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Elizabeth Strout

Traduttore: S. Basso
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2016
Pagine: 158 p. , Rilegato

83 ° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Narrativa straniera - Moderna e contemporanea (dopo il 1945)

  • EAN: 9788806229689

Dopo una semplice operazione all’appendice, Lucy, madre di due bambine, viene trattenuta in ospedale per nove settimane a seguito di alcune complicazioni, un batterio misterioso a cui nessuno riuscirà a dare nome. Cinque giorni di quel lungo periodo di degenza Lucy li passa con sua madre, che dall’Illinois arriva nella stanza di ospedale di New York da cui si vede il grattacielo della Chrysler. Elizabeth Strout fa iniziare il suo ultimo libro da qui: dall’incontro tra una madre e una figlia.
Mi chiamo Lucy Barton è, prima di tutto, un romanzo sull’arte di narrare storie. Ci sono le storie degli altri, raccontate dalla madre di Lucy nella stanza di ospedale: come una bambina che non riesce ad addormentarsi, Lucy, «Bestiolina», chiede a sua madre «raccontami ancora». E così la stanza anonima dell’anonimo ospedale newyorkese si popola di figure che arrivano dalla provincia.
Ci sono le storie delle persone che Lucy ha incontrato nel suo cammino che l’ha portata lontana dalla provincia: i maestri che ha avuto da bambina, l’artista di cui è stata innamorata al college, e poi Jeremy, Molla, la scrittrice Sarah Payne, il dottore a cui Lucy vuole bene, e suo marito William. C’è la storia della famiglia di Lucy, che ha vissuto in un garage ad Amgash, che sempre si è vergognata della propria miseria, che ha mangiato pane e melassa per cena e ha sofferto l’inverno e gli sguardi di chi l’ha compatita. C’è la storia di Lucy, narrata in prima persona, che inizia sì in quella stanza d’ospedale ma che si muove tra passato e futuro, abbracciando l’infanzia della protagonista fino ad arrivare alla sua vecchiaia: in mezzo, ci sono quei cinque giorni di ospedale, l’ultima vera occasione per sentirsi dire dalla propria madre «ti voglio bene».

Il mestiere di scrivere
E c’è poi una vera e propria riflessione sul mestiere della scrittura: perché prima ancora di essere un io narrante, Lucy è una scrittrice, e nel corso del libro non fa che riflettere su questa sua condizione, sulla necessità della scrittura. Così quando il lettore meno se lo aspetta, Elizabeth Strout, nei panni dei propri personaggi, risponde a delle domande centrali per chi cerchi di penetrare il mistero della scrittura. «E quale sarebbe il suo mestiere come romanziera?’, fece lui. Il suo mestiere come romanziera era riferire della condizione umana, raccontare chi siamo e cosa pensiamo e come ci comportiamo». Poco importa che sia una risposta inserita nella narrazione romanzesca: noi lettori sentiamo che quello che la Strout ha deciso di fare con questo romanzo è proprio raccontare chi siamo e cosa pensiamo e come ci comportiamo.
La narrazione si muove non solo su diversi piani temporali, ma anche divisa tra città e provincia, tra il desiderio di tagliare per sempre i ponti con Amgash e il non sentirsi mai del tutto al proprio posto a New York. Quello che Lucy prova a fare è proprio conciliare queste due nostalgie: aggrapparsi con spietatezza a se stessa, scrivere di se stessa, perché dalla sua insegnante di scrittura ha imparato che «ciascuno ha soltanto una storia. Scriverete la vostra unica storia in molti modi diversi. Ma tanto ne avete una sola».
La parola di Lucy è limpida ma non si sottrae ai tentennamenti: non è raro che il discorso si interrompa, metta in dubbio se stesso, si interroghi sulla propria veridicità. Quello che sto raccontando è vero, o sono io che ricordo male?, si chiede spesso Lucy. Così la storia si nasconde nella reticenza e nel non detto, nei silenzi che pesano di più delle parole scritte.

Non è un romanzo per ragazze
Ma non chiamatelo un romanzo per ragazze, sembra dire continuamente Elizabeth Strout. Anche se le donne sono il cuore del libro; anche se le loro storie muovono la narrazione. Anche se nel romanzo è presente una profonda riflessione sulla maternità e i conflitti che la maternità porta con sé: quello tra essere madre ed essere figlia, quello tra essere donna ed essere madre. Nella stanza d’ospedale, Lucy ha bisogno di riconciliare lo strappo con sua madre, che mai l’ha davvero perdonata per essersene andata, per aver studiato, per aver abbandonato la provincia. E poi di nuovo, in un’altra camera, con sua madre questa volta malata, Lucy ha bisogno di dirle addio: di iniziare a vivere senza lei, la sua ombra che sempre l’ha schiacciata con il senso di colpa e di inadeguatezza, ma che l’ha anche protetta.
Nella scrittura, Lucy ha bisogno di rimarginare la ferita che si è aperta quando le sue figlie sono andate al college, e il suo matrimonio è fallito, perdendo il collante che aveva tenuto per tutti quegli anni Lucy e William insieme: la sicurezza di essere un padre e una madre, prima ancora di essere un uomo e una donna. La necessità di diventare di nuovo una donna e basta. Ma non chiamatelo un romanzo per ragazze: è un romanzo per chi, come Lucy, ha bisogno di dire Questo è mio. Questa persona sono io. Io mi chiamo Lucy Barton.

