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Marina Viola

Editore: Feltrinelli
Collana: Varia
Anno edizione: 2013
Pagine: 170 p. , Brossura
  • EAN: 9788807491474
  C'è ormai tutta una letteratura che potremmo definire della mancanza, e autori che affrontano sulla pagina la perdita, il dolore, una sorta di terapeutica narrazione del ricordo. Per citare alcuni di questi testi, lo struggente Lettera a D di Andrè Gorz, sodale di Sartre e intellettuale profondissimo, alle prese con la storia di sua moglie (la donna amatissima che un po' ricorda quella di Amour di Haneke), o il racconto diventato ormai un classico, Infelicità senza desideri di Peter Handke, il ritratto di una madre americana in Una donna virtuosa di Kaye Gibbons, oppure Per tutta la notte di Philippe Forest. Sono libri dove spesso l'esperienza autobiografica si cala nelle segrete dell'animo con l'intento disperato di rielaborare un lutto, il senso di una vita, la perdita di una persona cara: una madre, un figlio, un padre, e uscire così trasformati dopo aver attraversato il ventre della balena. Come avviene anche nel memoir di Marina Viola, Mio padre è stato anche Beppe Viola, libro che ha una doppia missione: oltre al genitore come questione privata, inevitabilmente raccontare anche un personaggio pubblico, nella fattispecie quel brillante e anomalo telecronista sportivo che molti di noi hanno da anni interiormente mitizzato, quella voce inconfondibile, morto improvvisamente a quarantadue anni nel 1982. Un cronista atipico che, come ha scritto Gianni Mura, "era consapevole del distacco, per non dire emarginazione, derivanti dal suo modo "altro" di essere giornalista sportivo". E poi tanto ancora nella sua breve vita: autore di canzoni con Jannacci (Vincenzina e la fabbrica, tanto per dirne una), di spettacoli con Cochi e Renato, sceneggiatore per Monicelli di Romanzo popolare. L'autrice, la figlia insegnante di letteratura a Boston, pur avendo scritto questo libro senza velleità letterarie, invece di qualità della scrittura ne ha da vendere, così come la delicatezza nel manipolare una melassa sentimentale fatta delle cosiddette emozioni, più pericolosa di una bomba a mano. Ne viene fuori una memoria piena di verosimiglianza che è anche un romanzo autobiografico e di formazione, e la storia di una famiglia un po' irregolare del Nord dell'Italia, di quelle segnate da un vitalismo che percuote di energia tutte le generazioni successive. Marina "butta giù", come gli ha consigliato il suo editor Alberto Rollo, e così il libro comincia come cominciano le storie orali, quelle raccontate ad alta voce, aneddotiche per eccellenza, deraglianti, insolite. Comincia da quel giorno di trent'anni fa, una domenica, il 17 ottobre, quando, mentre sta montando la partita Inter-Napoli, un'emorragia cerebrale coglie il Peppi, o Bepinoeu, come lo chiamava Gianni Brera, che così lo ricordò dalle colonne di "Repubblica": "La sua romantica incontinenza era di una patetica follia. Ed io che soprattutto questo lo amavo, ora provo un rimorso che rende persino goffo il mio dolore". Nei sedici capitoli la vita dei Viola è assolutamente condizionata dall'eccentricità di quest'uomo, dal suo disadattamento, dalle "sue insicurezze, i suoi bagagli da figlio del dopoguerra", dal maniacale vizio del gioco delle carte e delle corse dei cavalli, un osservatorio per valutare il valore delle persone, dall'aver abdicato al ruolo di padre e marito, o di esserlo stato a modo suo. Le dinamiche familiari avvengono negli interni milanesi o nelle residenze estive, a Bordighera come al villaggio turistico sardo Tanka, dove una crepa improvvisa, l'arrivo di una donna misteriosa, come nel plot di un vero romanzo, tarma "la banda dei dolci". Poi l'autrice raccoglie le voci degli altri nella Milano che è un altro personaggio da descrivere, quella agra di Bianciardi e quella del Derby o del bar Gattullo, quella diversa, anticonformista come lui, stralunata, dove incontrava gli Abatantuono, i Paolo Rossi e, naturalmente, Jannacci. Nell'ultimo capitolo le schegge impazzite di memoria, tutto ciò che resta di un padre, il "mi ricordo" che è quello, sarà quello di tutti, anche degli uomini e delle donne non illustri, gli eroi sconosciuti che hanno popolato la nostra unica vita. Così il cerchio si chiude lì dove tutto era cominciato: "Quando l'ultima volta hai preso la porta delle scale per andare a lavorare e non sei più tornato". Marina Viola ha scritto un libro di rara calibratura emotiva, sempre in bilico tra struggente ricordo e dolorosa umanità, scritto con apparente leggerezza e al grado zero dell'invenzione, di commovente intelligenza e resa stilistica. Un libro dove Jannacci diventa Enzo, Pozzetto si trasforma in Renato, e anche Beppe Viola è un altro uomo, "geniale e folle" come piaceva a sua moglie. Per dire poi come le morti premature possano diventare fantasmi, la sorella più piccola dell'autrice, Serena, quando seppe che suo padre era morto, le venne da chiedere molto tranquillamente: "Ma chi gli ha sparato?". Giusto per non smentire la griffe e il dna dei Viola, il modo di essere ereditato dalla nonna Cicchinina, alla quale il libro è dedicato, e cioè "l'ironia, il modo di prendere in giro la gente e la vita".   Angelo Ferracuti  

