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Mondi connessi. La storia oltre l'eurocentrismo (secoli XVI-XVIII) - Sanjay Subrahmanyam - copertina

Mondi connessi. La storia oltre l'eurocentrismo (secoli XVI-XVIII)

Sanjay Subrahmanyam

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Curatore: G. Marcocci
Editore: Carocci
Collana: Frecce
Anno edizione: 2014
In commercio dal: 15 maggio 2014
Pagine: 276 p., ill. , Brossura
  • EAN: 9788843062539
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Mondi connessi. La storia oltre l'eurocentrismo (secoli XVI-...

Sanjay Subrahmanyam

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Gaia la libraia

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Il libro presenta per la prima volta ai lettori italiani una scelta dei saggi più rappresentativi del fondatore della connected history, lo storico indiano Sanjay Subrahmanyam. Sorretto da singolari conoscenze linguistiche e da una brillante erudizione, nei suoi studi, dedicati in prevalenza alla storia asiatica ed europea in età moderna, egli ha profondamente rinnovato il modo di fare storia. I suoi lavori non raccontano gli ultimi cinque secoli come una trionfale ascesa dell'Europa e dell'Occidente, ma indagano le radici di intrecci e connessioni tra le diverse parti del globo da cui è nato il mondo contemporaneo. Una ricerca più attenta ai complessi equilibri che regolavano le interazioni fra regioni, popoli e culture del passato induce infatti a ripensare nella loro molteplicità le premesse storiche del nostro presente.
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    Tommaso

    26/06/2017 13:50:06

    Un libro fondamentale per ripensare la storiografia e la storia come la studiamo nei libri di scuola. Una prospettiva che ci consente di andare oltre l'eurocentrismo e l'usuale modo di dividere il mondo in bianco e nero, vincitori e vinti, buoni e cattivi, ecc. Ottimo per ampliare gli orizzonti della mente.

