Traduttore: E. Martin
Editore: Fazi
Collana: Le strade
Anno edizione: 2008
In commercio dal: 24 gennaio 2008
Pagine: 280 p., Brossura
  • EAN: 9788881128815
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Descrizione

Vincitore del premio Libro dell'Anno 2008 di Radio3 Fahrenheit

Campo di concentramento di Natzweiler-Struhof sui Vosgi. L'uomo che vi arriva, una domenica pomeriggio insieme a un gruppo di turisti, non è un visitatore qualsiasi: è un ex deportato che a distanza di anni è voluto tornare nei luoghi dove era stato internato. Subito, di fronte alle baracche e al filo spinato trasformati in museo, il flusso della memoria comincia a scorrere e i ricordi riaffiorano con il loro carico di dolore e di rabbia. Ritornano la sofferenza per la fame e il freddo, l'umiliazione per le percosse e gli insulti, la pena profondissima per quanti, i più, non ce l'hanno fatta. E come fotogrammi di una pellicola, impressa nel corpo e nell'anima, si snodano le infinite vicende che parlano di un orrore che in nessun modo si riesce a spiegare, ma insieme i tanti episodi di solidarietà tra prigionieri, di una umanità mai del tutto sconfitta, di un desiderio di vivere che neanche in circostanze così drammatiche si è mai perso completamente.

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Recensioni dei clienti

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    Giacomo Di Girolamo

    25/08/2009 14:39:45

    Esistono due tipologie di negazionisti. I primi sono ormai – ahi noi – celebri: negano l’Olocausto e la Shoah da parte della Germania nazista guidata da Hitler. Poi ci sono i negazionisti più diffusi. E in mezzo ci siamo tanti di noi. Sono quelli che negano o dimenticano alcuni aspetti fondamentali della storia, e di ogni storia. Sono i celebratori delle gesta di eserciti e generali che dimenticano che nell’orrore, come nella gloria, ci sono tanti piccoli uomini che con i loro sussulti di dignità hanno contribuito in maniera decisiva a cambiare il corso delle cose. Per tutte e due le categorie non c’è lettura più indicata di “Necropoli” di Boris Pahor. Il suo viaggio nella prigionia in un campo della morte, nel “mondo crematorio” delle camice zebrate. Tra la vita e il nulla. Il suo memoriale della “nebbia stagnante” . Ci sono tantissimi personaggi, nelle memorie di Pahor. Tantissimi eroi, che cercano di “spezzare il cerchio magico dell’impotenza e del lento spegnimento”. Su tutti, rimangono impressi quei “capacissimi tecnici in casacca zebrata”, ingegneri reclusi nei campi di sterminio, che si stavano occupando dei missili tedeschi per bombardare l’Inghilterra. Erano, insomma, meccanici destinati dalle SS alla costruzione di armi mortali. La storia l’hanno fatta loro. Come? “Si diceva che avessero immesso dell’urina nelle sottili tubature: i missili, che erano stati portati in Francia e collocati nelle rampa di lancio si erano rifiutati di partire. Un’altra volta le tubature erano state intasate con la carta”. Riescono a sabotare un treno intero di missili. “I meccanici erano stati impiccati – conclude Pahor – quindici, ad un rotaia innalzata di traverso in mezzo ad una galleria”. Storia di piccoli eroi, è “Necropoli”, storia di morte, con episodi brutali (la fame, la spersonalizzazione, il cannibalismo, la schiuma blu che esce dalla bocca delle vittime della camere a gas) trattati sempre e comunque con limpida visione, lucida analisi.

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    Enrico Caporaletti

    11/03/2009 16:24:50

    Confesso di aver scoperto Pahor nell'intervista con Fazio. Quello che mi ha colpito dell'autore è stata la sua lucidità, la vitalità e la precisione con cui descriveva la vita quotidiana nel campo. Inutile dire che la lettura del libro è stata un'esperienza notevole, intensa. E' davvero un capolavoro (ritengo quasi ovvio che Pahor debba ricevere il Nobel), un libro che non ti permette assolutamente di credere che ciò che stai leggendo sia discutibile (penso al vescovo Williamson e alle sue assurde tesi negazioniste). Un capolavoro almeno alla pari di "se questo è un uomo" di Primo Levi. Assolutamente da non perdere.

