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Daniel N. Stern

Anno edizione: 1987
Pagine: 309 p.
  • EAN: 9788833954127

recensione di Mancia, M., L'Indice 1988, n. 6

Trovare un accordo su che cosa sia il Sé anche per psicologi dell'età evolutiva e psicoanalisti esperti non è cosa facile. Daniel Stern in questo importante libro, che riassume gran parte delle sue ricerche e dei lavori di altre scuole, non si nasconde il problema e dice: "Poiché non possiamo conoscere il mondo soggettivo che i bambini hanno, dobbiamo inventarlo. Questo libro è tale invenzione".
Il Sé può essere definito come un aspetto della personalità che si struttura e caratterizza l'individuo fin dall'inizio della vita a cominciare da fasi preverbali. Stern infatti precisa che esiste nel neonato un senso preverbale del Sé che precede non solo lo sviluppo del linguaggio ma anche l'inizio della coscienza autoriflessiva o coscienza di Sé. Tale è il senso di poter agire, il senso di essere fisicamente coeso, il senso di una continuità nel tempo e di una intenzionalità della mente.
Quattro sono i diversi sensi del Sé che per Stern il bambino organizza attraverso le sue primitive esperienze relazionali: a) un senso del Sé emergente (da 0 a 2 mesi); b) un senso del Sé nucleare (da 2 a 6 mesi); c) un senso del Sé soggettivo (dai 7 ai 15 mesi); d) un senso del Sé verbale (dopo i 15 mesi). Una caratteristica fondamentale di questi diversi sensi del Sé è che essi non si elidono ma, al contrario, si sommano e ciascuno rimane in funzione durante l'intera vita dell'individuo.
Una parte essenziale della ricerca presentata in questo libro è che la organizzazione mentale del neonato è strettamente correlata al suo corpo e si basa sulle relazioni che esistono tra le diverse esperienze sensoriali. Ciò è reso possibile da una capacità innata del neonato: quella di poter trasformare una informazione che ha attraverso una via di senso in una informazione relativa ad un'altra modalità. Questa capacità è definita da Stern come "percezione amodale" che permette al neonato di integrare le diverse esperienze sensoriali e di farne delle rappresentazioni. I principi che organizzano le esperienze del neonato e le sue rappresentazioni riguardano le attività sensomotorie che consentono al neonato di conoscere il mondo che lo circonda, il piacere o il dispiacere che esperisce da queste esperienze e lo stato di coscienza come base che gli permette di vivere determinate esperienze e di integrarle.
A partire da tre mesi incomincia a formarsi nel neonato un senso del Sé nucleare sulla base del fatto che il neonato ha il senso di potersi muovere ed agire, di essere fisicamente coeso, di avere una continuità storica e di trarre piacere o dolore dalla esperienza. Naturalmente, di questi aspetti il più affascinante appare quello del senso della continuità del tempo che pone il problema della memoria nella infanzia, memoria intesa come capacità del neonato di dare un senso di continuità alle sue esperienze motorie, sensoriali e affettive. Ma dalle esperienze riportate da Stern si può inferire che già la memoria è una funzione che precede la nascita: se si invita una madre a leggere uno stesso scritto ad uno stesso ritmo varie volte al giorno, questo ritmo diventerà familiare al bambino una volta nato. Anche esperienze affettive di piacere o dolore possono essere ricordate dal neonato così da conferire al suo sviluppo un carattere di continuità per cui la nascita, nonostante alcuni ovvi momenti traumatici, non incide su un processo di crescita mentale che va visto come continuo e che prescinde dagli stessi processi di codificazione su cui si basa lo sviluppo del linguaggio.