Recensione di Gabriella Dal Lago


In una stanza d’ospedale nel cuore di Manhattan, davanti allo scintillio del grattacielo Chrysler che si staglia oltre la finestra, per cinque giorni e cinque notti due donne parlano con intensità.

«Un romanzo perfetto, nelle cui attente parole vibrano silenzi. Mi chiamo Lucy Barton offre una rara varietà di emozioni, dal dolore piú profondo fino alla pura gioia». - Claire Messud, The New York Times

«Strout si conferma una narratrice grandiosa di sfumate vicende famigliari, capace di tessere arazzi carichi di saggezza, compassione, profondità. Se non l’avesse già vinto con Olive Kitteridge, il Pulitzer dovrebbe essere suo per questo nuovo romanzo». - Hannah Beckerman, The Guardian

Deve essere il sistema che adottiamo quasi tutti per muoverci nel mondo, sapendo e non sapendo, infestati da ricordi che non possono assolutamente essere veri. Eppure, quando vedo gli altri incedere sicuri per la strada, come se non conoscessero per niente la paura, mi accorgo che non so cos'hanno dentro. La vita sembra spesso fatta di ipotesi. - Elizabeth Strout

C’è un’America che neanche sospetta dell’esistenza di un “sogno americano”. È fatta di persone che vivono in garage, furgoni, roulotte, di bambini che frugano nei cassonetti in cerca di caramelle, di padri reduci di guerra che coltivano granturco. I più coraggiosi di loro sono andati nel Midwest e hanno mandato via gli indiani, ma non sono da disprezzare, sono coloni che ce l’hanno fatta. Gli altri sono rimasti nelle loro cittadine di frontiera. Di questa America noi europei fino a poco tempo fa non sapevamo nulla. Le stelle e le strisce, Hollywood e la musica pop, non hanno mai raccontato questa terra desolata e stanca che produce le pagine di letteratura contemporanea più belle del mondo, forse senza saperlo.
Poi alcuni libri, di una bellezza “spietata”, finiscono nelle nostre case. Elisabeth Strout è una di queste autrici sorprendenti, capaci di raccontare l’America rurale con voce sincera e disarmante. Il nodo centrale della sua poetica è l’idea che nessuno sia in grado di conoscere veramente gli altri. Nel suo romanzo precedente, un libro corale, familiare, I ragazzi Burgess, il punto cruciale del racconto era proprio questo senso di incapacità di cogliere la vera natura delle persone, a cui si sopperisce spesso, nella provincia, con le chiacchiere e i pettegolezzi.
In questo nuovo romanzo, invece, la riflessione si fa più raffinata e introspettiva; il non detto, la pausa e l’attesa diventano gli elementi più significativi del romanzo.
In poco più di 150 pagine, la scrittrice premio Pulitzer racconta il rapporto tra una madre e una figlia interrotto molti anni prima, quando la ragazza lascia la casa dei genitori in Illinois per seguire gli studi. Da allora le due donne non si sono mai più riviste. Lucy, che nel frattempo si è sposata, ha avuto due figlie ed è andata a vivere a New York, non tornerà più nella misera casa dei suoi genitori, dove ha trascorso un’infanzia di privazioni. Il suo amore per la lettura e la sua naturale inclinazione alla solitudine le hanno consentito di andare al college grazie alle borse di studio, per poi intraprendere una piccola carriera di scrittrice.
Improvvisamente, però, tutto si ferma. La malattia irrompe nella vita di Lucy, che si vede costretta in un letto d’ospedale. Dalla sua finestra scintilla il grande grattacielo Chrysler, ed è l’unica cosa che riesce a vedere per molti giorni, visto che suo marito e le sue figlie, presi da numerosi impegni, le fanno visita molto di rado. Dopo i primi giorni di assoluto silenzio e torpore, senza preavviso, Lucy vede comparire accanto al suo letto sua madre.
È una visione quasi onirica all’inizio. I lineamenti sbiaditi, la voce stentorea e i sedativi rendono questa presenza soltanto tratteggiata, eterea. Poi le due donne, quasi che non fossero in effetti due estranee, iniziano a parlare. La madre, in maniera fitta e precipitosa, racconta le sue storie di provincia, di Kathie Nicely lasciata dal marito, di Annie Appleby che è diventata famosa e triste, del fratello che dorme nella stalla con gli animali che il giorno dopo andranno al macello. Chiacchiere che dicono tanto ma non rivelano niente di nessuno. Nemmeno una parola su suo padre e le sue crisi, nemmeno un accenno al loro matrimonio che si trascina come una peso da moltissimi anni, solo considerazioni superficiali e vacue sulle vite e i fallimenti altrui, chiamati in causa come fossero appigli per salvare se stessi. Ma a queste chiacchiere da cui è fuggita molti anni prima, Lucy adesso si aggrappa disperatamente, perché disperato è il bisogno di sentire sua madre vicina.
In questo libro troviamo un fulgido esempio di come un rapporto interrotto e tralasciato per anni, possa lentamente e a fatica riaffiorare in superficie. Nel racconto di Lucy c’è tutta la sua vita: i figli, gli studi, gli artisti che incontra a New York e il suo rapporto con la scrittura. Chiamarla auto-fictionsarebbe riduttivo, quasi offensivo. Elisabeth Strout racconta la storia di Lucy Barton calandosi nelle sue profondità più oscure, per poi risalire lasciando sulla pagina sprazzi di vita prismatica, illuminante.

