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Morte nella steppa. Yeruldelgger
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Morte nella steppa. Yeruldelgger - Ian Manook - copertina
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Descrizione

Non comincia bene la giornata di un commissario mongolo se, alle prime luci dell'alba, in una fabbrica alla periferia della città, si ritrova davanti i cadaveri di tre cinesi, per di più con i macabri segni di un inequivocabile rito sessuale. E la situazione può solo complicarsi quando, poche ore dopo, nel bel mezzo della steppa, è costretto a esaminare una scena perfino più crudele: i resti di una bambina seppellita con il suo triciclo. Quello che però il duro, rude, cinico ma anche romantico commissario Yeruldelgger non sa è che per lui il peggio deve ancora arrivare. A intralciare la sua strada, e a minacciare la sua stessa vita, politici e potenti locali, magnati stranieri in cerca di investimenti e divertimenti illeciti, poliziotti corrotti e delinquenti neonazisti, per contrastare i quali dovrà attingere alle più moderne tecniche investigative e, insieme, alla saggezza dei monaci guerrieri discendenti di Gengis Khan. Sullo sfondo, una Mongolia suggestiva e misteriosa: dalla sconfinata Ulan Bator alle steppe abitate dagli antichi popoli nomadi, un coacervo di contraddizioni in bilico fra un'antichissima cultura tradizionale e le nuove, irrefrenabili esigenze della modernità. Yeruldelgger dovrà compiere un viaggio fino alle radici di entrambe, se vorrà trovare una soluzione per i delitti, e anche per se stesso. Un thriller classico, a tinte forti, con un'ambientazione unica, in cui pagina dopo pagina si susseguono le scene ad alta tensione e ogni calo di emotività è bandito.
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Dettagli

2016
30 giugno 2016
524 p., Brossura
9788876258800
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Indice


Le prime frasi del romanzo

Una specie di felicità

Yeruldegger osservava l'oggetto senza capire. Dapprima aveva guardato, incredulo, l'immensità delle steppe di Delgerkhaan. Li circondavano come oceani di erbe agitate dall'ondeggiare iridato del vento. Silenzioso, per un lungo momento aveva cercato di convincersi che era proprio là dove si trovava, e c'era davvero. Al centro di distanze infinite, a sud della provincia del Khentii e a centinaia di chilometri da luoghi che avrebbero potuto in parte giustificare la presenza sconosciuta di un tale oggetto.
Il poliziotto del distretto rimaneva rispettosamente a un metro dietro di lui. La famiglia di nomadi che lo aveva avvisato, a pochi metri di fronte. Tutti lo guardavano, aspettando che fornisse una spiegazione soddisfacente sulla presenza dell'oggetto che spuntava da terra, trasversale all'orizzonte. Yeruldelgger aveva respirato a fondo, si era massaggiato il viso stanco con i grandi palmi, poi si era accovacciato davanti all'oggetto per osservarlo meglio.
Yeruldelgger era svuotato, sfinito, come strizzato da quella vita da poliziotto che non riusciva più davvero a controllare. Alle sei di quel mattino veniva mandato a indagare su tre cadaveri mutilati con la taglierina nel locale degli impiegati di una fabbrica cinese nella periferia di Ulan Bator, e cinque ore dopo era nella steppa senza nemmeno capire perché fosse stato invitato laggiù.

Valutazioni e recensioni

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Ettore
Recensioni: 1/5

Un libro spregevole, con una trama assurda e una inaccettabile violenza in cui non si salva nessuno.

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Paginetta
Recensioni: 4/5

Mi è piaciuto molto. Il romanzo è violento e cruento e questo di solito non mi piace, ho continuato a leggerlo per l'ambientazione insolita, esotica e affascinante. Andando avanti sono stata presa dall'atmosfera, da forza, integrità e sofferenza del protagonista, dal suo grande rispetto per le tradizioni del suo popolo. Y è un uomo che rispetta, onora e difende ciò che merita di esserlo, un'anima pura e tormentata in un mondo di persone che dimenticano le radici e inseguono il soddisfacimento di bassi istinti calpestando tutto quello che incontrano sulla loro strada. Una finestra sul meglio e sul peggio della natura umana. Manicheo.

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Gianni
Recensioni: 3/5

Nella trilogia del commissario Yeruldegger il primo volume, Morte nella steppa è certamente il migliore. Se il secondo volume, Tempi selvaggi, non aggiunge niente di nuovo e anzi, perde piuttosto qualcosa a livello di compattezza narrativa, il terzo volume, La Morte nomade, si appiattisce fin dalle prime pagine su cliché che poi sviluppa in situazioni piuttosto inverosimili. Morte nella steppa resta quindi il racconto più fresco ed equilibrato, capace di valorizzare al meglio la figura di Yeruldegger, trovando la sintesi tra indagini e riflessioni, spazio urbano e distese sconfinate, rabbia e meditazione in un quadro complessivamente verosimile che viene reso affascinante dall’ambientazione. La Mongolia viene presentata come un Paese spietato in cui è difficile vivere, adesso come nei secoli passati. L’inverno, con temperature che arrivano a trenta gradi sottozero, non è più insopportabile del caldo estivo, specie nella steppa. E la violenza della polizia non è molto distante da quella delle bande criminali. Sono due facce della stessa medaglia, di un popolo fiero che rischia di perdere la propria identità.

