I migliori anni della nostra vita - Ernesto Ferrero - copertina
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Descrizione

La storia degli anni d'oro della casa editrice Einaudi attraverso il racconto di uno dei suoi più prestigiosi collaboratori. Una sequenza di ritratti di figure come Natalia Ginzburg, Cesare Pavese, Italo Calvino, Davide Lajolo, Carlo Emilio Gadda, Leonardo Sciascia, Primo Levi, Gianfranco Contini, Delio Cantimori, Carlo Dionisotti. Le speranze, le ambizioni, le passioni di un editore. "I migliori anni della nostra vita" è a suo modo un libro epico, e come tutti gli epos si porta appresso un valore di esemplarità cui le nuove generazioni hanno diritto di accedere. Ferrero, saggista e scrittore, è stato direttore editoriale di Einaudi e Garzanti, e direttore letterario di Mondadori. Dal 1998 è direttore della Fiera del Libro di Torino.
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2005
12 settembre 2005
214 p., Brossura
9788807490385

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annalisa
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una bella fetta di storia dell'Italia con visione introspettiva dei personaggi chiave del dopoguerra. Stupendo e come sempre magnificamente scritto

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Giacomo
Recensioni: 5/5

Felicità.

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Monte Angelo
Recensioni: 5/5

E' possibile cambiare il mondo con i libri? Non so ma di certo è possibile sognare di cambiarlo anche utilizzando i libri! Di questo testo intenso che mi ha entusismato dalla prima all'ultima pagina vorrei condividere con voi una lettera...... sono poche frasi scritte più di sessant'anni fa da un padre ad un figlio. Nel settembre 1943 temendo di finire come ostaggio nelle mani della Repubblica di Salò Luigi Einaudi,futuro Primo presidente della Repubblica Italiana, decide di riparare in Svizzera! Rimarrà a Losanna con la famiglia fino al dicembre 1944 ma ,quando nell'agosto dello stesso anno il figlio Giulio, fondatore nel 1933 della casa editrice Einaudi, decide di rientrare in Italia, volle fargli avere un messaggio d'incoraggiamento.Il padre Luigi mandava la sua benedizione "al figlio che si allontana per compiere quello che egli crede essere il suo dovere " Giulio aveva creato "un'impresa che è stata e sarà ancora una fiaccola luminosa nella vita spirituale italiana. Suo merito era di non essersi "inchinato ai potenti del giorno e aver seguito la via della verità. Nessuno sa quale sia la verità vera; sappiamo solo che essa non è quella che è comandata." Dunque Luigi invitava il figlio a battersi sempre per preservare "il bene supremo della libertà di negare la verità ufficiale". Concludeva: " Tu sei stato qualcuno e lo sarai di nuovo; sarai, non so se il più grande economicamente, che non conta nulla, il capo spirituale nel tuo ramo, se continuerai a tenerti fermo al principio che ti ha tratto in alto dal gregge: cercare dappertutto la parola di verità, la parola di chi scrive come pensa, anche se quella parola è diversa e opposta a quella di chi comanda, anche se è diversa dalla tua. Sii sempre quel che fosti in passato". "......occorre vivere su noi stessi, e costruire la nostra vita di domani, intessuta di passato e di presente, in una volontà incrollabile di 'meglio'. Solo così, forse, si dà un senso alla vita". Giulio Einaudi