Recensioni dei clienti

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    luciano

    06/11/2016 14.41.24

    A metà degli anni Ottanta Lucy rimane ricoverata, " fra primavera e estate", in un ospedale di New York e dalla finestra osserva il grattacielo Chrysler, " la cui luce brillava come quella di un faro". Dopo tre settimane di degenza la madre, che non vedeva da molti anni, la va a trovare: " un pomeriggio vidi mia madre seduta ai piedi del letto". E per cinque giorni si raccontano storie sulla loro vita. L'infanzia di Lucy è stata segnata dalla povertà e dall'emarginazione; con il cugino Abel andava a rovistare nei cassonetti vicino ad una pasticceria e di lei e della sua sorella Vicky i bambini, nel parco giochi, dicevano: " la vostra famiglia fa schifo" e scappavano via turandosi il naso con le dita... E di quell'unica storia, la sua storia, Lucy porta dentro di se la "Cosa", la parte più atroce della sua infanzia che la spaventa e le fa battere forte il cuore. Racconto bellissimo.

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    cantarstorie

    04/10/2016 10.59.12

    Libro scritto sul "non detto", sfiorato, con assoluta maestria, tra le parole e gli spazi bianchi "dipinti" nelle pagine. Impalpabile, eppure vicinissimo. E splendido.

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    luigiru

    22/09/2016 09.27.10

    Libro lieve ma non riuscitissimo.

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    Ennio

    06/09/2016 13.27.19

    Mamma mia che tristazza! Lasciate perdere.

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    Umberto Mottola

    09/08/2016 19.02.30

    Romanzo gradevole, pacato, lineare, che comunque ruota intorno ai sentimenti.

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    maria

    09/08/2016 09.03.54

    L'aspettavo come un evento. Invece...

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    Ilaria

    31/07/2016 14.08.56

    Adoro tutto ciò che scrive questa scrittrice 'e il quarto romanzo che leggo e non mi delude mai , certo non è il libro che preferisco tra i suoi che ho letto ma quando uno sa fare il suo mestiere.....

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    Chiara Sav

    17/07/2016 17.15.12

    A me non è piaciuto. Bella l'idea e una parte della trama, ma l'ho trovato un po' noioso e ... insulso.

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    zia dalia

    13/07/2016 13.31.55

    Apprezzo molto la Strout e il suo stile, ma non mi sento di dare il punteggio massimo, perché questa storia mi sembra manchi di alcuni elementi. Una notazione: la Strout è notoriamente una estimatrice della Ferrante; in questo romanzo vi ho ritrovato alcuni elementi de L'amica geniale.

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    Cristiana

    29/06/2016 19.11.16

    Bello. Strano. Completamente d'accordo con tutte le lettrici e i lettori che hanno dato il massimo: scrittura criptica ma molto sapiente. Eppure a mio parere il soggetto del libro è un altro: la solitudine! La solitudine come destino non amato, ma anche come rifugio ed opportunità. Solitudine da affrontare perchè sia feconda,e che invece viene spesso mascherata ed ignorata, inacidendo il cuore dei meno coraggiosi. Solitudine dell'essere madre e dell'essere figlia, ma anche donna, moglie, amica, scrittrice, artista... in tutte le età di una persona e in tutti i periodi della storia. Solitudine nell'impossibilità di dirsi l'amore ma anche nell'incapacità di viverlo nonostante l'estremo e doloroso anelito. Uno stile unico, difficile da rendere; brava la traduttrice! Quel dire tutto col non dire quasi niente. Mi è piaciuto moltissimo ma forse non è di facile lettura e capisco anche i lettori che non lo hanno amato.