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La recensione di IBS


In questo thriller mozzafiato Ian Manook ci accompagna, un colpo di scena dopo l’altro, dai deserti spazzati dal vento dell’Asia Centrale fino all’inferno dei bassifondi di Ulan Bator. Dopo la Svezia di Mankell, l’Islanda di Indriðason, la Scozia di Rankin, d’ora in poi ci sarà la Mongolia di Ian Manook.

«Questo thriller brilla per l’incredibile esotismo, per l’intensità e il mistero di un intrigo da cui è difficile staccarsi» - Le Figaro magazine

«Un primo romanzo perfetto, palpitante e unico. Come un viaggio alla fine del mondo» - Point de vue

«Un romanzo molto esotico. Una nuova regione compare sulla carta del crimine» - Le temps

Dopo il nordic noir ecco arrivare il mongolian pulp. Dal gelo costante alle infernali escursioni termiche del Gobi. L’ultima frontiera di un genere che negli scorsi venti anni ha conosciuto un boom di ambientazioni bizzarre. Una tendenza premiata dagli affezionati di thriller, che paiono non stancarsi di imparare nomi impronunciabili. Le classifiche di vendita parlano chiaro.

Il protagonista di questo caso editoriale, il primo amatissimo capitolo di una trilogia pluripremiata in Francia, è Yeruldelgger Khaltar Guichyguinnkhen. Segnatevi bene questo nome, badando di non omettere alcuna di quelle simpatiche consonanti, perché siamo al cospetto di un personaggio destinato a entrare nei cuori di tutti gli italiani appassionati di thriller ed esotismo. Gigante irascibile e bevitore incallito di tè salato allungato con latte di capra e burro, Yeruldegger è un tormentato commissario della polizia di Ulan Bator, la capitale di una Mongolia post-sovietica ridotta allo stremo dopo i cinquanta anni di dittatura. Testimone di una società abbrutita quanto gli agghiaccianti palazzoni senz’anima lasciati dal comunismo, il commissario dovrà fare i conti con un triplice omicidio, in cui sono coinvolti dei cinesi evirati durante un rituale sessuale ammantato di simbologia nazista. Per quanto possa suonare peregrina, l’associazione Mongolia-Nazismo di questi tempi è diventata frequente, a testimoniare quanto l’ateismo di stato e lo sradicamento dalle tradizioni abbiano partorito, dopo il ritorno alla democrazia e l’improvvisa modernizzazione, uno sbandamento dei valori tale da far pensare ad alcuni giovanotti locali che Hitler avrebbe incluso volentieri i mongoli nel novero degli ariani. Nel frattempo Yeruldegger seguirà un altro caso, riguardante il rinvenimento del cadavere di una bambina sepolta, probabilmente viva, con un triciclo, un’immagine straziante che ricorda al commissario una figlia morta in tenera età. Il gigante astioso ha un cuore, ma sia chiaro, non ha alcuna intenzione di svelarlo, anzi il dolore per quella associazione lo indurirà ulteriormente, in un crescendo di efferatezze e tensione.
Non aspettatevi solo sangue e lacrime. Ci sono divertenti digressioni sulla cucina locale e scommettiamo che qualche buontempone si lascerà ingolosire dai barbecue nel deserto con marmotta arrostita e ogni variante di latte avariato.

Manook ritrae con occhio disilluso la miserabile bolgia tartara, spogliandola dell’antico retroterra sciamanico e dell’ombra di Genghis Khan, fiacchi ammennicoli di un passato stantio, sradicato prima dal comunismo e oggi dai Mc Donald’s di Ulan Bator. Gli stereotipi con cui i lettori occidentali sono soliti descrivere la magia del Deserto del Gobi vengono infatti spazzati via da un racconto ricco di violenza e cinismo, che rispetta tutti i crismi del genere, ma porta alla luce anche la complicata situazione sociale del paese, tra razzismo e povertà. La geografia del mistero non conosce confini. La scommessa mongola di Manook si rivela riuscitissima.

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Conosci l'autore

Ian Manook

1949, Meudon

Ian Manook, pseudonimo di Patrick Manoukian, è nato a Meudon, Francia, nel 1949. Giornalista ed editore, ha pubblicato il romanzo Yeruldelgger, Morte nella steppa (2016) primo capitolo di una trilogia con lo stesso protagonista al quale segue Yeruldelgger, Tempi selvaggi (2017) e Yeruldelgger, La morte nomade (2018), poi premiato con vari riconoscimenti, fra cui il Prix SNCF du polar. La serie è stata pubblicata in Italia da Fazi. Nel 2019 torna con Heimaey, sempre edito Fazi.

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