Nel capitolo dedicato al rapporto con l'altro, Stern entra nel vivo della questione relativa all'importanza delle prime relazioni d'oggetto nello sviluppo della nevrosi e della psicosi e dello sviluppo mentale come può essere osservato nella clinica psicoanalitica. Contrariamente alle numerose teorie analitiche che parlano di fusione del bambino con l'oggetto, Stern parla, anche per epoche molto precoci, della possibilità per il bambino di avere il senso di essere con l'altro e di una sua capacità attiva di integrazione e di differenziazione. Dai 7 ai 9 mesi infatti il neonato realizza che la sua esperienza soggettiva può essere divisa con altri. Si tratta di un'esperienza intersoggettiva in quanto il bambino viene a condividere con l'oggetto una attenzione reciproca (egli sente la madre come iocus della sua attenzione ma anche se stesso come oggetto dell'attenzione della madre); una intenzionalità (le forme protolinguistiche di comunicazione che usa esprimono le sue intenzioni); gli stati affettivi che saranno condivisi con la madre nella misura che il bambino potrà attribuire alla madre la capacità di segnalare quegli affetti che hanno rilevanza per i propri sentimenti. Quest'ultima è una comunicazione a doppia via, nel senso che presuppone anche fantasie della madre sul neonato per cui la inter-soggettività di cui Stern parla implica inter-fantasia.
La conseguenza di questo processo nel tempo è lo sviluppo di una sintonizzazione affettiva che rappresenterà una tappa cruciale nell'acquisizione del linguaggio. Con lo sviluppo del linguaggio, circa nel secondo anno di vita, si forma un nuovo mezzo di scambio che permette di creare significati condivisi tra madre e bambino. Stern però ci mette giustamente in guardia in quanto il linguaggio "inserisce un cuneo tra due forme simultanee di esperienza interpersonale: quella vissuta e quella verbalmente rappresentata". Poiché tutte le esperienze vissute nella relazione con la madre non possono rientrare se non parzialmente nel campo della verbalizzazione, ne consegue che il linguaggio verrà a produrre inevitabilmente una scissione nelle esperienze del Sé in quanto viene a spostare l'esperienza dal livello emotivo a quello rappresentazionale. E naturale che in questa interazione tra conoscenza (significati) e parole (significanti) giocano un ruolo essenziale i genitori e l'ambiente come mediatori di cultura. In questa misura lo stesso apprendimento può essere considerato una modalità per creare significati condivisi tra adulti e bambini. E ciò permette di considerare il linguaggio alla stregua di un fenomeno transizionale, cioè come spazio comune necessario al genitore e al bambino per formare e organizzare significati condivisi.
Ma, ritornando alla scissione che il linguaggio crea, poiché essa rappresenta solo una parte delle molteplici esperienze non-verbali, essa comporterà una discrepanza tra la conoscenza del mondo (significati) e le parole (significanti). Tra le esperienze non verbali cui è dato questo destino emerge la percezione amodale che "scompare nel profondo, per riemergere solo quando condizioni particolari sopprimono o controbilanciano la supremazia della versione linguistica. Tra queste possiamo citare certi stati contemplativi o emotivi, e la percezione di certe opere d'arte che si propongono di evocare esperienze che esulano dalla categorizzazione verbale". Tra queste esperienze rientra decisamente la musica che si sottrae per definizione alla categorizzazione verbale e si colloca per le sue caratteristiche più specifiche, in esperienze che rimandano alla vita prenatale e postnatale che caratterizzano la formazione del Sé preverbale.
Appare qui di grande interesse per la teoria psicoanalitica della mente quanto il libro di Stern sottolinea: cioè una divaricazione tra conoscenza del mondo (inclusa l'esperienza preverbale) e conoscenza codificata del linguaggio. Questo scarto permette alla fantasia e alle emozioni inconscia di allontanarsi dalla realtà. Nella vita del giorno e della notte esiste tutta un'ampia gamma di relazioni tra pensiero e linguaggio, tra esperienze vissute ed esperienze rappresentate.
