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Max Weber e la politica tedesca

Wolfgang J. Mommsen

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Traduttore: D. Conte
Editore: Il Mulino
Anno edizione: 1993
In commercio dal: 28 giugno 1993
Pagine: 772 p.
  • EAN: 9788815033925

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In dieci capitoli l'opera analizza le idee e le scelte politiche fondamentali di Weber: lo stato nazionale e la politica di potenza come strumento di affermazione di una cultura, la lotta tra feudalismo e capitalismo, la politica estera e la struttura costituzionale della Germania bismarckiana, il problema dell'eredità di Bismarck e della democratizzazione, la vicenda tragica della prima guerra mondiale, la rivoluzione postbellica e la nascita della costituzione di Weimar, la crisi dello stato costituzionale e la democrazia plebiscitaria del capo.
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recensione di Tuccari, F., L'Indice 1994, n. 1

A oltre trent'anni dalla sua prima edizione l'imponente ricerca di Wolfgang J. Mommsen su "Max Weber e la politica tedesca" continua a rimanere uno dei prodotti migliori e più suggestivi della 'Weber-Forschung' e rappresenta in ogni caso un punto di riferimento obbligato per chi voglia riconsiderare nella sua globalità il tragitto dell'esperienza e della riflessione politica di Weber. Un testo "classico" insomma - come ha scritto Pombeni nella sua introduzione all'edizione italiana - che tra l'altro ha retto in quasi tutti i suoi risultati più rilevanti alla duplice prova dei progressi compiuti nel campo degli studi sulla Germania bismarckiana guglielmina e weimariana e delle ulteriori acquisizioni che in questi ultimi anni sta producendo la pubblicazione della 'Max Weber Gesamtausgabe'. Nello stesso tempo il libro di Mommsen costituisce uno dei primi e più interessanti documenti di quell'inconcluso processo di autoriflessione che in Germania ha segnato in profondità il confronto della memoria e delle culture politiche postbelliche con le grandi tragedie della storia nazionale. Nella postfazione del 1974,Mommsen ricorda che nel 1959 quando vide la luce la prima edizione dell'opera il clima politico e spirituale della Rft era dominato da una prepotente rinascita delle tradizioni della Repubblica di Weimar e dalla conseguente riduzione del Weber politico a un "cliché armonizzante" che lo rendeva pienamente compatibile con i ruolo di antesignano glorioso a cui "la nuova democrazia tedesca poteva richiamarsi nel tentativo di darsi una propria autocoscienza politica". Certo non erano mancate fino ad allora - da Karl Lowith a Jakob Peter Mayer, da Leo Strauss a Eric Voegelin e a Gyorgy Luk cs - voci che stonavano in modo radicale rispetto a quell'immagine rassicurante. Nel contesto specifico della Rft degli anni cinquanta tuttavia il libro di Mommsen concepito esplicitamente come un tentativo di "confrontarsi criticamente con le grandi catastrofi del passato recente della Germania in particolare con l'ascesa e il dominio del nazionalsocialismo" e di ridiscutere "le basi spirituali e morali per una forte e stabile democrazia tedesca" era tale da suscitare un ampio e violento dibattito. Un dibattito per molti aspetti simile a quelli che dalla pubblicazione dell'"Assalto al potere mondiale" di Fritz Fischer fino alle più recenti discussioni sulle tesi "revisionistiche" avrebbero poi continuato a scuotere periodicamente la coscienza storica tedesca. Il "Max Weber e la politica tedesca" è costruito sul principio secondo cui il pensiero politico di Weber deve essere interpretato non tanto a partire dalla sua opera più propriamente teorica quanto piuttosto sulla base delle coordinate definite dalla storia tedesca tra il 1890 e il 1920 e quindi delle risposte concrete che egli diede alle grandi questioni poste all'ordine del giorno dall'eredità di Bismarck, dalla politica guglielmina e dai primi e ancora incerti passi dell'esperimento weimariano. Da questa prospettiva, e con il conforto di un enorme materiale documentario, Mommsen formula tre tesi fondamentali. La prima è che l'intera riflessione politica di Weber fu ossessivamente