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Mircea Eliade

Traduttore: R. Scagno
Editore: Jaca Book
Anno edizione: 1989
Pagine: 112 p.
  • EAN: 9788816402454
ELIADE, MIRCEA, Spezzare il tetto della casa

ELIADE, MIRCEA, Il mito della reintegrazione

ELIADE, MIRCEA, I riti del costruire
recensione di Renzi, L., L'Indice 1991, n. 2

- Recensione, signore. Bisogna una recensione?
- Recensione di chi, di che libro?
- Recensione di Eliade, signore.
- Come sarà questa recensione di Eliade? Si parlerà della vita di quest'uomo? Fu o non fu egli di destra? e fascista? e guardia di ferro? e antisemita?
- Io non la vorrei, vede, una recensione fatta così. Già ce n'è state tante, in Italia e fuori d'Italia. Or non è un anno un'università tenne un intero congresso su di lui e non si discusse, quasi, d'altro. La vorreste voi una recensione fatta così?
- No in verità, illustrissimo, non la vorrei...

Lasciamo lì questo dialogo al punto in cui è. E scriviamola questa prima recensione in Italia che non rimesti il passato di Eliade, torbido sì, ma non più di quello di molti altri studiosi e scrittori, anche italiani sui quali invece il velo pudico è d'obbligo. Scriviamo poche righe modeste ma infine pacate su questo rumeno anticomunista, questo sì, morto in esilio un anno prima che si svelasse infine davanti al mondo intero il sudario di sangue in cui era avvolto il suo paese. Rinunciamo per una volta a cercare che cosa ci sia dietro a quello che scriveva quest'autore celeberrimo, eppure mai accettato nella buona e virtuosa società letteraria, che di peccati ne ammette sì, ma solo di altro genere.
Quando nel 1941 pubblicava "Il mito della reintegrazione", Eliade, trentaquattrenne, aveva già scritto, oltre al suo primo romanzo, "Maitrey", altri 21 libri, la maggior parte in rumeno, ma anche in italiano, in francese e in inglese. Aveva fondato a Bucarest la rivista di studi religiosi "Zalmoxis", di cui appariranno solo tre numeri, ma coi maggiori nomi della scienza mondiale. Da poco tornato dall'India, secondo grande amore della sua vita (il primo era stato l'Italia), era diventato assistente all'università di Bucarest. Nel 1943 seguivano i "Commenti alla leggenda di Mastro Manole", tradotto ora in italiano con altri lavori più o meno contemporanei (1939, 1940-42) in "I riti del costruire".
Questo periodo, sommerso e dimenticato, confidato a una produzione sconosciuta ai più, è quello della elaborazione dei grandi temi della ricerca di Eliade. Questi temi, che informano le opere del periodo parigino e americano, nascono qui. E qui si possono leggere nella forma aurorale, che è quella, tanto più affascinante, della rivelazione e della scoperta. Lo studio della storia delle religioni non esclude l'utilizzazione di testi letterari: dalle grandi opere letterarie come il "Faust" di Goethe, e "SéraphŒta" di Balzac che hanno un posto centrale nel "Mito della reintegrazione", alla narrativa fantastica del romanticismo tedesco, ai testi popolari rumeni.
Accanto a queste due opere della giovinezza, o "della prima maturità" - come dice a ragione Roberto Scagno, magistrale introduttore e traduttore di tutte le opere -, appare anche in italiano un'opera tarda scritta in francese, "Spezzare il tetto della casa", che ricapitola i principali temi della ricerca, estendendola anche questa volta oltre i confini della scienza delle religioni, nella direzione dell'arte, della filosofia e della letteratura contemporanea, ma anche, di nuovo, delle tradizioni popolari.
Di fronte a tanta abbondanza, scegliamo di partire da "Commenti", contenuto in "I riti del costruire", accontentandoci di fare qualche incursione nelle altre opere. I "Commenti" illustrano il tema del sacrificio umano, partendo dal contenuto di un canto popolare rumeno, in cui si mostra come un sacrificio cruento sia necessario per portare a termine una costruzione. Il tema è noto in Italia soprattutto attraverso la versione popolare greca del ponte d'Arta, tradotta dal Tommaseo e anche dal Nievo (vedi ultimamente I. De Luca, "Tre poeti traduttori, Monti - Nievo - Ungaretti", Olschki, Firenze 1988, pp.203 sgg.). Un importante studio è stato dedicato a tutta la materia dal Cocchiara (ora in "Il paese di Cuccagna", Einaudi, Torino 1956). La leggenda è testimoniata, in forme molto simili, nell'Europa balcanica e centrale presso gli albanesi, i greci, i bulgari, gli arumeni, i rumeni, gli ungheresi, ma anche presso i georgiani e altri popoli.