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Voce della critica

Si legge d'un fiato e con animo accorto quest'ultimo libro di Ernesto Ferrero dedicato a casa Einaudi. Molte invero sono le notizie risapute, ma altrettanto numerosi sono gli accenti che conferiscono unicità alla testimonianza di chi nei cubicoli di via Biancamano ha goduto per quasi un trentennio di un ruolo privilegiato, attivamente partecipe. La rassegna dei fatti e dei caratteri è vivace, persino virtuosa nel suo svariare unitario. E tuttavia giunti all'ultima pagina si resta sospesi, malsicuri, a causa di un tono sempre bilicante tra nostalgia e disincanto, sobrietà pudica e verve iconoclasta. Il titolo stesso non sembra sottrarsi a una duplicità insidiosa, che gli deriva dal valore affermativo e insieme sottilmente ironico, antifrastico. Come se nell'evocare il lungo tirocinio professionale Ferrero sia stato preso da un'irresolutezza, da una mora nel giudizio. Da un lato, certo, sta una contemporaneità proterva e volgare, intimamente asservita ai riti dell'efficientismo utilitarista: e dunque il rimpianto, il culto struggente per figure leggendarie di ieri; ma d'altra parte, in quel medesimo ieri, alberga l'aristocraticismo bizzoso e impreditorialmente pressapochista del divo Giulio, l'Editore, a favore al quale non sono previste attenuanti.
In questo senso il libro appare disponibile, aperto, e più per resa di fronte a due negazioni o idiosincrasie concorrenti che per disegno strategico. La sua tipologia ibrida rimanda del resto a modelli e a nomi diversi: certamente Guido Davico Bonino di Alfabeto Einaudi e Antonio Franchini di Cronaca della fine , già incamminati sulla strada del romanzo editoriale, sottocategoria emergente e non del tutto ortodossa del künstlerroman , o racconto di un apprendistato artistico. Quindi Natalia Ginzburg di Lessico famigliare e forse meglio Lalla Romano delle Parole tra noi leggère , da cui deriva un certo gusto per il levare, la rarefazione aforistica quando non epigrammatica del resoconto, il comporre per ritratti, moralità, dialogismi brevi.
Ne sortisce un peculiare autobiografismo d'ambiente, che al fitto corollario di personaggi concede il proscenio e al narratore di prima persona un ruolo strategicamente defilato. Senza dubbio Ferrero Ernesto c'è, appare sulla pagina, ma sempre un po' meno di quanto si vorrebbe. Lo intravediamo venticinquenne, nella primavera del 1963, a un colloquio di lavoro dinnanzi alla direzione Einaudi schierata, colmo di letteratura tardo neorealista e poi di sogni registici alla maniera di Bergman. Ci accorgiamo appena delle sue stringate remissioni di colpa: il rifiuto apposto a uno dei tanti manoscritti di Morselli, una certa acredine sessantottesca e antiaccademica che suscita i furori di Franco Venturi. Soprattutto abbiamo da coglierne gli estremi esistenziali; quando infervorato di miraggi libreschi prende posto in via Biancamano ("Ero gonfio di ammirazione e di orgoglio per gli Einaudi"), e quando ormai quarantenne patisce di un polemico distacco: "I difetti dell'Editore mi erano diventati insopportabili".
Gratificato di una costante e ambigua antonomasia, è proprio lui, "l'Editore", il vero protagonista di I migliori anni della nostra vita . Ben presto si impone alla nostra attenzione per lo snobismo irrefrenabile, lo sfarzo esibito neanche fosse D'Annunzio, il gusto per le contrapposizioni personali, il sarcasmo, la curiosità pettegola, il senso di superiorità screziato di tendenze gaffistiche, il giovanilismo spregiudicato e tardivo, l'onnipotenza addirittura infantile di chi non intende ragioni. Un vero figlio di papà, insomma, un dandy sospinto dalla metafisica dei tempi verso il progressismo politico-culturale, a cui è lecito concedere una tregua pietosa, un risarcimento alla memoria, solo in occasione del disastro personale: "Non fu mai tanto grande come nei mesi, negli anni in cui fu costretto a restare fuori da via Biancamano".
Eppure a lui si deve anche tutto il positivo di casa Einaudi. Una qualità intellettuale, intanto, un retaggio di rapporti umani che sembra trasfigurare in utopia concreta. Due temi concorrono a celebrare il mito dello Struzzo: l'uno di tipo cromatico, il bianco, indice di una distinzione preziosa e confortevole, l'altro è la felicità, un ideale di pienezza etica da portare nel lavoro e nel mondo a venire. La redazione in cui si discutono e si decidono i libri appare volta a volta come "Olimpo", "tempio", "falansterio", "famiglia"; è il luogo eletto in cui i valori neoilluministi e cosmopoliti filtrano e poi si spandono nel paese a condizione di una piemontesità realizzata e orgogliosamente autosufficiente. Pavese e Bollati, il naturalizzato Calvino, Cerati, Ponchiroli, Nuto Revelli, Mila ne incarnano l'essenza, e solo in omaggio a questa essenza o natura le porte vengono aperte con fiuto generoso a Vittorini e Morante, Gadda, Pasolini, Sciascia. Con le sue vetrofanie e le porcellane di Rosenthal, casa Einaudi è custode di un prestigio che si dà, si offre, ma che non può essere condiviso.