La terza parte del libro è dedicata ai temi clinici che non possono non essere influenzati dalle osservazioni riportate relative al rapporto madre-bambino a partire dalla nascita. Il presupposto teorico-sperimentale di questo capitolo è che la madre e il bambino costituiscono una coppia in un costante stato di interazione. Si dovrà quindi considerare nella coppia il livello di tollerabilità e di sintonizzazione. Appare chiaro dal libro di Stern come un altro elemento diventi essenziale nello sviluppo della mente del bambino: l'autenticità del comportamento delle figure per lui significative. Infatti, contrariamente da quanto ipotizzato da Freud nel 1920, il bambino non è provvisto di uno "scudo protettivo contro gli stimoli", ma è piuttosto vigile, con occhi e con orecchi avidamente aperti alla percezione del mondo circostante. Ciò significa che il bambino non è mai autistico in quanto è continuamente impegnato fin dalla nascita in relazioni sociali. Al concetto di autismo normale, viene quindi da Stern preferito quello di relazionalità emergente che prevede un impegno del bambino ad interagire con altri esseri umani. Questo costituisce un punto di arrivo, il risultato della costruzione attiva da parte del bambino di rappresentazioni di relazioni con altri "regolatori del Se". In questa interazione e dominio della realtà che i bambini esperiscono nell'incontro con il mondo e lo stimolo che essi ricevono vengono fronteggiati con l'adattamento basato sulla realtà. Le operazioni difensive di cui la psicoanalisi parla possono certo verificarsi ma, per Stern, solo quando si sia reso possibile il pensiero simbolico. Una posizione questa che propone un nuovo modello metapsicologico di sviluppo della mente.
Resta valida l'idea di un'origine traumatica della nevrosi e della psicosi purché venga ricercata lungo tutta la storia del paziente sotto forma di una esperienza cruciale definita come la origine narrativa della sua patologia, capace di fornire la metafora chiave e modificare la sua vita. Su questa linea il compito dell'analista sarà quello di lavorare su "qualsiasi metafora ricostruttiva che dimostri di avere la massima forza e il massimo potere esplicativo per la vita del paziente, anche ove non sia possibile risalire all'edizione originale' della metafora".
In conclusione: il libro di Daniel Stern è importante, a mio avviso, per le implicazione che contiene relative alla teoria e alla clinica psicoanalitica. La psicoanalisi, nella sua teorizzazione più attuale, si occupa di parti infantili della personalità che si manifestano nel transfert ed è quindi interessata a conoscere le tappe essenziali dello sviluppo della mente e le modalità che caratterizzano le prime relazioni del bambino con gli oggetti affettivi più significativi della sua infanzia, primo tra tutti la madre. Ecco perché lo studio di queste relazioni primarie può dirci molto sulle angosce persecutorie e depressive e sull'uso della scissione e della identificazione proiettiva e introiettiva che il paziente fa con l'analista, ripetendo modalità più arcaiche e permettendo quindi alla coppia analitica un lavoro ricostruttivo nel corso del processo analitico.
D. Stern ha dimostrato che molte modalità transferali che vengono vissute nell'hic et nunc della relazione analitica non corrispondono alle emozioni reali vissute dal bambino con la madre. Ad esempio la mancanza di un "autismo" fisiologico, la presenza di un senso della realtà fin dalle prime relazioni con il mondo, la mancanza di una simbiosi nel senso malheriano del termine, la divaricazione tra conoscenza del mondo (in particolare gli aspetti pre-verbali di questo) e conoscenza codificata del linguaggio e quindi tra esperienza vissuta e esperienza rappresentata. Ne consegue che dobbiamo stare attenti a collegare direttamente con le prime relazioni infantili quanto osserviamo nel transfert e riconoscere che le linee di identificazione paterna o materna così come si rivelano nel corso del processo analitico possono apparire distorte rispetto alla realtà che ha caratterizzato storicamente la formazione della mente infantile del paziente. Il libro di Stern allarga dunque il campo di indagine e solleva dubbi su troppo facili analogie ed estrapolazioni.