Editore: Adelphi
Anno edizione: 2009
In commercio dal: 21 ottobre 2009
Pagine: 133 p., Brossura
  • EAN: 9788845924378
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Descrizione
Supremamente ottuso è per Bernhard il mondo dei premi letterari, di cui traccia un ritratto insieme crudele e divertentissimo, senza risparmiare frecciate a nessuno, neanche a se stesso: "Tutto era repellente, ma più repellente di tutto trovavo me stesso" dice a proposito del premio Franz Theodor Csokor. Al grottesco balletto prendono parte stolidi largitori e beneficati vanesi; ministre che russano durante i panegirici per poi risvegliarsi di botto sbraitando imperiose: "Ma dove si è cacciato il nostro scrittorello?"; conferitori di attestati e di prebende che, scambiando il sesso dei poeti laureandi, parlano con disinvoltura della "signora Bernhard"; politici opportunisti e di abissale ignoranza preoccupati solo di fare passerella; giurie letterarie insipienti ma ben liete di trasferirsi, spesate di tutto, nei migliori alberghi e ristoranti; finanziatori che con un esborso spudoratamente basso si assicurano pubblicità a buon mercato e una fama di generosi mecenati; e grossolani esponenti dell'industria che presentandolo parlano diffusamente dello "straniero nato in Olanda", il quale però "già da qualche tempo vive tra noi", e al quale attribuiscono senza fare una piega un fantomatico romanzo ambientato in un'isola del Sud. "Se qualcuno offre del denaro vuol dire che ne ha ed è giusto alleggerirlo" pensa tuttavia Bernhard, e non nega affatto di averlo speso volentieri, soprattutto se gli ha dato l'occasione per comprarsi finalmente una Triumph Herald.

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    MD

    08/10/2018 07:14:32

    [3] La prosa bernhardiana rientra perfettamente nella definizione; egli, scrivendo, non prende a prestito o allegorizza i sistemi filosofici che la storia del pensiero ha prodotto. Il suo accalorarsi intorno ad alcuni temi o nodi del pensiero, il suo citare i nomi di filosofi famosi è come un mantra ripetuto con diffidenza, eppure fatto per una necessità dell’uomo interiore di ammonire, di dire infinitamente il proprio pensiero pur sapendo che questo parlare è già un modo di corrompere il pensiero stesso. Che ciò nonostante trapela dal dettato delle parole in tutta la sua «permanenza» di fronte alla contingenza dei fatti e delle dinamiche politiche e sociali. E qui si torna a un’affermazione di Iosif Brodskij: “The revulsion, irony, or indifference often expressed by literature toward the state is essentially the reaction of the permanent – better yet, the infinite – against the temporary, against the finite” (“On Grief and Reason: Essays”, New York: Farrar Straus Giroux, 1995). Un orizzonte riportato al suo livello zero, nel quale la stessa tradizione si azzera, perde di peso, e – tremenda e ironica imminenza – si muove senza quasi attriti il compulsivo meccanismo del pensiero perfetto nella sua autodistruttiva affabulazione. Nulla accade perché tutto infinitamente accada.

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    MD

    08/10/2018 07:14:02

    [2] Davanti all’Accademia, malgrado queste amare consapevolezze, pensa ancora per un momento che quel singolo premio faccia eccezione, che lo avrebbero accolto con il rispetto dovutogli; ma nessuno si accorge della sua presenza. Oggi sappiamo perché un autore di culto come Thomas Bernhard, un tale outsider e un’anima così nera, sia ‘per definitionem’ inconciliabile con il clima diplomatico e moralmente ipocrita di molti premi letterari, e quanto le recriminazioni esposte nella prosa del “Nipote di Wittgenstein” e ne “I miei premi” siano ancora oggi attuali e non solo, ma legittime anche. Ma non vorrei cercare rifugio nel facile sarcasmo. Né aggiungere che per lo scrittore Bernhard confrontarsi con le fredde procedure di un premio letterario dove nessuno conosce davvero la sua opera e chi lui sia, è qualcosa che pesa come una gobba sulla schiena. Ma è lecito, a questo punto, definire Bernhard semplicemente un’anima nera, un fuoricasta, un reietto, un paria della letteratura rispetto alla società e alla politica austro-viennese? È ovvio che in lui e nella sua prosa sono riecheggiati molti aspetti del carattere austriaco e non, come l’ironia beffarda di Voltaire, ma il punto di consonanza più profonda di Bernhard è con questa definizione dell’artista pensata da Gombrowicz: “The artist doesn’t think, if by ‘thinking’ we mean the elaboration of a chain of concepts. In him thought is born from contact with the matter which it forms, like something auxiliary, like the demands of matter itself, like the requirement of a form in the process of being born. Truth is less important to the artist than that his work should succeed, that it should come to life. My ‘thoughts’ were formed together with my work, they gnawed their way perversely and tenaciously into a world which gradually revealed itself.” (Witold Gombrowicz, “A Kind of Testament”, trans. Alistair Hamilton, ed. Dominique de Roux | London: Calder and Boyars, 1973).