  La pubblicazione di alcuni saggi di Sanjay Subrahmanyam colma un grosso vuoto nel dibattito storiografico italiano. È possibile che, almeno in parte, alla sua origine vi sia stata una certa diffidenza nei confronti di temi che sono diventati tanto alla moda: la global history, o le connected histories inflazionano ogni rivista anglosassone e molte di quelle francesi. Ma le ragioni sono più radicate; non è tanto il titolo quanto il sottotitolo del libro a rimandare a un dibattito, quello dell'eurocentrismo, che non solo ha avuto echi ancora limitati (nonostante la pubblicazione relativamente sollecita del libro di Dipesh Chakrabarty, Provincializzare l'Europa uscito nel 2000 e pubblicato da Meltemi nel 2004), ma non pare abbia affatto scalfito la pratica storiografica in Italia. I confini nazionali (di nuovi o soprattutto vecchi stati) sono cornici molto saldamente fissate, come mostrano le analisi dei terreni di ricerca praticati in questo paese. Le connected histories di Sanjay Subrahmanyam nascono invece proprio dalla critica radicale alle storie nazionali, alle gerarchie e alle relazioni di causalità che stabiliscono, alle modalità di comparazione che impongono. Le storie connesse sono quelle che uniscono l'Europa all'Asia in una rete che ridisegna convergenze o distanze al di là dei confini politici; che, ristabilendo i sistemi di comunicazione che hanno caratterizzato le relazioni tra paesi, mettono in discussione le gerarchie stabilite ex post tra loro, e quindi ridefiniscono i termini della loro comparazione. L'ampiezza e l'ambizione del progetto sono impressionanti, e ben presentati dall'introduzione di Giuseppe Marcocci. I sette saggi della raccolta sono il frutto di una scelta dell'autore per il pubblico italiano; le tre parti in cui sono raggruppati corrispondono agli snodi principali della sua produzione e chiariscono quali ne sono stati, di volta in volta, gli interlocutori. Il metodo comparativo classico nella prima parte, in cui due saggi espongono le linee guida del progetto generale delle storie connesse. Il primo articolo rende conto di una scoperta, quella di una "congiuntura millenaristica" che si realizzò nel corso del Cinquecento. Movimenti politici millenaristici che la storiografia ha tradizionalmente associato all'espansione europea, furono invece diffusi in una grande pluralità di aree, e investirono l'impero ottomano, l'Iran safavide, l'India mughal e il Deccani, fino all'estremità occidentale dell'Eurasia. Sono intanto straordinarie conoscenze linguistiche che permettono a Sanjay Subrahmanyam di ricostruire questa polifonia; ma è anche un'assenza di pregiudizi nei confronti della classificazione canonica dei generi letterari, che gli consente di accostare fonti diverse e riconoscerne arie di famiglia. All'interno di questo movimento corale, poi, Subrahmanyam ci mostra come le differenze locali fecero del millenarismo uno strumento per affermare strumenti di istanze molto diverse tra loro, di sostegno oppure di resistenza alla costruzione degli stati, o ancora di legittimazione di campagne di espansione territoriale ecc. La nuova geografia politica e intellettuale che questa ricerca disegna ribalta quella conosciuta; riposiziona l'Europa in una configurazione larga fatta di un clima di comune di attese, togliendole centralità e primati. Il metodo seguito è profondamente distante dal confronto diretto di due o più situazioni che sarebbe proprio alla storia comparata; l'operazione qui è quella dello "storico elettricista" che ripristina contatti, connessioni, contaminazioni di processi che conoscono poi variazioni locali. Le frontiere nazionali su cui si calcherebbero culture stagne e incommensurabili sono fatte a pezzi da questo lavoro di ricucitura e ricomposizione di reti di persone e di idee. (Oltre l'incommensurabilità è il titolo di un saggio molto importante di Subrahmaniyam, che purtroppo non è stato inserito nella raccolta. Lo stesso procedimento presiede alla ricostruzione delle relazioni tra gli imperi iberici cinque e seicenteschi, dove le pratiche di governo, (fiscali, commerciali …) disegnano esperienze relativamente uniformi, e inattese, tra le aree asiatica e atlantica. L'effetto di totale spaesamento che crea questo nuovo "impero composito", tiene in larga parte alla sostituzione della visione diacronica della traslatio imperii (una successione temporale di modelli), a profitto di una prospettiva sincronica, che ricostruisce i movimenti che attraversano sistemi politici in concorrenza tra loro. La seconda parte della raccolta è dedicata all'India, ed è intrisa della polemica nei confronti dei rappresentanti della corrente storiografica dei Subaltern Studies, (in particolare Gyan Prakash, Dipesh Chakrabarty, e Ranajit Guha). Gli articoli (due dei quali sono introduzioni a diverse edizioni del libro Textures of Time), discutono la questione cruciale delle forme in cui la società dell'India meridionale considerava il suo passato prima dell'avvento del dominio coloniale. Subrahmaniyam si batte contro la "deliberata ignoranza" della "consorteria" dei Subaltern, e sulle forme di "eurocentrismo alla rovescia" di cui fanno prova, studiando il paese solo al momento dell'incontro con il colonizzatore. Lo studio mostra come, nell'India meridionale, la storia fu scritta in una pluralità di generi letterari; identificarli e distinguerli significa non servirsi di categorie come verità o menzogna, ma mostrare come una serie di caratteristiche della trama (texture, appunto), "grammaticali, lessicali o contestuali, anziché esclusivamente linguistiche", indirizzassero il lettore o l'ascoltatore, permettendogli di riconoscere la finalità del testo. Scrivere storia "non è una questione di stretta aderenza a caratteristiche e modelli formali": e la storia non fu l'ennesima violenza inflitta dal colonizzatore a una ignara cultura subalterna. Infine, la parte terza è quella dell'incontro dello storico con il genere biografico e del suo rapporto con l'autobiografia. Si tratta insomma di avere a che fare con gli agenti delle connessioni che si sono ricostruite, quei passeurs, mediatori tra più mondi, cercando di individuare conflitti, punti di frizione, distanze (contro la visione irenica degli scambi culturali offertaci per esempio da Natalie Davis nella sua biografia di Leone l'Africano). Il tema del rapporto tra biografia e storia nutre un dialogo con la microstoria e con i lavori di Carlo Ginzbug in particolare. Le autobiografie pongono inoltre uno specifico problema di confronto storiografico, perché le narrazioni che ha prodotto l'incontro portoghese con l'Asia non corrispondono affatto a quelle scritture in cui Jacob Burckhardt ha trovato espressioni di "individualità del tutto dissociate da qualsiasi gruppo". Invece, sostiene Subrahmanyam, queste "diverse forme di narrazione in prima persona" possono essere usate dagli storici per costruire biografie che rafforzano "il significato di determinate categorie sociali sviluppate dalla storiografia nel corso del tempo" (occupazione, razze, ecc.). Gli scritti di Nicolò Manuzzi, veneziano che fu "medico" al servizio dei mughal tra Sei e Settecento, servono allora a ricostruire i modi dei contatti tra mondi, la percezione delle appartenenze (all'Europa, all'Italia, a Venezia ) e quella delle distanze. Le connected histories vogliono quindi fornire risposte decisive sui terreni che hanno dominato il dibattito storiografico internazionale nel corso di questi ultimi decenni. La ricostruzione delle connessioni sfilaccia quelle entità politiche o culturali che erano l'oggetto della comparazione, e che erano anche i luoghi delle identità locali "incommensurabili" incomprese e aggredite dai colonizzatori; allo stesso tempo i percorsi individuali sono essenzialmente quelli degli agenti delle connessioni, che riassumono e esemplificano le modalità degli incontri, degli scambi e delle frizioni. L'effetto di spaesamento che creano i saggi di Subrahmaniyam è dovuto in effetti non solo alla straordinarietà delle competenze linguistiche e culturali del suo autore, ma anche alla temerarietà della sfida. Eppure, è difficile liberarsi dall'impressione che non sia affrontata fino in fondo e che le conseguenze della connessione non siano dipanate. Un esempio: la scoperta della dimensione globale del millenarismo tra Cinque e Seicento invita ad andare al di là di una revisione delle dimensioni del fenomeno, di fatto, ne mette necessariamente in discussione il contenuto. Un millenarismo che si estende dall'Europa all'impero ottomano, all'Iran safavide all' India mughal e fino all'estremità occidentale dell'Eurasia, non è più lo stesso oggetto che le sue manifestazioni europee avevano definito. Cosi, dopo tanto vagare, è un ritorno sull'oggetto che si renderebbe necessario, e una ridiscussione delle categorie storiografiche occidentali. Insomma, le possibilità euristiche della connessione non sembrano sempre sfruttate fino in fondo. Nel caso poi della biografia, il suo possibile utilizzo nel quadro delle connetcted histories meriterebbe di essere discusso più approfonditamente: la continuità che viene postulata tra autobiografia e biografia è problematica e rende il dialogo con la microstoria più metaforico che metodologico. Ma la sfida lanciata dalle connected histories è altissima, e con questa traduzione anche la storiografia italiana non ha più alibi per evitarla.   Simona Cerutti
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