Nella versione rumena, un principe va alla ricerca nella regione di Arges di un luogo adatto alla costruzione di un monastero. (L'opera, costruita nel XVI secolo da Neagoe Basarab sussiste ancora nella cittadina di Curtea de Arges, prima capitale della Valacchia dal secolo XIV). Il luogo scelto è maledetto. Il Voivoda sembra infatti ignorare, o voler ignorare, le norme ritualmente stabilite per la scelta di un luogo adatto alla costruzione. II capomastro Manole coi suoi muratori intraprende l'opera. Ma quello che costruisce di giorno, di notte crolla. Perché la costruzione possa resistere è necessario un sacrificio umano. Si stabilisce che sia murata nelle fondamenta la prima donna che venga al cantiere. Il caso, o l'inganno, vorranno che sia la giovane moglie di Manole, madre di un bambino ancora lattante. Tra le pietre, ci sarà uno spiraglio perché la donna lo possa allattare, poi la Natura si prenderà cura dell'orfano. Finita l'opera, il Voivoda ritrae le impalcature e lascia Manole sul tetto a morire, perché non crei un'altra costruzione superiore a quella fatta per lui. Come Dedalo, - Manole si fabbrica delle ali e si getta nel vuoto. Ma precipita e muore. Nel posto dove cade si forma una fontana. Questa costituisce il nuovo corpo di Manole, così come il monastero è il corpo in cui la moglie ha infuso la vita. Grazie a queste due metamorfosi, marito e moglie: si ritrovano l'uno accanto all'altra nella realtà dei due nuovi corpi nei quali si sono trasformati.
Anche da questo povero riassunto si ha l'idea, credo, di un testo dalla grande bellezza letteraria. Il canto ancora oggi vivo nel folklore rumeno, porta la "traccia", la "reminiscenza" come dice Eliade, di un mito. Il significato di questo mito è in genere sconosciuto agli interpreti popolari e al loro pubblico, non diversamente del resto che al lettore colto. Sconosciuto, ma forse non del tutto inattivo nell'inconscio, come provano il fascino e l'inquietudine che suscitano sul ricevente, qualunque ne sia l'identità, contadino rumeno o lettore colto occidentale.
Il sacrificio umano destinato a dar vita a un edificio è stato praticato ed è vivo nelle tradizioni di molti popoli, lontani e incomunicanti tra di loro. Il sacrificio è necessario per dar vita a qualunque edificio, tempio, casa, palazzo o ponte, che rappresenti una cosa nuova, alla quale si deve infondere un'anima perché possa vivere. Ma non solo un edificio ha bisogno di un'anima che dia vita al suo corpo materiale. Ifigenia viene sacrificata per rendere possibile ai greci la spedizione contro Troia: "Ifigenia - scrive Eliade - acquisisce un 'corpo di gloria' che è la stessa guerra, la stessa vittoria; vive in questa spedizione" (p. 90). La necessità del sacrificio non è che un elemento di un complesso mitico-rituale più vasto. C'è innanzi tutto il tempo del sacrificio, che, qualitativamente diverso dal tempo profano in cui si svolgono gli avvenimenti quotidiani, restaura il tempo primordiale, sacro. In questa dimensione trascendente, il sacrificio diventa un'imitazione dell'atto primordiale della creazione divina che ha avuto luogo all'inizio dei tempi. In questo modo, nel momento in cui l'uomo infonde la vita in qualcosa di nuovo, ripete l'atto creatore della divinità, garantendosi con questo contro la distruzione in agguato nel mondo profano.
Come si vede, il tema del sacrificio rientra in quella catena di temi che Eliade ripercorre infinite volte nella sua opera. Ripetizione continua, eppure sempre interessante per il lettore, che ha un corrispettivo nello stile dell'autore, che utilizza la ripetizione come procedimento essenziale. La scrittura di Eliade procede a onde. Attraverso un riepilogo e una ripresa continua, vengono introdotti via via nuovi motivi. Didatticamente limpido e efficacissimo, lo stile di Eliade è quello di un grande scrittore, che ha affrontato varie volte con successo il romanzo.
