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Claudio Magris

Editore: Garzanti Libri
Anno edizione: 2009
Pagine: 273 p. , Rilegato
  • EAN: 9788811683704

Premio Strega 1997.

"Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo. Trascorrendo gli anni, popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, d'isole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l'immagine del suo volto"
Jorge Luis Borges

Microcosmi, l'ultimo lavoro di Claudio Magris, fissa l'attenzione su particolari di singole vite, vite di personaggi noti e celebrati, così come di persone "qualunque", e su luoghi che o la natura (la laguna, la collina...) o gli uomini (il Caffè) o le vicende della storia hanno caricato di significato.

Elemento che attraversa queste pagine è il rapporto col paesaggio, Trieste, il Friuli, l'Adriatico, e il tempo che passa lasciando le sue tracce.

L'attenzione per il particolare che sembra caratterizzare quest'opera di Magris, significa anche uno sguardo attento alla cavità di un albero, al colore del bosco e del mare, ai corrugamenti della montagna "come pieghe su un viso scavato". Rughe, solchi, tracce, lasciate dal tempo nella natura, ma anche appunto sui volti, negli occhi degli uomini e nelle loro coscienze.

Il ripercorrere il passato di un uomo, non è semplice memoria, è sentire ciò che è stato, ben presente, disegnato sui volti e nella voce di ciascuno, "perché i mutamenti, anche quelli del mare e della terra, sono visibili e si consumano sotto gli occhi".

Altro tema che attraversa il libro è quello della "frontiera". Frontiere reali e fittizie, che gli uomini, come in un gioco, nel corso della storia, hanno spostato, annullato, inventato; popoli che via via si sono trovati ad essere italiani, austriaci, jugoslavi, croati, sloveni. Senza ironia, quasi con paterna pietà, per questa infantile, ma tragica volontà di definire identità sempre negate, Magris mostra una folla di personaggi, dalle storie diverse, attori di un piccolo palcoscenico di provincia o protagonisti di eventi che si potrebbero definire "storici", tutti ugualmente parte di un'area, di un bacino culturale, figli di una terra languida e aspra, nelle sue diverse espressioni, così come quel dialetto o, se si vuole, quella lingua.

Figure di poeti, di scrittori, più o meno illustri, popolano questo "microcosmo": l'amore per la parola, parola come forma di ordine mentale, quasi cosmico, come strumento di definizione del reale e del mistero della vita e dell'anima.

Infine un narratore che guida attraverso questa storia/geografia dell'anima, talvolta rivelato, altre sottinteso.

Eppure questa presenza nascosta dà coerenza alle pagine dedicate a Torino, luogo che avrebbe potuto essere quello di "un'Italia civile ed emancipata, soprattutto grazie al proletariato industriale e a una classe liberale aperta al progresso", per riprendere la citazione di Gobetti riportata nel volume.

Malinconia di quello che avrebbe potuto essere e non è stato, ma anche sofferta accettazione del presente: una chiave di lettura che il narratore/guida dà al lettore.

Così come "è inevitabile dimenticarsi d'essere stati dèi", e il tempo rende giustizia (o ingiustizia) alla gloria terrena, però è possibile trarre il senso e il giudizio sugli uomini e sulla storia da questa frase, riferita alla timida moglie dell'"eroe di Canidole": "Ma forse la corona più vera posava, nascosta, sul capo della donna senza nome e senza storia, perché il peso che lei aveva portato era più duro della caccia di un esercito e la gentilezza che il suo volto aveva saputo conservare era una regalità ancora più alta di quella di Paolo, l'eroe di Canidole".

A cura di Wuz.it


Le prime frasi del libro:

