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Anno edizione: 2026
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Questo sfaccettato romanzo-mondo, perturbante e ipnotico, intessuto di Leitmotive ripresi e variati, è proposto nella magistrale traduzione di Renata Colorni che, fin dal titolo, sottolinea la malìa, l’attivo potere di incantamento erotico e trasformazione intellettuale e spirituale che la montagna esercita su quanti la abitano.
Recensioni pubblicate senza verifica sull'acquisto del prodotto.
Dopo aver dato l’assalto a “Guerra e pace”, ho deciso d’intraprendere l’ascensione della “Montagna magica”, altro monumento della letteratura europea. Prima di arrivare in vetta ho ansimato, stordito dall’altitudine, o un po’ contagiato dalle difficoltà respiratorie di Hans Castorp e degli altri malati del sanatorio Berghof, situato a Davos, ma far spaziare lo sguardo da lassù valeva la pena. Non nascondo comunque che una certa fatica si è fatta sentire a metà della scalata (mi si perdoni la ricorrente metafora alpina), quando il piglio enciclopedico di Thomas Mann ha voluto far dibattere due personaggi, uno dei quali è l’italiano Lodovico Settembrini che esalta l’umanesimo illuminista nato dalla Rivoluzione francese. Eppure il risultato finale di una tale avventura è indiscutibilmente positivo e, per quanto mi riguarda, questo straordinario romanzo, in cui la malattia che falcidia una piccola società cosmopolita della “belle époque” preannuncia la barbarie della Grande Guerra, è destinato a vivere a lungo nella mia memoria.
Ogni nostra fibra, ogni granello di stento e di domanda sulla vita e i suoi opposti sono ancora lì, sul quel monte a Davos, fra fittissimi sfondi nevosi e coperte sulle gambe, fra lastre in un'io senza mai chiarezza impigliato nel padre di ogni cosa, il Tempo. Aspettare, ecco l'essenza sontuosa che aleggia fra quelle verande. Aspettare: verbo che da solo vale un trattato, "quell'immobile eternità che rende difficile comprendere come possa produrre mutamenti". E che fra i fogli di questa grandiosa tragica sinfonia lascia colare note d'amore, vitalità, compassione ed enigmi a livelli di potenza irraggiunta. Castorp fa scalo dentro se stesso e noi con lui ci addentriamo fra le nebbiose sale del capire, del conoscere, incastri alati di religione e filosofia, polmoni smangiati e conversazioni infinite. Terra e astrazione, concetto e presa, questo il poderoso e mai calmo equilibrio su cui la creatura prova a tenersi, genio dialettico senza uscita dove due alfieri del sentire si scontrano su una scacchiera provata. Scelgo Naphta oltre ogni dubbio, coerente fino all'assoluto, laddove Settembrini è il normale borghese figlio della contraddizione. Settembrini viene a patti con se stesso sapendo di mettere in conto anche cedevoli menzogne senza uscita. Naphta è integerrimo fino al gesto contro se stesso. Eterno scontro fra pensare ed essere, fra male e progresso, stanze senza morale e senza luce ultime, mentre gli echi di cannoni laggiù aprono il sipario del secolo e costringono a una scelta. Vita contro attesa, dilemma contro coraggio, lotta fra "l'appartato universo di quelli di lassù" e il disperato vagito di un Novecento che nasce, che ridisegna il mondo, che ridisegna l'uomo. Mostruosa summa di ogni autentica febbre letteraria, pagine sacre, magne, dove la morte interroga e detta fra i suoi stracci di seducente dissolutezza. Impuro mistero sotto la coltre di sorrisi condivisi, vana esattezza di un incontro, pozza e nitore. Opera che vale le ali di un miracolo.
Solo una nota sulla traduzione dell'aggettivo del titolo, che secondo me è più che corretta, e da preferire senza esitazione a "incantata". Come si legge nel ricco testo che correda il volume tradotto da Colorni, è importante cogliere l'elemento attivo dell'influsso che il contesto del sanatorio e della montagna ha su Castorp. L'aggettivo "incantato" non rende questa forza magica che è una forza di trasformazione.
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