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Alejandro Zambra

Traduttore: M. Nicola
Collana: Il contesto
Anno edizione: 2015
Pagine: 216 p. , Brossura
  • EAN: 9788838933165
  Pur in modo incoerente – finora tre libri usciti con tre editori diversi e altrettanti traduttori – l'editoria italiana in crisi e tendenzialmente votata a operazioni commerciali, non ha potuto ignorare Alejandro Zambra, incluso dalla rivista "Granta" nel 2010 fra i migliori scrittori contemporanei in lingua spagnola del mondo. Salvo l'ultimo libro non ancora uscito in Italia – Facsímil (Sexto Piso, 2015) – in cui il quarantenne autore cileno si spinge verso uno sperimentalismo più audace, l'originalità di Zambra potrebbe non sembrare tale, potendo in parte ascrivere la sua opera a quel genere autofinzionale molto in voga fra i narratori della sua generazione. È pur vero, tuttavia, che Zambra fa parte di una generazione di scrittori che hanno vissuto l'infanzia durante un regime da cui i genitori hanno cercato di metterli al riparo tacendo. Perciò lo sguardo di questi narratori – fra cui Lina Meruane, Alejandra Costamagna, Rafael Gumucio – finisce per avere diversi punti in comune, come il tentativo di riempire i vuoti lasciati da tali silenzi con una forte tendenza all'autobiografismo in cui la memoria transita senza posa dall'intimità alla politica. Questa "letteratura dei figli", come la definisce lo stesso Zambra, conferma che "per spiegare qualunque cosa, in Cile, è necessario far riferimento alla dittatura". L'aver vissuto contemporaneamente la transizione alla democrazia e l'adolescenza ha, infatti, lasciato una scia di disagio nata dall'impressione che i problemi fossero stati solo archiviati: "L'adolescenza era vera. La democrazia no", afferma sintetico e lapidario il narratore del racconto omonimo con cui si apre I miei documenti. Si sa che il racconto non è un genere molto amato nel nostro paese, e di contro molto praticato nelle Americhe. Tuttavia, almeno nei primi due terzi di questa raccolta, sia che la narrazione si svolga in prima persona, sia che si tratti di un indiretto libero, il lettore ha la percezione di una continuità che è data da elementi che si riconoscono come autobiografici, per cui i diversi brani si leggono quasi come capitoli di un romanzo. Particolarmente riusciti sono, appunto, I miei documenti, dove con la metafora del computer (il padre), e della macchina da scrivere (la madre), Zambra dà avvio a un resoconto autobiografico per frammenti, scandito dal passaggio da un'infanzia vissuta all'ombra della prodigiosa macchina da scrivere elettrica – "con quella finestrella dove le parole si accumulavano finché una raffica improvvisa le inchiodava sulla carta" –, a quello astruso, enorme e incomprensibile dei primi computer nell'ufficio del padre, così come più tardi, nel collegio dei preti, un certo entusiasmo religioso formalizzato nell'aspirazione a diventare chierichetto, si scontreranno con l'ipocrisia e il conformismo pretesco che gli faranno presto cambiare fede: "In quello stesso momento smisi di essere cattolico. Immagino che fu allora che cominciò a estinguersi il mio sentimento religioso. Non ebbi mai, in ogni caso, quei rovelli razionali sull'esistenza di Dio, forse perché poi incominciai a credere, in modo ingenuo, intenso e assoluto, nella letteratura". Il corsivo è nostro: è infatti in questi tre aggettivi che sembra di poter riassumere lo sguardo di Zambra scrittore, il quale, grazie alla sua eccezionale abilità nel riprodurre lo straniamento infantile, ci fa vivere prima lo stupore di un bambino, poi la frustrazione che comporta l'apprendistato alla vita e, infine, il caparbio votarsi allo scrivere, facendo partecipe il lettore dei suoi più infimi meccanismi. Non so se queste continue confidenze sulla scrittura nel suo farsi affascinino tutti i lettori, o solo quelli che non abbisognano della suspention of disbelief per godere di una narrazione e, anzi, amano la dialettica, da alcuni definita postmoderna, fra verità e finzione. Certo è che i testi di Zambra ne sono costellati: "Il suo lavoro consiste, anche, nel dimenticare, o nel far finta di ricordare quello che ha dimenticato", dice il narratore di Ritratto a memoria, che è uno scrittore cui è stato commissionato un racconto poliziesco, al centro del quale mette una ragazza del suo passato attribuendole azioni fittizie. Come a dire che è difficile ricordare senza inventare e viceversa, ovvero che la finzione è alla base stessa del processo mnemonico, per cui i distinguo che appassionano tanto gli studiosi dell'autobiografia non hanno ragione di esistere là dove narrare e narrarsi è un processo fluido in cui si entra e si esce senza soluzione di continuità. Impossibile, ad esempio, non identificare come la stessa persona – alias l'autore – il personaggio Max di Ricordi di un personal computer e il narratore in prima persona di Io fumavo benissimo, in cui ricorrre l'idea paradossale e venata di humour, a sua volta ispirata al famoso racconto di Juan Ramón Ribeyro (cfr. Solo per fumatori, La Nuova Frontiera, 2013) che mette in dipendenza reciproca il fumo e la scrittura: "Fumava molto mentre scriveva, o piuttosto scriveva poco mentre fumava molto, perché la sua velocità di fumatore era notevolmente superiore alla sua velocità di scrittore".   Vittoria Martinetto