Monna Lisa cyberpunk

William Gibson

Editore: Mondadori
Edizione: 4
Anno edizione: 1999
Formato: Tascabile
In commercio dal: 01/05/1999
  • EAN: 9788804469667
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    Conte

    04/05/2006 10:48:29

    Il terzo libro della serie di Gibson, il primo è Neuromante, poi Count Zero (in versione italiana Giù nel cyberspazio) ed infine Monna Lisa Cyberpunk. Inutile parlare del primo poichè da molti considerato il capostipite del filone cyberpunk, il secondo invece credo che sia il libro più bello della serie ed infine il terzo un libro forse nato per chiudere il cerchio anke se nella matrice nulla si chiude veramente... consigliato alle persone che amano provare nuovi generi, o quelle che non amano i generi "puri" dove è possibile trovare genere noir, fantascienza... Un libro ambientato in un futuro all'apparenza molto lontano dal nostro mentre in realtà è soltanto un'esplosione all'inverosimile dei nostri giorni sotto una lente che ha lo scopo di raggiungere i limiti e focalizzarli...

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    Azazello

    27/10/2003 17:30:14

    Orrendo, il peggior libro che abbia mai letto. E' insensato e confuso. L'attenzione durante la lettura non va mai oltre la singola frase. E' una accozzaglia inclassificabile di idiozie. Potenza del marketing e delle mode...

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    Ciondolo De Ciondolis

    13/01/2000 16:06:09

    Fino ad ora il miglior libro di Gibson che ho letto. Ho particolarmente apprezzato l'intreccio delle storie e gli ambienti che sono relativamente "fuori standard" rispetto ad altri libri scritti dallo stesso autore. Lo consiglio vivamente a chi vuole accostarsi alla letteratura Cyberpunk

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GIBSON, WILLIAM, Monnalisa Cyberpunk
(recensione pubblicata per l'edizione del 1991)

CLARKE, ARTHUR C. / LEE, GENTRY, Rama II
recensione di Pagetti, C., L'Indice 1991, n. 6