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    Nya

    11/01/2009 15:41:02

    Si rabbrividisce nel leggere le oramai note a tutti atrocità dei campi di concentramento. Unica pecca (a mio parere) l'eccessivo soffermarsi da parte dell'autore sui suoi stati d'animo che, seppur fondamentali in quanto ex deportato, rendono più pesante la lettura di questo testo.

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    Grif

    07/01/2009 23:01:52

    Il linguaggio di Pahor ha il respiro lento e profondo della sofferenza e riesce a trasmettere con immagini penetranti un'immagine fortissima dell'immane tragedia. Grande scrittura che pare muoversi fra le vittime dell'odio umano non in cerca di un perché ma di un flebile segnale che la vita ha ancora un senso.

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    M. T.

    09/07/2008 16:01:56

    Sicuramente la lettura del libro non è proprio scorrevole, i ricordi si affastellano e si fa fatica a ricordare tutti i nomi, tuttavia ciò che Pahor riesce a far capire è come sia impossibile sentire veramente quello che si è vissuto in un tale luogo di morte. Solo se si è letta una simile testimonianza si può entrare in un campo di concentramento e sentire come quel silenzio lì presente sia assordante di pena e incredulità.

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    Demi80

    08/07/2008 23:04:31

    Sicuramente troppo pubblicizzato. Lento, a tratti noioso, spesso ripetitivo... visto e rivisto! Con tutto il rispetto per chi queste cose le ha vissute in prima persona, credo che certe vicende si possano descrivere meglio affinchè più gente si possa avvicinare a questo tipo di lettura.... PER NON DIMENTICARE!

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    Slobodan

    07/07/2008 13:59:36

    Un libro denso di vita, di morte, di ricordi, di speranza. A tratti un po' lento e ripetitivo. Ma un libro da leggere, per chi dimentica o vorrebbe dimenticare.

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    marino m. istran

    13/05/2008 11:02:47

    Come connazionale del scrittore mi sento in vergogna di non avere osservato prima il dono che la storia del nostro piccolo popolo ci ha offerto con il personaggio di Boris Pahor. Forse questa nonconsapevolezza e dovuta al irrigidimento comune dopo le sofferenze del nostro popolo subite sotto il fascismo e poi la IIa guerra mondiale nei territori Sloveni, oppure al spesso ostile atteggiamento della maggioranza verso la minoranza Slovena, che si e trovata entro i confini dello stato Italiano. Comunque sono fiero del ottenuto successo del scritto di Boris Pahor che é riuscito a far conoscere al mondo anche un punto di vista sugli eventi storici di un popolo piccolo ma comunque dotato di virtú e qualitá degne di ogni nazione moderna odierna.

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    Luigi

    06/05/2008 18:12:21

    Noioso, lento, un polpettone rivisto un sacco di volte e raccontato meglio da altri autori. E' un libro che sconsiglio, la critica ufficiale lo premia in modo eccellente, ma penso sia più per un discorso di marketing che di vero valore letterario. Leggetevi 'Le benevole' se volete veramente avere tra le mani un capolavoro.

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    luciano sava

    29/04/2008 12:39:19

    Penso che questo libro debba fare riflettere chi ancora oggi nega o giustifica la crudeltà di quel periodo bellico.La lettura non è molto facile , a volte ci si perde confondendo presente e passato,ma resta comunque una terribile testimonianza.

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    Giuseppe

    28/04/2008 16:45:44

    Bel libro, scorrevole, anche se a tratti ci si perde. Racconta il punto di vista di un internato politico: le vicendi, la tristezza, la fame, i sentimenti e gli orrori. Consiglio anche l'altro bellisimo libro "Sonderkommando Auschwitz" di Shlomo Venezia.

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    Nike

    28/04/2008 14:39:38

    Non credo che un libro debba essere definito un capolavoro solo perchè parla dell'olocausto. Io l'ho trovato discerto, a tratti noioso e ripetitivo.

