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Gabriele Turi

Editore: Il Mulino
Collana: Saggi
Anno edizione: 2002
Pagine: 279 p.
  • EAN: 9788815087676

Al suo apparire, il nuovo saggio di Gabriele Turi sull'Enciclopedia italiana ha destato, specie sulla stampa, un certo clamore. Accanto a coloro che ne hanno messo in luce l'indiscutibile acribìa e validità scientifica non sono infatti mancate voci che hanno colto l'occasione per manifestare considerazioni moralistiche su quegli studiosi che, essendosi guadagnati rispettabilità e riconoscimenti nel secondo dopoguerra proprio per non essersi compromessi con il fascismo, vedrebbero ora macchiata la propria onorabilità con la partecipazione all'Enciclopedia.

La questione, posta in tali termini, è fuorviante. In primo luogo, la tesi sostenuta da Turi - che è in nuce la stessa esposta trent'anni fa nel primo saggio del 1972, pubblicato su "Studi storici" e poi riprodotto nel fondamentale Il fascismo e il consenso degli intellettuali del 1980 (qui ripreso puntualmente, insieme all'articolo di "Belfagor" La Treccani immobile e concordata, del 1982) - resta valida: l'idea che l'Enciclopedia italiana non sia stata lambita dal fascismo, come ha sostenuto Norberto Bobbio nel 1973, che sia in sostanza apolitica, e cattolicizzata in minima parte, appartiene alla "mitologia". Una mitologia che i governi dell'Italia repubblicana di segno democristiano avrebbero contribuito ad avallare, a seguito di ingenti interessi economici (sostenuti da appositi disegni di legge) e del riconoscimento in essa di una comoda e tranquillizzante base culturale cattonazionalista. L'Enciclopedia sarebbe pertanto una chiara manifestazione della continuità fra fascismo e postfascismo.

Nella sua analisi, l'autore smonta punto per punto la vulgata, approfondendo tre filoni largamente rappresentati nell'Enciclopedia: fascismo, nazionalismo e cultura cattolica. Del primo, si dimostra la profondità di penetrazione, ancor prima dell'istituzionalizzazione dell'opera, avvenuta con l'inserimento, dal 1933, del provveditore di Stato Domenico Bartolini fra i membri del Consiglio direttivo dell'Istituto (insieme a Luigi Federzoni e Achille Starace). In più furono garantiti cospicui finanziamenti. Il fascismo si affermò poi soprattutto grazie alla sapiente mediazione di Gentile, che, in qualità di direttore scientifico, si conquistò le adesioni degli studiosi più accreditati, perfino dei più riottosi, sia grazie alle personali capacità persuasive, sia per i rapporti di stima che lo legavano a larga parte dell'intellettualità italiana. I rifiuti si limitarono a pochi celebri nomi sugli oltre tremila collaboratori.

Il nazionalismo avrebbe esercitato invece la sua influenza in particolar modo nella sezione di storia moderna e contemporanea, ove vistosa sarebbe stata l'adesione al metodo economico-giuridico di Gioacchino Volpe nei contributi dei suoi giovani allievi Walter Maturi, Federico Chabod, Carlo Morandi e, in misura forse un po' più attenuata, Delio Cantimori.

L'ingerenza della cultura cattolica, infine, è ripercorsa con puntiglio da Turi, che annovera fra i suoi protagonisti gli esponenti del cattolicesimo ortodosso: il gesuita padre Tacchi Venturi, i revisori della pontificia Università gregoriana e Giuseppe Ricciotti, redattore della sezione Materie ecclesiastiche. Vittime della censura furono, insieme a molti altri, Adolfo Omodeo, che nel 1931 decise di abbandonare l'Enciclopedia dopo aver scritto solo quindici dei ventiquattro articoli previsti; Ernesto Codignola, che vide notevolmente modificati i suoi interventi in Educazione e Pedagogia; e i collaboratori della sezione di Medicina, a proposito dei quali si temeva un sostegno alle tesi evoluzionistiche.

Da questi dati, però, Turi non trae spunto per interpretare i condizionamenti culturali, e talora politici, presenti nell'Enciclopedia, nei termini di un asservimento al regime, né di una riduzione degli intellettuali al rango di "funzionari", ma come occasione per evidenziare "la permeabilità di molti di essi (...) all'ideologia nazionale e nazionalistica promossa dal fascismo", specie in materie delicate quali la storia, la filosofia e il diritto, ove non mancarono vistosi cedimenti. Né punta il dito contro le anodine voci di filosofia del diritto di Gioele Solari o sull'impostazione filosofica più che ideologica conferita da Rodolfo Mondolfo alla trattazione del marxismo e del socialismo. È inevitabile, tuttavia, che in tal modo risulti del pari demolita qualsiasi illusione nicodemitica di chi pensò di collaborare all'Enciclopedia mantenendo un suo ristretto margine di libertà, giacché o per censura e autocensura diretta, o per gli influssi del clima dominante, gli studiosi subirono, magari inconsapevolmente, pressioni che si tradussero nell'attenuamento di qualsiasi posizione alternativa. Nella partita impari fra intellettuali e regime, sembrerebbe insomma vincitore quest'ultimo. Tuttavia, potrebbe essere interessante anche ribaltare la prospettiva, chiedendosi non tanto se vi fu condizionamento degli intellettuali - perché ciò è stato ormai a sufficienza provato -, ma piuttosto quali furono le ragioni per cui il fascismo, onde elaborare un'enciclopedia nazionale, dovette ricorrere a competenti che spesso ideologicamente gli erano distanti.

Da ultimo va sottolineato l'invito, indirizzato da Turi all'Istituto, e per ora passato inosservato, a progettare una nuova impresa enciclopedica di vaste proporzioni, adeguata ai tempi e soprattutto liberata dal passato, in modo da assegnare definitivamente alla Treccani quel ruolo di documento storico - e di testimonianza di un'epoca carica di contraddizioni - che sembra l'unico in grado oggi di competerle.