Per verificare secondo quali tendenze narrative si sviluppa attualmente la 'science-fiction', può essere utile mettere a confronto l'ultimo romanzo di William Gibson, uscito nel 1988 con il titolo "Mona Lisa Overdrive", e "Rama II" (1989), scritto da Arthur Clarke in collaborazione con lo scienziato Gentry Lee: apparsi da poco in traduzione italiana, entrambi si inseriscono in un 'epos' immaginativo più vasto. Clarke riprende il motivo dell'esplorazione del gigantesco satellite artificiale Rama, iniziata in "Rendezvous with Rama" (1973), creato da una misteriosa intelligenza planetaria che non si rivela mai pienamente all'umanità - e questo motivo, a sua volta, è organicamente legato a un altro ciclo clarkiano, quello del monolito cosmico di "Odissea nello spazio", reso famoso fin dal 1968 dal film di Kubrick. Con un titolo italiano un po' stucchevole (d'accordo che "Mona Lisa Overdrive" è difficile da tradurre, ma si poteva provare con "Monna Lisa nella matrice", "Monna Lisa e il ciberspazio"), l'ultimo romanzo del cosiddetto capofila dei Cyberpunks riprende il filo del viaggio dentro la realtà e la simulazione prodotta dalla matrice del computer già intrapreso in "Neuromante" (Ed. Nord, 1986 "Neuroromancer", 1984), "Giù nel Ciberspazio" (Mondadori, 1990, "Count Zero", 1986), e nei racconti di "La notte che bruciammo Chrome" (Urania Mondadori, 1989, "Yellow Chrome", 1986).
I due universi narrativi hanno un punto di contatto superficiale e uno più sostanziale. In entrambi i casi, lo spazio - esterno o interiore che sia - riverbera di echi metafisici, allude alla presenza non di un dio tradizionale, ma di un principio cosmico capace di trascendere le coordinate tecnologiche del mondo moderno, presente e futuro. Ma questo è un discorso caro alla fantascienza, che ha spesso avuto preoccupazioni, per così dire, "teologiche" sulla conformazione e le finalità dell'universo, in quanto immenso laboratorio evoluzionistico, che non esclude l'operare di una mente divina o semidivina.
A un livello più profondo, sia il "vecchio" Clarke che Gibson mostrano un'attenzione per i personaggi femminili che indica la volontà di alcuni scrittori di rispondere all'invasione dello spazio narrativo SF da parte delle "aliene" - Judith Merril e Ursula K. Le Guin, Joanna Russ e Octavia Butler - che, come documenta Oriana Palusci in "Terra di lei" (Tracce, pp. 197, Lit 15.000), hanno spostato l'ago della bilancia in direzione della coscienza delle donne, nuove interpreti e protagoniste dell'immaginario scientifico. Ma qui, appunto, iniziano le differenze. Clarke si muove all'interno di parametri tradizionali, puntando a raggiungere effetti di verisimiglianza realistica, e costruisce i suoi personaggi secondo rapporti semplici ed efficaci all'interno di una trama, che mescola riflessioni scientifiche ed elementi thrilling del tipo "assassinio a bordo". E le due donne di "Rama II", Francesca e Nicole, l'italiana e la francese in parte africana, l'una spregiudicata e sensuale, l'altra timida e sensibile, sono le antagoniste di una soap opera, seppure rivestite con la tuta dell'astronauta.
Con Gibson le cose cambiano radicalmente, perché muta la struttura del linguaggio, rivolto ad assorbire e a costruire la percezione del postmoderno come spazio di tecnologie visionarie, luogo di simulazioni e allucinazioni informatiche che generano nuovi sistemi verbali e dissolvono l'ordito didascalico della previsione e dell'estrapolazione. Ecco, allora, i personaggi femminili della tradizione del 'scientific romance' assumere nuove forme come eroine dello spazio informatico, esploratrici della realtà virtuale del ciberspazio (in "Neuroromancer", ovvero 'new romancer', "una rappresentazione grafica di dati ricavati dai banchi di ogni computer del sistema umano, impensabile complessità, linee di luce allineate nel non-spazio della mente, ammassi di costellazioni di dati, come le luci di una città, che si allontanano...") sacerdotesse dei massmedia, che comunicano con le stregonesche divinità del Voodoo, viventi "nell'allucinazione consensuale che era la matrice", aggressive Samurai con unghie retrattili e occhi artificiali come Schwarzenegger-Terminator, ma anche giovani creature (l'innocente Kumiko, la peccaminosa Mona Lisa), manipolate e irretite nei giochi di potere delle corporations americane o giapponesi, eppure affascinate dalla vastità e dalla imprevedibilità di un'esperienza spinta sempre ai limiti dell'allucinazione sensoriale e psicologica.