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    Daniele

    14/04/2008 13:28:18

    Vale sempre la pena diffondere tutto ciò che è inerente l'olocausto tuttavia a tratti il libro è poco scorrevole.

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    alex

    07/04/2008 10:58:27

    Questo libro è capace di far sentire il freddo e la fame. Talvolta è un po' contorto e non di facilissima comprensione in alcuni tratti.

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    Mi.Za.

    30/03/2008 10:49:05

    Dovrebbero proporre NECROPOLI come libro di testo in ogni scuola superiore italiana. Se è importante, e lo è senza dubbio alcuno, mantenere viva la memoria dei tragicissimi eventi di oltre sessant'anni fa ebbene questo libro di Boris Pahor sa rendere davvero a 360° quel dramma immane, dalla conferma delle cose note ad altri aspetti, particolari ed eventi che la gente nemmeno si immagina. I rapporti tra i prigionieri all'interno dei campi, l'alternarsi di un tutto sommato giustificato egoismo da parte di alcuni in queste condizioni inumane a momenti rari ma significativi di solidarietà e poi il dramma del dopo, il dramma del rientro nella normalità, il dramma del rimorso ed anche il dramma di verificare la superficialità con la quale la gente, pur con tutte la buona volontà, visita questi luoghi. La definirei una vera e propria enciclopedia di questo periodo vergognoso ed atroce della nostra storia recente, scritta con grande lucidità e quindi con una fatica immane da parte di chi deve ricordare e quindi tornare col pensiero a quella parte della propria vita dolorosa e tremenda. Un libro che dunque dovrebbe essere letto da ogni studente italiano e dovrebbe trovare spazio nella libreria di ogni famiglia. Perché al di là del 27 gennaio, ogni giorno può e deve essere dedicato alla memoria. Grazie Boris!

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    Marco

    29/03/2008 11:40:48

    Ogni pagina di questo libro contiene un pensiero, una immagine, una riflessione straordinaria.

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    CIKY

    25/03/2008 21:49:46

    Nè patetico o buonista,nè volgare o violento.Le parole usate per descrivere le immagini sono insolite ma precise e dipingono senza artifici l'immensità di quella tragedia che diventa così più reale che nei filmati dell'epoca.

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    enrybonzani

    25/03/2008 20:04:19

    Un libro che tocca il cuore e mi ha commosso particolarmente...un grande libro che fà capire la tremenda sofferenza delle vittime della shoah...complimenti a pahor per il suo incredibile stile e per le emozioni che è riuscito a suscitarmi!!!

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    anna

    25/03/2008 09:09:37

    un libro da far leggere a tutto il mondo perche' queste cose non capitino piu'

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    A-Man

    14/03/2008 15:23:05

    Bellissimo.Pur avendo letto svariati libri sull'argomento,questo ha certamente qualcosain più,un qualcosa che ti tocca l'animo e ti stringe il cuore.La bravura di Pahor stà anche nel saper narrare vicende atroci in um modo delicato e struggente.

