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Maternità - Sheila Heti - copertina

Maternità

Sheila Heti

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Traduttore: Martina Testa
Collana: Il contesto
Anno edizione: 2019
In commercio dal: 21 marzo 2019
Pagine: 290 p., ill. , Brossura
  • EAN: 9788838939174

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Sheila Heti

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Un'intensa e provocatoria riflessione del desiderio, il dovere e il rifiuto di procreare.

«Se voglio figli o meno è un segreto che nascondo a me stessa: è il più grande segreto che nascondo a me stessa»

Il desiderio di maternità è un insieme di forze contrastanti che non riguarda solo la procreazione, la famiglia, il padre e la madre, i figli, ma uno spazio emotivo più ampio in cui convivono infelicità e speranza, realizzazione di sé e smarrimento. Ed è da questo assunto, a tratti paradossale, che scaturisce uno degli sguardi più originali e potenti degli ultimi anni su un tema che suscita prese di posizione sempre più inconciliabili. In questo racconto che oscilla tra il romanzo autobiografico e il saggio intimo, il pamphlet provocatorio e un'umoristica indagine filosofica, la narratrice Sheila si avvicina ai quarant'anni, e accanto a sé ha la maggioranza delle amiche che sta considerando la possibilità di avere un figlio o già l'ha avuto. La donna si ritrova a ponderare una scelta che le appare difficilissima, pone a se stessa domande continue e feroci, interroga l'I Ching, si affida al caso beffardo di un lancio di dadi. Il dubbio si insinua come un tarlo, cresce a dismisura, svanisce e ricompare monopolizzando il suo quotidiano, il suo lavoro, la sua relazione sentimentale. «Dovrei fare un figlio con Miles? No. In generale, dovrei avere un figlio? . Allora devo lasciare Miles? No». Ma esiste davvero una soluzione? Sheila si informa, parla con medici, amici, parenti, si confronta con il compagno, non arriva mai ad una risoluzione e fatica a trovare una risposta che le sembri giusta, saggia, moralmente accettabile. Sogni ricorrenti dovuti all'ansia, un insistito scrutinio del proprio corpo, tutto le appare iniquo. Soprattutto la sconvolge il destino già scritto in ogni giovane donna, quello di un imperativo culturale e naturale a cui è impossibile sottrarsi. Heti si aggira in un territorio ostile e poco esplorato, alla ricerca di una nuova maturità come artista e come donna. Maternità è un libro tutto giocato sull'ironia e sull'eccentricità del candore. È una disamina della procreazione dal punto di vista etico, sociale e psicologico, è la cronistoria di un'illuminazione esistenziale che si fa strada faticosamente, e insegue, consapevole della difficoltà della sfida, la possibilità di una nuova stesura delle regole della femminilità.

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    Benny B

    18/12/2019 15:16:21

    Per chi si chiede da dove arriva il bisogno di fare un figlio, quando non lo si è mai voluto. Cosa si perde o si guadagna scegliendo una strada oppure l'altra. La Heti, canadese, si pone centinaia di domande su un tema che la ossessiona, guarda le cose da ogni angolazione e analizza ogni aspetto di sè. Scrive tutto e il contrario di tutto, come: "a volte mi convinco che un figlio aggiungerà profondità a tutte le cose" e, poche righe dopo, "fare figli mi sembra segno di avidità, prepotenza e maleducazione: un espandersi arrogante della propria individualità". È un libro indefinibile, sicuramente intelligente e sincero, pieno di riflessioni acute e coraggiose che sono però spesso soffocate da una valanga di interrogativi - a volte ridondanti - che rendono la lettura poco armoniosa. Ma la scrittura è caotica perchè lo sono i pensieri e verso il finale tutto si placa, grazie ad una nuova, limpida consapevolezza.  Alla fine si capirà che chi decide di non fare figli, non ha niente in meno delle altre donne. E non è poco.

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    Elisa

    03/12/2019 09:05:17

    Un libro autobiografico che parla di tutte le donne. Nessuna scelta è più importante del diventare o no madre e l'autrice scandaglia le due possibilità con vari approcci, dal filosofico al sensitivo con una sincerità e un'ironia che terranno incollati e che hanno reso questo libro tra i migliori che io abbia mai letto.