Recensioni dei clienti

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    Amedeo Ferri

    19/12/2013 20.46.28

    Letto tutto d'un fiato in un nebbioso pomeriggio di fine autunno. Grazie all'agile penna della figlia Marina, ho scoperto il ritratto privato di un uomo che è stato tra i grandi del giornalismo sportivo italiano. E non solo. Brava Marina, indimenticabile Beppe. Bellissimo libro.

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    Ciro Andreotti

    30/06/2013 14.47.13

    Questa è la storia di una figlia cresciuta quasi senza padre o per meglio dire, è la storia di un'adolescente che il padre lo ha perso una domenica sera di oltre trent'anni fa, che poi questi fosse Beppe Viola, icona satirica del giornalismo sportivo, poco le importa perché solo incidentalmente il giornalista e il padre si somigliano, solo per pura coincidenza. La vita di una famiglia e di mille amicizie viene spezzata una sera di ottobre del 1982, quando Giuseppe Viola, in arte Beppe, si accascia sulla sua Olivetti mentre era intento a commentare un 2 a 2 tra Inter e Napoli, già perché se non lo sapete Viola era un giornalista sportivo e molto più: era sceneggiatore, paroliere di Jannacci, era Milanese e Milanista, fancazzista a 360 gradi, ma era anche, per Marina e le sue tre sorelle, un padre come tanti ma al tempo stesso differente e pazzamente innamorato della vita e delle sue figlie, uno che veniva fermato per strada alla domanda: "Ma scusi lei è Beppe Viola !?!?" ma che mosso da un moto di strano riserbo osservava l'interlocutore e diceva: "Sa me lo dicono in molti ma mi spiace non sono io". In quasi 170 pagine la secondogenita del 'fu Beppe', raccoglie due anni di testimonianze e ricordi, ripercorrendo la sua infanzia, le estati al mare, i nonni e la scuola, le domeniche passate in RAI assieme al padre e le sorelle, ma che si ricorda anche il dopo, chi le è stato vicino e come non sia mai riuscita a dimenticarsi completamente quel gigante sovrappeso di suo padre. Un libro quindi scritto sia per ricordare ma anche per 'andare avanti' nel tentativo di esorcizzare il ricordo scomodo di un padre che in eredità ti ha lasciato un umorismo nero e centinaia di articoli e lavori di rara efficacia. Da leggere se siete appassionati di 'Pepinoeu' ma anche solo se desiderate avvicinarvi a una storia di casa nostra: nata fra le pieghe del dopoguerra, affievolita una domenica di metà ottobre del 1982, ma anche una storia che fortunatamente non accenna a spegn

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