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Osservare questo libro nelle classifiche dei libri più venduti è una gradevole sorpresa, ma si potrebbe subito discutere se sia stato corretto inserirlo, come hanno fatto i quotidiani, nella narrativa straniera. Vero è che viene tradotto dallo sloveno, ma l'autore vive e insegna da molti anni a Trieste, città che adora, come del resto i suoi abitanti: "Nei lineamenti dei triestini esistono infatti certe particolarità, difficilmente definibili, che riescono a richiamarci alla mente, quando siamo lontani dalla nostra città, il profilo di un angolo di strada, una piazza o una vecchia insegna sopra una latteria. È come se l'ambiente in cui si è nati avesse impresso la propria immagine su un volto, e quell'immagine, simile alla calura estiva sull'asfalto, ondeggiasse lievemente attorno alla pelle delle guance, nei solchi sotto il naso, agli angoli della bocca". Pahor parla un italiano eccellente, una prima traduzione di Necropoli era già uscita nel 2005 senza che nessuno se ne accorgesse. Potenza della televisione che si è occupata di questo grande vecchio triestino? Può darsi.
Pahor è uno scrittore fecondo, diciamo pure un poligrafo, con un numero impressionante di volumi al suo attivo, anche se in Italia, a parlare di lui, e a scriverne, sono stati pochissimi (che io sappia il solo Fery Fölkel, che acutamente – e provocatoriamente – lo accostava a Kosovel). Il problema degli slavi a Trieste è antico quanto il mondo. Un Giorno del ricordo fissato per legge non aiuta a comprendere perché sia così profonda la cicatrice del confine orientale (qui, fra l'altro, ci troviamo di fronte al riproporsi di una questione linguistica, ben conosciuta a chi ricordi le difficoltà di scrivere, e di pubblicare, che sempre hanno avuto i triestini).
La novità consiste nel fatto che Necropoli offre una diversa angolatura per studiare la deportazione politica dall'Italia, oggi in condizione di evidente subalternità rispetto a quella razziale, su cui si pubblica moltissimo, forse troppo. Della Shoah slava nulla conosce il grande pubblico.
Nella costruzione del nemico, da parte del fascismo, sappiamo molto sull'odio antibritannico e sull'antiamericanismo; sull'antisemitismo le nostre conoscenze sono a tal punto aumentate da rendere chiarissimo il quadro generale che precede e segue il 1938. Minore attenzione è stata dedicata alla slavofobia. Al pari dell'antisemitismo, la slavofobia ha radici profonde. Fra nazionalisti e irredentisti un'accesa ostilità era diffusa, se ne trova eco nelle opere maggiori di Saba e di Svevo. Avevano denunciato il pericolo di un odio razziale contro gli slavi Salvemini e un altro intellettuale che conosceva assai bene le due emergenze, quella antiebraica e quella antislava: Angelo Vivante, nel suo Irredentismo adriatico (1912).
Durante il secondo conflitto, sia nell'avanzata in territorio slavo sia, soprattutto, durante la ritirata, l'atteggiamento non sarà affatto il medesimo, come ci ostiniamo a ripetere, automaticamente sovrapponendo antisemitismo e slavofobia. Travolti dal desiderio di avvolgere il fascismo in un indistinto alone di malvagità, spesso dimentichiamo di fare le opportune distinzioni. L'Italia nel 1938 si era data una legislazione razziale, ma nelle zone finite sotto la sua occupazione, in Grecia, in Francia e Croazia, userà contro gli ebrei metodi meno repressivi di quelli adoperati nel litorale Adriatico contro gli slavi. Rispetto a questi ultimi, si osserverà il perpetuarsi di quelle azioni brutali, avviate con gli incendi e i saccheggi descritti con crudo realismo in questo libro (Pahor è un autore che afferra il lettore e non lo abbandona: per esempio, detesta l'andare a capo). Nelle stesse isole dell'Adriatico, negli stessi campi di internamento fascisti mentre gli slavi troveranno orribile morte, diplomatici e anche militari italiani sottrarranno a Necropolis ebrei di mezza Europa. Non è quindi del tutto esatto associare Pahor aLevi o a Kértesz.
Una seconda, più prosaica ragione rende indispensabile la lettura di questo libro. La testimonianza di Pahor sgorga per contrasto: l'indifferenza di quelle sempre più numerose comitive di studenti in viaggio di istruzione a Dachau è la scintilla che origina la scrittura. Il libro è fra le altre cose un atto di accusa contro il dilagante turismo scolastico. Necropoli andrebbe suggerito a insegnanti che pensano sia sufficiente salire su un aereo per portare ragazzi disinformati e distratti nei campi di sterminio. Pahor con severità ci mette in guardia contro i turisti per caso. I migliori viaggiatori di solito sono persone sedentarie, la riuscita di un viaggio dipende dalla intensità con cui si accarezza il sogno di visitare un luogo mai visto. Il viaggiatore sedentario non è mai solo. La migliore compagnia può venire dalla lettura di un libro come questo. Senza bisogno di mettersi in viaggio.   Alberto Cavaglion