Malauguratamente, l'utopia concreta di via Biancamano aveva elementi di fragilità, anche velleitaria, che Ferrero non può fare a meno di richiamare. "V'erano libri già stampati - osserva - che non uscivano perché nessuno avevano ancora pensato a scrivere il risvolto". Nessuna carica, grado o organigramma interviene a turbare l'operosità collegiale, il confine tra ciò che è azienda e ciò che è interesse privato viene varcato di frequente, redazione e settore amministrativo sembrano pianeti incomunicanti, non uno degli editor capisce di conti, né vuole saperne qualcosa, "per rimozione e viltà". Giacché casa Einaudi era sì un luogo di valori, ma culturali, e nella chiarità assidua delle sue stanze "la parola mercato era rigorosamente bandita".
Sappiamo bene quando e come gli dei dell'olimpo einaudiano caddero sulla terra. L'autore, tuttavia, non ci aiuta a comprendere l'altro aspetto del problema, o meglio il suo reciproco: e cioè come un tale miracolo abbia potuto protrarsi per cinquant'anni. Preso tra i due Giulii, Einaudi e Bollati, beatifica il secondo: "Sua è l'impronta della casa editrice, il suo avere qualcosa di una Fondazione, di una University Press, di un ministero della Cultura, e insieme la libertà elegante di un laboratorio privato". E d'accordo, il marchio Einaudi fu unico e grande finché conciliò tutto questo, e smise di esserlo quando lotte intestine ne pregiudicarono l'equilibrio. Ma intanto era cambiata l'Italia: il prestigio umanistico, vocato a una percezione kantianamente senza scopo del lavoro culturale, sempre più aveva da confrontarsi con l'universo sommamente finalizzato dell'impresa. Al di là di insufficienze o errori individuali, il falansterio torinese cadde quando risultò insostenibile il curioso connubio tra aspirazioni idealmente egemoniche e volontarismo artigianale. Quando la felicità fourierista non solo prese le forme di una souffrance , esistenziale e finanziaria, ma lasciò intravedere il modernismo attardato su cui si reggeva.
Di una simile felicità Ferrero reca traccia attraverso lo stile, nel metaforismo preciso di cui si alimentano i ritratti di Clavino, di Lalla Romano, di Pasolini, "un atzeco al tempo stesso sacerdote e vittima", "un san Francesco della trasgressione che cercava il divino negli ingorghi del sangue". C'è giustezza, concisione espressiva quasi in ogni momento del libro, forse persino ellissi del dolore quanto più si mostra insopportabile: l'occultamento tra le righe del suicidio di Lucentini, quello preparato e poi narrativamente omesso di Primo Levi, il fiore bianco del rincospermo che adorna la tomba di Calvino.
Il sospetto è che gli anni migliori della vita di Ferrero siano questi, di oggi, non gli altri: che qui e ora si compia un destino romanticamente intravisto nella lontana primavera del 1963. La felicità non grandeggia mai nel momento in cui si allontana da noi, ma quando la si percepisce, netta e pulsante, il resto è nostalgia. E per chiudere battibeccando: efficace e godibilissimo al pari di tutti gli altri il ritratto di Guido Ceronetti, tranne che al presente il suo "irrazionale" non ha più nulla di "pittoresco", anzi è dominante, pervasivo; e tranne che del suo "catastrofismo", acre, fondamentalmente antiumano, tutto si può dire fuorché "biblico".

Bruno Pischedda

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Ernesto Ferrero

1938, Torino

inizia a lavorare nell'editoria nel 1963, quando diventa il responsabile dell'ufficio stampa della Casa Editrice Einaudi. Alla fine degli anni '70 Ferrero è direttore letterario della Einaudi; negli anni '84-'89 è direttore editoriale. Altre esperienze di lavoro lo vedranno segretario generale della Boringhieri, direttore editoriale in Garzanti e direttore letterario presso Mondadori. Nel 1998 è chiamato a dirigere la Fiera Internazionale del libro di Torino (Fiera del Libro).I suoi interessi di saggista si indirizzano alla linguistica e alla critica letteraria. Nel 1972 pubblica I gerghi della mala dal '400 a oggi (Oscar Mondadori, Premio Viareggio Opera prima), poi interamente ripensato, aggiornato e ampliato nel Dizionario storico dei gerghi italiani (Mondadori, 1991)....

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