Andate e moltiplicatevi. Oppure no. Una donna quasi quarantenne si interroga ossessivamente, ma anche con ironia – dunque prendendosi sul serio relativamente – sull’eventualità di avere un figlio, «il più grande segreto che nascondo a me stessa». Un’autoconfessione sincera, che si intreccia alle esperienze di amiche più o meno della stessa generazione. Un dilemma tra ragione e sentimento. Scritto così bene che poco importa che vengano meno trama e fili logici, è il flusso dei pensieri a fare la differenza e a fare divorare le pagine. La lettura di Maternità (290 pagine, 16 euro) di Sheila Heti, canadese di origini ungheresi (come David Szalay), tradotto da Martina Testa, è comunque esaltante, tonificante e va in profondità, tocca un tabù, perché le donne senza figli continuano a far fatica, non sono accettate in molte società, anche in quelle apparentemente più avanzate e colte. Siamo in presenza, autofiction o meno, di una delle scrittrici più intelligenti e profonde del panorama contemporaneo. In Italia l’ha fatta sbarcare la casa editrice Sellerio, con il precedente La persona ideale, come deve essere?, che fa bene a ridarle fiducia.

La voce narrante – labirinto di disillusioni ed esaltazioni – ha abortito a vent’anni («Quando penso a tutta la gente che nel mondo vuole vietare l’aborto, mi sembra che il senso possa essere uno solo: non è che vogliono una persona nuova al mondo, vogliono che le donne si occupino innanzitutto di tirare su i figli»), si è spesso affidata ai contraccettivi e anche alla pillola del giorno dopo, ha molte volte amato uomini che non volevano aver figli. Divorziata, ha un compagno (Miles, che ha una figlia) e, in quanto ebrea (nipote di sopravvissuti della Shoah, figlia di ebrei ungheresi sbarcati in Nord America… come Heti), si chiede perfino se, tenuto conto degli inferni del ventesimo secolo, non fosse il caso di sostenere personalmente la crescita del suo popolo. Per trovare risposte si affida alla filosofia come al lancio dei dadi, al confronto con le storie di sua madre e di sua nonna, alle conversazioni con gli amici, che siano genitori o meno. Ricevendo opinioni e reazioni contrastanti e arbitrarie.

La canadese Heti sceglie un alter ego per mettersi a nudo e a proposito di maternità vuole «non rispondere a nessuno, non compiacere nessuno, lasciare tutti in sospeso, da maleducata», in barba a ciò che la società s’aspetta dalle donne («La donna che non ha un figlio la si guarda con la stessa antipatia e disapprovazione di un uomo che non ha un lavoro.»), a una pressione collettiva costante, che è nei fatti. L’esser madre, vien da pensare leggendo Heti, è tutt’altra cosa rispetto a certo mito della maternità al giorno d’oggi. E sul nascere, sul dolore di venire al mondo forse non è stato scritto abbastanza, o non è stato scritto abbastanza bene. Concetti che, invece, emergono dal dialogo della voce narrante con amici e sconosciuti, col partner, perfino con indovine. Si oscilla così dalla proiezione della gioia o dei rimpianti (per aver figli o per non averne), a quella delle tribolazioni o della libertà (per aver figli o per non averne), in una scrittura che spesso è lirica, in una dimensione che è sì autobiografica, ma più che altro speculativa, filosofica, quasi religiosa, e che torna ripetutamente su poche, pochissime inestricabili domande, forse una sola

La domanda, fra le tante, probabilmente è: «Voglio forse dei figli perché desidero essere ammirata come il tipo di donna ammirevole che ha dei figli?». Oppure potrebbe essere: «C’è una sorta di tristezza nel non desiderare le cose che per tante altre persone danno senso alla vita?». Diventar madre è solo uno scenario possibile, dinanzi al ticchettio delle lancette dell’orologio biologico (la fretta che, convenzionalmente, si mette sulle spalle delle donne, il tempo infinito che sembrano avere gli uomini per fare cose importanti, determinanti, cruciali…). E non è solo un istinto, un desiderio, un obiettivo, ma anche un condizionamento della società, una pressione culturale, la sfida di una donna a se stessa, a costo di complicarsi, migliorarsi, l’esistenza. Heti non vuol convincere le donne a non mettere al mondo figli, ma vuol, far comprendere come sia coraggioso sia diventare madre che non esserlo. Aver figli, o non averne, finisce per essere una questione intima, pubblica, politica e perfino artistica, nel senso che non mancano, anzi sono parte essenziale dello scheletro di riflessioni del romanzo, le osservazioni su quanto maternità e creatività possano coesistere o entrare in conflitto.

Recensione di Micol Treves

 
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