Editore: Edizioni Lavoro
Collana: L'altra riva
Anno edizione: 1998
In commercio dal: 1 ottobre 1998
Pagine: 152 p.
  • EAN: 9788879108133
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recensioni di Bartuli, E. L'Indice del 1999, n. 04

Nel 1995, sulla soglia dei suoi cinquant’anni, Rashid Daif – arabo, libanese, docente universitario, "appassionato navigatore di Internet", affermato poeta e abile narratore – decide di raccontare eventi e sentimenti che hanno attraversato i primi trent’anni della sua vita e, per farlo, sceglie di indirizzare una lunga epistola a un ascoltatore quantomeno inusuale, Kawabata Yasunari, premio Nobel 1968 per la letteratura. Il perché della scelta di un tale interlocutore (e, di conseguenza, del titolo stesso del racconto) viene rapidamente alla luce: Daif si propone di ripercorrere il sentiero indicatogli da Kawabata in Il maestro di Go, ovverosia vuole "parlare, a partire da eventi normali, dello scontro tra i tempi moderni – cioè la modernità provocatoria e minacciosa – e quelli antichi, cioè la tradizione". Che Kawabata sia morto suicida nel 1972 non sembra preoccupare Daif, che, anzi, conclude la sua lettera con un curioso post scriptum: "spero che troverai il tempo per rispondermi". Questa chiusa incongrua, ben lungi dall’essere unicamente una delle molte amenità che costellano l’intera opera, avvalora, a lettura ultimata, la sensazione che tutto il racconto affondi le radici in una serie di riflessioni sulla transitorietà del tempo storico. Il presente, infatti, appare descritto come effimera realtà che l’uomo talvolta si illude di poter controllare; e, di contraltare, affiora spesso la convinzione che l’unico vero artefice della Storia altro non sia che l’interazione del passato col futuro. Alla luce di queste considerazioni, e sottolineando che parlare del passato della collettività è "difficile esattamente quanto parlare del futuro", Daif compone un affresco della società libanese nel trentennio immediatamente a ridosso della guerra civile ("Sono qui per prenderti per mano e mostrarti la mia patria").

Partendo, dunque, da sé e dalla sua memoria personale, dedica la prima parte del libro alla sua infanzia, che si è srotolata in un villaggio sulle montagne. Rompendo le regole della retorica e del lirismo spesso massicciamente presenti nelle lettere arabe e scegliendo di proposito un linguaggio spoglio che riporta all’essenziale nudità dell’individuo e della situazione descritta, Daif racconta la quotidianità libanese anni cinquanta e sessanta e si sofferma sull’incontro-scontro tra la generazione più anziana, infarcita di tradizionalismo retrivo, e la pletora di ragazzini – ivi compreso egli stesso – che, in virtù di un accesso sempre più semplificato all’istruzione scolastica, entra in contatto con la modernità della scienza contemporanea. Ma – contrariamente a quanto hanno fatto prima di lui molti scrittori meno iconoclasti, ribelli e fantasiosi – anche in questo frangente Rashid Daif ci dice, sarcastico, che nulla al mondo è solamente quel che appare. Suo padre, ad esempio, severo e intransigente sulla scia di molti altri padri-padroni delle lettere arabe e non solo arabe, è ben lontano dall’essere un personaggio monocorde, e la sua poliedricità occhieggia da brevi affermazioni delucidanti ("quando mio padre amava, quando mostrava il suo amore, ti faceva prigioniero, e il suo affetto ti scioglieva il cuore"). Analogamente, sua madre rispecchia i cliché tradizionali della donna sottomessa, mite e riservata, ma ciò non esime dal constatare che "se non avesse avuto voglia di fare qualcosa, nessuno al mondo l’avrebbe potuta costringere a farlo, e mio padre meno di tutti". E i giovani, infine, pur essendo provocatori e saccentoni come la gioventù di ogni latitudine, vivono nel loro intimo grandi spaesamenti. In loro, racconta Daif, la grande paura generata dal "conflitto tra la verità scientifica e Dio", si placa grazie ai bei regali che la vita offre loro: "la circumnavigazione di Gagarin nello spazio, la rivoluzione cubana, il magnifico epilogo della rivoluzione algerina, la nazionalizzazione del Canale di Suez" e, soprattutto, "il dramma di Brecht sulla vita di Galileo. L’opera del compagno, drammaturgo, comunista Bertolt Brecht!".

Si apre su queste affermazioni la seconda parte del racconto, un dettagliato resoconto dell’iniziazione politica di Daif e della sua adesione, negli anni sessanta, al partito e alla logica marxista. Con queste pagine – che ci piace immaginare destinate a sovvertire alcuni dei più diffusi pregiudizi occidentali – Daif sottopone a Kawabata una inedita angolatura della complessità libanese e mediorientale, dimostrando, tra l’altro, come l’affiliazione religiosa non sia di una logica implacabile. Narra, infatti, come egli stesso, un maronita – e quindi per nascita destinato a un’appartenenza che si vuole cristiana, falangista, di destra e anti-palestinese –, abbia scelto di vivere la guerra a Beirut Ovest, la parte della città identificata come musulmana, sinistrorsa e pro-palestinese. E non dimentica, quasi a corollario della sua ribellione, di reclamare l’orgoglio della propria arabicità ("meno male che sono nato arabo [...] mi piace essere arabo, così come mi piace la luce del mio paese e odio il freddo").

Travalicando con eccezionale maestria il luogo e il tempo degli accadimenti, Mio caro Kawabata riesce nella difficile impresa di coniugare la particolarità con l’universale.In un’alternanza di tenerezza amara, freddo cinismo, autoderisione, fine ironia e assoluta sincerità, finisce col mettere in piazza tutto quell’amalgama di genio e banalità che ha contraddistinto le pulsioni politiche di un’intera generazione e, col passare del tempo e degli avvenimenti storici, ha partorito la crisi identitaria dell’intellighenzia (libanese?) di sinistra. (Ma "a proposito, caro Kawabata, per quale ragione i mezzi d’informazione occidentali ci hanno descritto come esemplari di una strana umanità?").