamente in immagine. Scrivere a mano significa recuperare la sensualità della scrittura e i ritmi lenti della storia, gli stessi che Michael Ondaatje ritrova quando, lasciati il Canada e l'esistenza veloce dello scrittore famoso, torna a Sri Lanka.
Con i ritorni più recenti all'antica Ceylon dell'infanzia Ondaatje ha confezionato un elegante e solo in apparenza esile volume di poesia, che è il primo lavoro dato alle stampe dopo il grande successo ottenuto con Il paziente inglese (1992; Garzanti, 1993). Handwriting/Manoscritto si inserisce coerentemente in un'opera narrativa e poetica di grande forza visionaria, che resiste in modo del tutto originale a distinzioni di forma e di genere, come negli straordinari Buddy Bolden's Blues (1976; Garzanti, 1995) e Le opere complete di Billy the Kid (1981; Theoria, 1995). Mantiene inoltre il potere evocativo e mitopoietico di Aria di famiglia (1982; Garzanti, 1997), in cui l'autore, nell'esplorare la propria genealogia olandese-singalese, racconta la vita singolarmente stravagante dei genitori sullo sfondo di una surreale Sri Lanka coloniale. Ma queste ultime poesie sembrano spingersi oltre la cifra conosciuta della scrittura di Ondaatje. C'è lo stesso scavo nel passato, ma più forti sono le risonanze del lavoro archeologico sul presente dell'isola devastata dai conflitti, e più tenace il legame del poeta con i custodi locali del sapere e dell'arte. La jazzistica frammentazione della sintassi delle prime opere si combina qui con la pacata precisione formale dell'ultimo romanzo, quasi a decantare ogni parola, e per parlare di storia, autobiografia e poesia in modi più complessi, e più reticenti, di quanto fatto finora.
Tre sono i movimenti del libro, che si apre con un'esplorazione del passato politico e poetico di Ceylon in cui sembra che sia la Storia stessa a parlare, mentre il testo si appropria delle voci indigene dell'isola. Un elenco doloroso e a tratti rabbioso delle devastazioni e delle perdite causate dalle ripetute colonizzazioni si unisce al sentimento nostalgico per un passato in cui i poeti scrivevano su rocce e su foglie per celebrare le opere del giorno, i piaceri ombrosi della notte. La storia genera ed è generata dal desiderio, sembra voler dire Ondaatje, da un sentimento che dura nei secoli e fiorisce nella seconda parte di Manoscritto allorché il poeta si appropria della tradizione lirica indiana per disegnare nove cornici di amore e struggimento di grande autenticità emotiva. L'insaziabile sete per l'altro permane nella terza parte del testo in poesie legate all'esperienza personale dell'autore, in cui desiderio e Storia confluiscono. Il desiderio erotico e sensuale è qui suscitato tanto dall'altro quanto dalla storia dell'altro, o dal fatto che l'altro è sempre frutto di un racconto che traduce il desiderio in scrittura. I versi finali, sapientemente intitolati Ultimo inchiostro, sembrano esprimere proprio questa intima consapevolezza, questa sottile e ineluttabile continuità fra il bisogno di conservare l'esperienza umana attraverso l'arte e il desiderio istintivo di morire nelle braccia dell'amante: "La vita su un'antica foglia / o su un complesso sigillo del V secolo / è il mondo-specchio dell'arte / steso sull'altro come su un letto".