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    roberta pasotti

    23/06/2016 17.44.15

    libro deludente

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    Agata

    13/06/2016 08.44.50

    Dopo aver letto 3 suoi romanzi strepitosi questo non è stato all'altezza dei precedenti. Peccato.

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    Roberta

    09/06/2016 10.14.59

    Apprezzo l'autrice per la capacita' che ha nel descrivere situazioni familiari complicate ma l'amore non espresso che traspare tra madre e figlia in questa storia e' travolgente. E' un libro che parla di forza, quella che ha la figlia di fuggire da un passato che l'avrebbe distrutta e quella della madre che prende per la prima volta l'aereo per correre al suo capezzale quando sente che ne ha bisogno, nonostante non si sentano e non si vedano da anni, a causa di un passato di privazioni e di dolore.

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    carol

    05/06/2016 17.59.48

    Strepitoso. Dopo Olive Kitteridge questa scrittrice ha pubblicato un'altro capolavoro. Una scrittura precisa che riesce a raccontare anche quando non racconta. L'autrice domina perfettamente la storia e con pochissimi accenni, il non detto emerge potente. Efficacissimi i dialoghi essenziali fra la madre e la figlia per capire il rapporto che le lega. Originale il metodo narrativo, come se si trattasse di una serie di appunti, di ricordi che arrivano a caso, con la protagonista che cerca di spiegare a se stessa e a chi la leggerà che cosa le è successo e la resa così, che infanzia ha avuto e in che tipo di famiglia è cresciuta. Molte sono le domande che lei stessa si pone e che rimangono senza risposta, così come quelle che avrebbe voglia di fare il lettore. Quanti di noi non se le sono poste e non se le pongono tuttora a proposito delle proprie origini e del proprio vissuto per cercare di trovare un perché a quello che ci succede?

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    Federica

    27/05/2016 10.53.27

    Non mi ha convolto. Mi piace il "non detto" ma qui non si dice quasi nulla e tutto è un po' freddo. Resta una sensazione di insoddisfazione e delusione. Sono d'accordo con Laura: sembra scritto di fretta.

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    LAURA

    19/05/2016 09.49.28

    Attendevo con ansia questo libro.Sono rimasta delusa.Ho amato tutta la precedente produzione della Strout che considero una delle più interessanti scrittrici americane contemporanee.Si sa,il suo stile è volutamente scarno e le emozioni sono sommerse e solo suggerite.Questo è il suo punto di forza e il suo grande pregio.In questo caso,però,posso solo dire che,partendo da un'idea sicuramente interessante(il rapporto di amore non detto tra madre e figlia),la narrazione sia eccessivamente fredda,troppo fredda anche per una scrittrice come Strout.I personaggi di contorno,medico premuroso,fratello,padre avrebbero meritato maggiore spazio. Sensazione finale:libro frettoloso e poco meditato.Mi dispiace veramente

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    MILENA

    14/05/2016 23.35.47

    Elizabeth Strout secondo me è la migliore scrittrice contemporanea.Entra nell'animo umano in punta di piedi. Nei racconti dei suoi personaggi descrive l'umanità e i rapporti familiari come nessun professionista potrà mai fare. Un libro bellissimo come del resto tutti gli altri, ma in Lucy il vuoto che ci portiamo tutti dentro si può persino toccare. MEraviglioso.

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    enza

    12/05/2016 12.28.56

    Un romanzo straordinario: la narrazione dei giorni che una madre e una figlia trascorrono insieme in una stanza di ospedale, davanti al Chrysler Building - che si vede in copertina - incorniciato dalla finestra Il rapporto non è facile, le due donne sono fredde, impacciate e un po' diffidenti. Nascono riflessioni che via via si trasformano da pettegolezzi complici a vere e proprie confidenze personali. Alla fine il romanzo racchiude la vita intera della narratrice (infanzia, matrimoni...) e anche accenni a molte altre vite, raccontate attraverso la chiacchiera, il pettegolezzo, appunto, uno strumento che Elisabeth Strout ha già altre volte utilizzato. Splendido. Dà dipendenza.

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    Giuseppe

    11/05/2016 13.48.19

    Non è al livello dei precedenti romanzi. L'autrice conferma comunque una straordinaria capacità di scrittura. Di questi tempi non è poco.

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    Marcello

    06/05/2016 23.27.40

    Romanzo/racconto di vita molto intimistico, permeato dalla freddezza di amori familiari percepiti, trasmessi ma sempre con un pudore nato dagli stenti di una origine di vita grama. Eppure questo microamore sembra essere sufficiente a tirare avanti una vita sempre però con un fondo di sospetto ed un interrogativo : mamma ma tu mi vuoi bene? Silenzio per una bestiolina. Non mi ha particolarmente coinvolto.

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