Rispetto alla ricostruzione del complesso mitico del sacrificio umano, il commento alla leggenda di Manole, bisogna dirlo, è poco più che un pretesto. Non solo. Eliade è totalmente indifferente ai metodi della ricerca folkloristica. Nella creazione orale, si sa, non c'è testo definitivo, e tutte le varianti autentiche registrate hanno lo stesso valore, almeno fino a che lo studioso non riesca, sezione per sezione, a metterle in ordine e a precisare i rapporti tra conservazione di parti antiche, e innovazione. Ma Eliade cita solo delle versioni più note, direi scolasticamente più note. Inoltre, non c'è un'analisi del canto per sequenze, e solo alcune parti del canto sono citate e esaminate. Per quanto il canto appaia come un punto di partenza, alcuni dei tredici capitoli lo menzionano appena, o lo dimenticano del tutto. A proposito della scelta del luogo per la costruzione, Eliade non si preoccupa più di tanto che il contenuto del canto sia in aperto contrasto con la concezione arcaica che intende illustrare. Come abbiamo ricordato, il Voivoda sceglie proprio un posto "maledetto" dove delle rovine segnalano che in passato c'è stata una costruzione che è poi andata in rovina, cioè che non ha potuto resistere. Questa scelta errata, certo, come abbiamo già ricordato, è all'origine dei crolli che soffrirà anche la costruzione di Manole, e ha quindi un ruolo nella narrazione - ma perché il Voivoda la sceglie deliberatamente? La soluzione di questa contraddizione, se sarà possibile, lo sarà solo attraverso uno studio accurato di tutto il complesso delle varianti.
In conclusione il canto rumeno non costituisce che uno dei punti di riferimento dell'opera, accanto ai dati tratti da altri complessi di tradizioni e religioni, compreso il cristianesimo, ai riti connessi della raccolta delle erbe officinali, a quelli dell'inumazione e dell'incenerimento dei cadaveri, al tema dell"'eroe", ecc. Con tutte queste riserve, chi volesse occuparsi oggi del canto di Manole, o di una delle versioni che ne riprendono il tema presso altri popoli, non potrebbe fare a meno degli studi di Eliade senza gravissimo danno.
Quanto Eliade, poi, tenesse a questo "pretesto", è dimostrato dal fatto che riprenderà altre due volte il tema del canto di Manole: in un lungo saggio del 1957 (ora in "Da Zalmoxis a Gengis Khan*, 1970, trad. it. Astrolabio-Ubaldini, Roma 1975), completo di un aggiornamento bibliografico che tiene conto imparzialmente di quanto di meglio era uscito nel frattempo nella Romania socialista, e una terza volta, in forma più breve, in un saggio, pure del 1957, pubblicato in "Spezzare il tetto della casa". Eliade si ripete, ma ogni volta la trattazione si arricchisce di nuovi particolari, e vale la pena di leggere tutti e tre i saggi.
Il senso dei "Commenti", come di altre opere di Eliade, non si esaurisce in sé stesso, ma sfugge in avanti e si pone domande che si riferiscono sia alla vita dell'individuo, sia al momento storico. Il punto d'attacco per questo genere di problemi è la questione se il complesso mitico che è stato rappresentato si esaurisca nell'orizzonte mentale dell'uomo arcaico, nel quale Eliade ha ancorato sapientemente la leggenda, o si prolunghi in qualche modo anche fuori di esso, fino a interessare anche l'uomo moderno. E se sì, come. L'originalità di Eliade consiste nel non opporre, contrariamente a quanto faceva per esempio Lévy-Bruhl, il primitivo all'uomo moderno, ma nel cercare ciò che li unisce.
Delle varie e complesse sfaccettature che assume la posizione di Eliade, ricorderò qui solo, perché più pertinente al nostro discorso, quella del rapporto tra opere artistiche e letterarie moderne e pensiero mitico arcaico. L'opera letteraria ricrea per via d'intuizione, spesso senza nessuna influenza diretta, gli scenari mitici propri dell'uomo arcaico. Questo perché gli "archetipi" dell'uomo primitivo sono non solo sempre latenti ma in fondo anche "veri", in quanto rappresentano "delle visioni primordiali universali che l'uomo ha svelato a sé stesso quando ha preso coscienza della sua posizione nel Cosmo" (p. 100.
Ciò vale a maggior ragione per "Il mito della reintegrazione", in cui il pensiero selvaggio con la sua "filosofia pratica" si congiunge naturalmente col tumultuoso pantheon indiano, e questo con l'opera di Goethe, dei romantici tedeschi e di Balzac. Cosicché è possibile e inevitabile riconoscere in tante manifestazioni diverse ma convergenti, la stessa aspirazione all'integrazione degli opposti, del maschile e del femminile, che può portare all'idea della bisessualità divina o al vagheggiamento dell'androgino come ideale umano superiore.