Non so se si può parlare di una nuova controcultura metropolitana, come affermava già Bruce Sterling nella prefazione alla sua antologia "Mirrorshades" (1986), e come argomentano i contributi che formano l'antologia italiana "Cyberpunk", a cura di Raffaele Scelsi (Shake, Edizioni Underground, 1990, pp. 224, Lit 15.000). L'idea di un esercito di pirati informatici che sabotano in nome della libertà individuale i sistemi di comunicazione dei trust multinazionali o delle agenzie statali è affascinante - anche se di non facile applicazione in un paese proverbialmente inefficiente come il nostro - ma certi riferimenti lasciano un po' perplessi. È necessario dare ancora credito a un santone degli allucinogeni come Timothy Leary, evocato a più riprese in "Cyterpunk"? Di fatto il Cyberpunk è una galassia di nomi e di atteggiamenti eterogenei, spesso legati a una moda effimera, a un'etichetta di comodo. Sono d'accordo con Darko Suvin sul fatto che l'unico vero talento espresso dal Cyberpunk è William Gibson ("On Gibson and Cyberpunk SF", in "Foundation", 46, autunno 1989). Del resto, lo stesso Scelsi mette giustamente in rilievo la "matrice" letteraria di Gibson; ai nomi di Ballard, Dick, Pynchon, William Burroughs, aggiungerei quelli di Burgess, per la felicità delle invenzioni linguistiche del suo "A Clockwork Orange", che mi sembra anticipare alcuni esiti narrativi di Gibson, e di Angela Carter, con il suo raffinato 'black humour'.
Certamente, "Mona Lisa Overdrive" mostra che lo scrittore originario di Vancouver (non a caso la metropoli multirazziale canadese del Pacifico) non ha esaurito - come si temeva - le sue cartucce e non si è ancora ridotto alla ripetizione e al narcisismo. Sebbene vengano recuperati numerosi personaggi delle precedenti opere e sia riproposto l'universo della matrice e del 'simstim' ("Simulazione di stimolo. Proiezioni oleografiche che introducono lo spettatore in un universo simulato. Sorta di cinema più reale della natura"), il romanzo raggiunge un efficace equilibrio tra la tradizione avventurosa riflessa nell'intreccio movimentato e tumultuoso e l'iperrealismo volutamente arbitrario e stravagante di un linguaggio gergale, sia quando aderisce alle tecnologie informatiche, sia quando assume le inflessioni demotiche della nuova plebe metropolitana. Vi è, del resto, una connessione profonda anche tra il fluido e onirico ciberspazio da cui emergono ricordi e sensazioni sconosciute, ma anche segni inquietanti di alienità disumana, e la frastagliata, proliferante architettura urbana in cui si muovono i personaggi di Gibson, ormai dislocati rispetto a ogni centralità narrativa, frammenti alla deriva nell'oceano tecno-politano, neppure più padroni del loro spezzone di 'plot', della loro identità, delle loro fantasie. All'interno di un multiverso urbano che sembra la "crescita corallina" della Los Angeles di "Blade Runner" di Ridley Scott, si delineano i contorni di una civiltà del Pacifico (anche se una parte di "Mona Lisa" è ambientata in una Londra curiosamente ibrida, situata tra il passato e il futuro), racchiusa nei sobborghi di Tokyo e nelle immense distese abitate degli Stati Uniti dell'ovest e dell'est (come lo Sprawl = Bama = Asse Metropolitano Boston-Atlanta). Il labirinto della città tecnologica assurge a dimensioni metafisiche nel ciberspazio, si smaterializza nella coscienza delle eroine e degli eroi di Gibson, si esalta nella malinconia di una ricerca del vero fatta di apparizioni spettrali e di echi remoti dall'infinito. 'Simulo ergo sum'. Per William Gibson la vita è un sogno informatico. La morte stessa un altro sogno che porta, forse, ancora più lontano.
Tradurre la prosa di Gibson è un bel rompicapo. In passato ho letto pregevoli versioni di Delio Zinoni. Marco Pensante, che si è cimentato con "Mona Lisa Overdrive" ha un'adeguata competenza in fatto di terminologia tecnica, ma qualche volta è un po' legnoso. "Mona Lisa" diventa lo sgraziato "Monna". Forse sarebbe stato meglio sostituire con "Lisa", o tenere "Mona" che contiene anche altre suggestioni. Qualcuno dovrebbe spiegare ai traduttori italiani che la 'progressive form' inglese non va sempre tradotta "la sta minacciando", "la stavano prendendo in giro", "state dicendo", ecc. Gibson sigilla il suo romanzo con un bel 'no shit', che è proprio "niente cazzate" o qualcosa del genere, non il molto diplomatico "giuro". Ma, soprattutto, quando nelle ultime righe di "Mona Lisa Overdrive" si allude a un'entità aliena che si è insinuata nel ciberspazio modificandolo, il traduttore rende l'inglese 'Centauri' con "Centauri", che sarebbe, invece, 'Centaurs'. Gibson è pur sempre uno scrittore di fantascienza: più che alla mitologia (come farebbe la Carter), pensa all'astronomia (la costellazione di Alpha Centauri). Anche il ciberspazio si estende fino alle stelle.

In un mondo dominato dalla corruzione e dal superpotere scientifico un piccolo gruppo di ribelli e di pirati del ciberspazio sfida il potere tecnocratico e la legge spietata della potentissima Yakuza. Un romanzo brillante e cinico che anticipa un drammatico futuro prossimo a realizzarsi.