dominata, seppure con alcune significative trasformazioni, dall'idea tipicamente guglielmina e imperialistica della missione di potenza dello stato nazionale tedesco. La seconda tesi - per vari aspetti molto simile a quella che Luk cs elaborò nella "Distruzione della ragione" - è che vi sia un nesso genetico e concettuale molto netto, di pura e semplice 'efficiency' a livello di politica estera, tra l'impianto sostanzialmente imperialistico (seppure di un "imperialismo liberale") del discorso politico di Weber e il suo concetto debole e funzionalistico delle istituzioni parlamentari (concepite come una semplice palestra per l'addestramento e la selezione dei leader politici), della democrazia (ridotta, attraverso la famigerata "democrazia plebiscitaria del capo", a un insieme puramente tecnico di "regole del gioco"), dello stato di diritto (schiacciato sulla nozione di "legalità") e della sovranità popolare (confinata nei territori della più ingenua utopia). La terza tesi, infine, è che al di là del suo legame con l'ideale pericoloso e superato dello stato di potenza, l'immagine weberiana dei moderni ordinamenti democratici, così come emerge negli anni 1908-18 dal progetto di parlamentarizzazione del Reich e, tra il 1918 e il 1920, dall'ipotesi costituzionale di un presidente carismatico-plebiscitario eletto direttamente dal popolo, sarebbe stata intimamente disponibile, per la sua natura eminentemente tecnica e per il suo totale sradicamento da un patrimonio di valori democratici, a essere interpretata in senso autoritario o totalitario. Beninteso: Mommsen non sostiene l'argomento di una semplice 'reductio ad Hitlertum'. A suo giudizio nulla sarebbe stato più lontano dalla sensibilità e dalle convinzioni politiche weberiane delle grandi esperienze totalitarie del XX secolo. Cionondimeno, come si legge in una delle pagine più problematiche del libro "le idee politiche hanno una loro propria forza. Spesso si separano dallo specifico contesto cui devono la propria nascita, sviluppando degli effetti indipendenti, talvolta opposti a quelli desiderati dal loro artefice". È quanto sarebbe accaduto, per l'appunto, con il concetto della "democrazia plebiscitaria del capo" immaginata da Weber per arginare la progressiva ossificazione burocratica dell'ordine politico e socioeconomico occidentale: un concetto che attraverso la "legittima" rilettura di Carl Schmitt non si rese soltanto passibile di un'interpretazione molto diversa da quella per cui era stata pensato, ma contribuì pure "a rendere il popolo tedesco interiormente pronto all'acclamazione di un capo, e quindi anche di Adolf Hitler". È questo, come si può ben comprendere, il nodo fondamentale su cui si venne poi a svolgere l'aspro dibattito sopra citato. Come ricostruzione della riflessione politica di Weber nel contesto della politica tedesca tra il 1890 e il 1920, il libro di Mommsen rimane tuttora insuperato. Gli ulteriori progressi della ricerca hanno tuttavia mostrato che anche senza fare riferimento in modo precipuo ai grandi scritti sociologici e più propriamente teorici di Weber, e anzi concentrando l'attenzione proprio sui suoi scritti politici, è possibile ricavare - come ha fatto ad esempio David Beetham - una più generale teoria della politica moderna che non coincide immediatamente con il giudizio e con il progetto politico weberiano e che, almeno in parte, non sembrerebbe autorizzare alcune delle conclusioni raggiunte da Mommsen. Decisivo, in questa direzione, è il tema del partito e della democrazia dei partiti. Ma a prescindere da questo, il "Max Weber e la politica tedesca" costituisce una delle prestazioni più autorevoli della ricerca internazionale su Weber. Non solo: rimane un punto di riferimento fondamentale per la storia più ampia dell'"impero inquieto", per il dibattito sull'idea di una "via peculiare" ('Sonderweg') della Germania alla modernizzazione e per la questione tedesca - ma anche occidentale - del "passato che non passa", per l'interpretazione dell'età dell'imperialismo e, ancora, per una discussione sulle sfide che la modernità politica pone alla tradizione liberale.
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