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    MD

    08/10/2018 07:13:16

    [1] Mentre Thomas Bernhard sedeva fra le persone del pubblico giunto per assistere all’assegnazione del Premio letterario, anonimo e indisturbato era di nuovo il giornalista free-lance che, fra gli anni 1952-55, non firmava neppure i suoi articoli, o nel migliore dei casi appuntava in calce le sue iniziali ‘Th. B.’, ‘Th.’. Aveva già pubblicato qualche breve racconto come “Die verrückte Magdalena” o “Der grosse Hunger” (15 ottobre, 1953). Quella schermatura, quell’essersi dato alla macchia non era per Bernhard una reale uscita di scena, alla Barry Lindon di Kubrick per intenderci, egli continuava a far parte di quell’idea che tutto il mondo sia teatro (“all the world’s a stage”), ma, come Bernhard spiegherà in “Drei Tage” (“Der Italiener”, 1971 – lo stesso anno del Premio Grillparzer) si trattava di un ‘cambiamento di scena’ («Schauplätze wechseln»), per evidenziare l’arbitrarietà e l’irrealtà che aleggiano intorno a certe scene. Un’irrealtà dei comportamenti e della mentalità – e il cambio di scena era per Bernhard un modo per emanciparsi dall’eredità spirituale della famiglia, dall’educazione scolastica, dalla gretta mentalità dei Premi letterari. Equivaleva, insomma, ad un cambio di programma, ad una piccola forma di libertà personale – come per un musicista il ‘tempo rubato’ – che, però, poco dopo lo ha già di nuovo messo all’angolo, in trappola: e il cambiamento è solo e sempre il passaggio da qualcosa di artificiale a qualcos’altro di sommamente artificiale e fasullo. Un banale cambio di sceneggiatura. In questa finzione sta probabilmente gran parte del fascino di quella che Aldo G. Gargani chiamerà la “verità mediata della letteratura”: una possibile variazione del rapporto fra linguaggio e mondo indotta dalla consapevolezza della loro altrettanto fittizia e magica relazione.

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    Cristiano Cant

    23/05/2014 11:02:41

    Tutte le derisioni e gli sprezzi di cui è capace una penna maestosamente misantropa come quella di Bernhard qui riuniti a rovesciare integralmente una vanità e un tributo alla sua gloria come rancorose barzellette senza un filo di rispetto. Nel gioco entra naturalmente e soprattutto anche lui, l'autore, ficcanaso elegantemente fiero di stare in questa recita penosa, ma col dispetto e lo sguardo di chi detesta un mondo letterario che è solo vuota meschinità di leccapiedi e omaggi di una lercia stupidità fin troppo palese. Disgusto reso vetriolo su pagine incantevoli, l'eterno j'accuse al disastrato mondo delle lettere e ai loro fidi decerebrati nella prosa di un autore mai tanto cattivo veritiero e divertente come in questo libro.

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    Alessandro Corradi

    17/11/2009 19:53:44

    Un lapsus credo: "Gelo" è stato tradotto per Einaudi decenni fa, ed è stato riedito nel 2008 - sempre da Einaudi. Il più importante titolo in prosa rimasto da tradurre è "Gehen". Ma direi che ci sono poche speranze.

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    ernesto sgarano

    03/11/2009 12:53:21

    I pochi autentici affezionati ed appassionati lettori di Bernhard ancora aspettano la traduzione di Gelo e magari le ri-edizioni (anche non da Einaudi) di Correzione e La Fornace. Invece esce con una traduzione che non nasconde qualche lieve pecca (forse la furia di andare in libreria) questo pamphlet sui Premi Letterari. La solita feroce invettiva di TB che non troverà impreparato il lettore fedele dell'immenso scrittore austriaco. Già in alcune pagine del Nipote di Wittgenstein si percorre passo passo ciò che si rilegge, volentieri, qui. E stavolta "la persona della sua vita" (Hedwig Stavianicek) assume le sembianze inaspettate della "zia". Spero solo sia l'ennesimo divertissment bernhardiano sul celare ed esporre piccoli e grandi particolari della usa vita, e non una imprevedibile libertà di traduzione di questa Ciancia (il cognome, in effetti, non promette un granché, se mi si passa un sarcasmo simile a quello del "nostro") la quale in altra pagina traduce dal tedesco Baumgartnerhohe in Baumgartnerhohe, cosa francamente non difficile, laddove la stessa definizione era quella giusta sempre nel Nipote di Wittgenstein, fin dall'inizio del libro, con Altura Baumgartner, visto che Hohe in tedesco significa Altura o Collinetta. Un Bernhard più facile da leggere, questo di Premi Letterari. Arriverà il giorno della riscossa per uno dei più grandi scrittori europei di sempre. Magari con la stessa fortuna che toccò a un Mahler che non "decollò" mai fino a quella colonna sonora dell'Adagietto dalla Quinta Sinfonia infilata nella Morte a Venezia di Visconti. "Non se ne può più di questo Mahler, anche Mahler è tutto una messinscena" scrive Bernhard in Antichi Maestri, deridendo Mahler e amandolo, nel suo stile inconfondibile del vilipendio e dell'amore sotto la cenere. Mahler che riposa nel cimitero di Grinzing, a Vienna, a circa venti metri dalla tomba promiscua dove, insieme alla "zia" Hedwig Stavianicek, riposa, come si suol dire, TB.

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