Caffè San Marco

Le maschere stanno in alto, sopra il bancone di legno nero intarsiato, che proviene dalla rinomata falegnameria Cante - rinomata almeno un tempo, ma al Caffè San Marco le insegne onorate e la fama durano un po' di più; anche quella di chi, quale unico titolo per essere ricordato, può accampare soltanto - ma non è poco - il fatto di aver passato degli anni a quei tavolini di marmo dalla gamba di ghisa, che finisce in un piedistallo poggiato su zampe di leone, e di aver detto ogni tanto la sua sulla giusta pressione della birra e sull'universo.
Il San Marco è un'arca di Noè, dove c'è posto, senza precedenze né esclusioni, per tutti, per ogni coppia che cerchi rifugio quando fuori piove forte e anche per gli spaiati. A proposito, non ho mai capito quella storia del Diluvio, qualcuno ricorda che dicesse il signor Schönhut, shammes tuttofare dell'adiacente Tempio israelitico, mentre la pioggia picchiava contro i vetri e i grandi alberi del Giardino Pubblico - in fondo a via Battisti, subito a sinistra per chi esce dal Caffè - sbattevano fradici nel vento sotto un cielo di ferro. Se era per i peccati del mondo, tanto valeva farla finita una volta per tutte, perché distruggere e poi ricominciare daccapo? Mica le cose sono andate meglio, dopo; anzi, macelli e crudeltà a non finire, eppure niente più diluvi, addirittura la promessa di non estirpare la vita dalla terra.
Ma perché tanta pietà per gli assassini venuti dopo e nessuna per quelli di prima, affogati tutti come topi? Lui doveva ben sapere che con ogni vivente, bestia o uomo, entrava nell'arca il male; quei tipi che gli avevano fatto compassione si portavano dentro i germi di tutte le epidemie di odio e dolore destinate a scatenarsi sino alla fine dei tempi. E il signor Schönhut si beveva la birra, sicuro che la cosa finisse lì, perché lui poteva dire quello che voleva del Dio d'Israele, anche peste e corna, tutto restava in famiglia, ma da parte degli altri sarebbe stata un'indelicatezza e, in certi periodi, una bella vigliaccata.
Lei è tutto spettinato, vada alla toilette a rassettarsi, così gli aveva detto quella volta, severamente, l'anziana signora. Per andare alla toilette, chi è seduto nella sala in cui si trova il bancone deve passare sotto le maschere, sotto quegli occhi che sbirciano avidi e spaventati. Lo sfondo che circonda quelle facce è nero, un buio in cui il Carnevale accende labbra e guance scarlatte; un naso pende sguaiato e ricurvo, uncino buono per afferrare qualcuno che sta là sotto e trascinarlo in quella festa oscura. Pare - le attribuzioni pittoriche sono incerte, nonostante la pazienza di studiosi che cercano di accertarle come se il San Marco fosse un tempio antico - che quei volti o alcuni di essi siano di Pietro Lucano, il quale nella chiesa del Sacro Cuore - non troppo distante dal Caffè, basta attraversare il Giardino Pubblico o risalire via Marconi, che lo costeggia - ha dipinto i due angeli dell'abside che reggono due cerchi di fuoco, saltimbanchi dell'eternità cui l'artista fu costretto, dai padri gesuiti, ad allungare il gonnellino quasi sino alle caviglie, per non lasciarne scoperte le gambe androgine.
Alcuni sostengono che qualche maschera sia di Timmel, forse autore di quella di una dama in un'altra sala. L'ipotesi è vacillante; indubbiamente a quell'epoca, verso la fine degli anni Trenta, "il preferito della strada", come amava definirsi il randagio pittore nato a Vienna e venuto a completare la sua autodistruzione a Trieste, si procurava qualche sera sopportabile, capace di distrarlo per qualche ora dall'impossibilità di vivere, nei caffè, regalando qualche piccolo capolavoro a uno o all'altro dei ricchi commercianti triestini, mecenati per i quali un artista era un orso da far ballare e inciampare, in cambio di generose bevute che gli permettevano di passare la serata e a poco a poco lo mandavano a fondo.
Timmel si reinventava la propria infanzia, raccontando che la meningite avuta da bambino era una menzogna escogitata dai suoi genitori per odio verso di lui, e scriveva, mentre la sua mente e la sua memoria si sfaldavano, il Magico taccuino, miscuglio di folgoranti epifanie liriche e di singulti verbali prossimi all'afasia e sbriciolati dall'amnesia, ch'egli chiamava nostalgia, desiderio di cancellare tutti i nomi e tutti i segni che irretiscono l'individuo nel mondo. Il viandante ribelle, che avrebbe finito i suoi giorni nel manicomio, cercava, già prima di questo estremo rifugio, di sfuggire ai tentacoli della realtà chiudendosi in un'inerzia vuota e vertiginosa, "accantucciandosi ozioso e disinteressato" a mani incrociate, immobile e appagato di sentirsi roteare insieme alla terra nel vuoto. Cercava la passività e celebrava il fascismo, che lo liberava dagli assilli della responsabilità e gli risparmiava lo scacco di inseguire la libertà senza trovarla, risospingendolo nella sottomissione dell'infanzia: "bisogna assolutamente dipendere per raggiungere l'atmosfera beata".