È sempre questa particolare prospettiva che ha permesso a Eliade di scrivere molti anni dopo le magnifiche pagine dedicate all'arte e alla letteratura moderna raccolte in "Spezzare il tetto della casa". Nel lavoro su Brancusi, a Eliade riesce la spettacolare dimostrazione che Brancusi è riuscito a ricreare delle forme assai simili a quelle della scultura popolare rumena in legno, senza imitarla direttamente, ma agendo sotto suggestioni diverse, come quelle della scultura negra. Solo una ricerca profonda degli archetipi poteva arrivare a tanto.
In questa scorribanda senza limiti sui massimi problemi dell'individuo e della società, è interessante la posizione speciale che Eliade assume nei confronti del cristianesimo, che ha al suo centro proprio un sacrificio violento, quello di Gesù Cristo. Ritorniamo al mito di Manole. Diversamente che nello schema considerato Cristo non si sacrifica per dar vita a un corpo nuovo, ma per rinascere nel proprio, dando così una nuova testimonianza della propria divinità. Qualitativamente diverso, quindi, dai complessi religiosi diffusi in tante parti del mondo, il cristianesimo piuttosto che superare e eliminare le credenze mitiche precedenti, le ha conservate, seppure trasformandole, così come, del resto, ne ha ereditato la funzione salvifica. Eliade ha in mente i complessi presenti nelle tradizioni popolari, come quelle delle erbe officinali che si trovano sotto la croce e sono state innaffiate dal sangue di Cristo ("Le erbe sotto la croce..." in "I riti del costruire"). Ma recentemente, e sotto l'impulso di stimoli culturali diversi, la scuola francese che va da Le Goff a Jean-Claude Schmitt ha mostrato che motivi precristiani arcaici pullulano anche nella letteratura scritta cristiana, dalle vite dei santi agli 'esempla', soprattutto dopo il XII secolo, quando la Chiesa lascia filtrare più liberamente tutto un patrimonio conservato in una falda profonda, non toccata dalla linea teologica ufficiale.
Ciò che conferisce un fascino particolare a queste ricerche è la partecipazione vissuta da Eliade, o, come dice Roberto Scagno, "la particolare 'Stimmung' esistenziale, fortemente vitale e partecipata" che lega Eliade al suo lavoro erudito. Cioran, amico di giovinezza e compagno di esilio di Eliade, gli rimproverava di "essersi occupato di religioni senza avere avuto spirito religioso". A Eliade che si giustificava dicendo di "aver cercato di capire", Cioran opponeva, e rincarava: "Se si cerca di capire tutti gli dei, vuoi dire che non ce n'è nemmeno uno che interessa veramente. Un dio bisogna adorarlo o maledirlo. Non ci si può immaginare Giove erudito". Giove erudito: quest'immagine, che fa coincidere efficacemente l'oggetto di studio col suo interprete, si adatta ben poco a Eliade. Come mostra lucidamente Scagno nell'introduzione ai "Riti", la concezione di Eliade si forma non solo attraverso un complesso scambio con le principali correnti filosofiche del tempo, ma anche in rapporto con la sua esperienza personale e con la storia del suo tempo. Ben presto, sullo sfondo della grande catastrofe mondiale rappresentata dalla guerra mondiale, Eliade dovrà sperimentare su di sé gli effetti terribili della storia. E il problema di come salvarsi da essa oggetto nel 1949 del "Mito dell'eterno ritorno", sarà per lui ben più che un problema teorico.
Per la ricostruzione della vicenda terrena di Eliade intimamente intrecciata alla genesi della sua opera, la traduzione in italiano, prima e unica nel panorama mondiale, del "Mito della reintegrazione" e dei saggi dei "Riti", ha un'importanza fondamentale.
Queste opere non solo erano relegate in una lingua poco conosciuta come il rumeno, ma erano quasi inaccessibili perfino nel paese in cui erano state pubblicate. Infatti non solo gli scrittori, ma anche i libri potevano essere prigionieri nella Romania socialista. La prigione dei libri si chiamava "Fondo speciale", ed era il reparto delle grandi biblioteche che conteneva i libri all'indice, accessibili solo in via eccezionale a pochi privilegiati. Queste opere di Eliade vengono dal silenzio e dal freddo di quelle prigioni.