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Fabio Geda

Editore: Dalai Editore
Collana: Icone
Anno edizione: 2010
Pagine: 155 p. , Brossura

1 ° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Narrativa italiana - Storie vere

  • EAN: 9788860736475
"Il fatto, ecco, il fatto è che non me l'aspettavo che lei andasse via davvero…". Comincia così, nel segno dell'imprevisto, il racconto in prima persona del precoce apprendistato alla vita di Enaiatollah Akbari, bambino afghano allora dell'età (presunta, in assenza di anagrafe) di dieci anni. "Lei" è la madre, che, dopo averlo accompagnato in Pakistan nascondendolo, nei passaggi rischiosi, sotto le pieghe di un burqa indossato giusto per l'occasione, lo abbandona in un samavat, "magazzino di corpi e anime", uno di quei posti in cui lì si stipa la gente in attesa di trovare un modo per migrare non importa dove. Quella notte, prima di addormentarsi, l'aveva sentita stringerlo a sé più a lungo del solito, e chiedergli tre promesse: non drogarsi mai, non usare mai armi e non rubare mai.
Non sapeva che si trattava di un lungo addio per salvarlo dal suo destino di hazara, gli afghani "con gli occhi a mandorla e il naso schiacciato", forse discendenti dai mongoli di Gengis Khan, forse dai koshani, i più antichi abitanti di quelle terre, in ogni caso trattati come paria dagli altri. I pashtun, sunniti, avevano costretto il padre e altri hazara come lui, sciiti, al trasporto di merci dall'Iran ("per quel fatto sciocco che tra fratelli di religione ci si tratta bene") e, dopo che sul suo camion era stato depredato e ucciso dai banditi, pretendevano il figlio come schiavo per ripagarsi del carico perduto. La buca scavata in casa dove si nascondeva Enaiat (come veniva familiarmente chiamato) stava diventando troppo piccola. E poi c'era la minaccia dei talebani, che avevano fatto irruzione nella sua scuola e ucciso davanti a tutti i bambini, schierati nel cortile, il maestro che si rifiutava di chiuderla. Per i talebani, agli hazara spetta il Goristan: "Questo dicono. E Gor significa tomba". Era tempo di andare. La madre, separandosi da lui nel furtivo e coraggioso addio per tornare dai figli più piccoli, volle aprirgli uno spiraglio di futuro, la speranza di un altrove.
Da questa infanzia soffocata prende avvio la straordinaria storia non-fiction narrata nel libro, uscito ormai un anno fa, presto balzato tra i più venduti e già tradotto in varie lingue, ma non effimero per l'esemplare vicenda che testimonia nella forma di un Bildungsroman del nostro tempo. Alla voce del protagonista presta la sua penna di scrittore con discrezione, rispetto, efficace mimesi dell'oralità, palesandosi solo in brevi corsivi dialogati, Fabio Geda, già autore di romanzi (Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani, Feltrinelli, 2007; L'esatta sequenza dei gesti, Instar, 2008; e ora il più recente La bellezza nonostante, Transeuropa, 2011) sempre legati ai temi dell'adolescenza e della marginalità, cui lo ha reso sensibile la sua attività di educatore.
Rimasto solo, Enaiat intraprende la sua avventurosa odissea che dal Pakistan lo porterà in Iran, in Turchia, e di lì in Grecia e in Italia, peregrinando senza meta prefissata per quasi cinque lunghi anni. Fa i lavori più svariati, venditore di strada, muratore, operaio tagliapietre. Si muove nel mondo parallelo dei reclutatori di braccia e dei trafficanti di esseri umani. Trova amici e compagni di lavoro e di viaggio. Osserva incantato altri coetanei che possono ancora far volare gli aquiloni o dedicarsi al suo gioco preferito del Buzul-bazi, con un osso di pecora bitorzoluto lanciato come un dado. Dorme nei cantieri, nei parchi, nelle stalle, tra le rocce. Si mantiene fedele ai precetti della madre, che trasgredisce solo in un caso, tra la neve e il vento della micidiale scalata delle montagne iraniane verso la Turchia, quando gli compaiono d'un tratto di fronte "le persone sedute. Erano sedute per sempre. Erano congelate. Erano morte. Erano lì da chissà quanto tempo". A uno ruba le scarpe, "molto meglio delle mie. Ho fatto un cenno della mano per ringraziarlo. Ogni tanto lo sogno". Erano partiti in settantasette. Alla fine della traversata, durata ventisei giorni, ne mancavano dodici, morti nel silenzio lungo il cammino.
È una moderna epica narrata in modo asciutto da Enaiat, sempre con leggerezza, persino autoironia, mai vittimismo. Prende atto di come va il mondo, anche quando è duro e violento, con naturalezza. Attraverso gli occhi del bambino "alto come una capra" diventano visioni fiabesche quelle delle "mucche selvagge", basse e tozze, che "correvano come diavoli" in un bosco della Turchia, ma non erano che cinghiali mai visti prima. O la fantasticata presenza nel mare dei coccodrilli, che continua a far paura a uno degli amici con cui prende il largo su un gommone per la Grecia, dove non tutti arriveranno. Ci sono anche gli incontri quasi miracolosi con qualche figura inaspettata di "angelo", che gli offre un pasto, dei vestiti, un biglietto di viaggio, gesti solidali preziosi. Ed è con sguardo sociologico che ci racconta delle reti di afghani sparsi nel mondo, di come si debba andare a cercarli nei parchi delle città, ricavarne informazioni, far scattare un contatto attraverso la catena dei cellulari. E arrivare a Roma già sapendo che si trovano alla piramide dell'Ostiense, e il numero dell'autobus per arrivarci.
Enaiat approda infine a Torino, e la sua è una storia a lieto fine. Vi trova una nuova famiglia con due fratelli. Comincia la sua seconda vita. Frequenta la scuola e vuole lavorare nei servizi sociali, come l'accogliente funzionaria del Comune che l'ha preso in affidamento in casa sua. Aveva ventuno anni (forse) quando finisce il suo racconto degli anni vissuti "più al buio che alla luce" in terre sconosciute, cercando di rendersi "invisibile" nei doppifondi dei tir. È uno dei tanti nuovi cittadini del mondo. Che li chiama clandestini.
Santina Mobiglia

Ci sono storie che aspettano solo di essere raccontate e lettori che attendono solo di poterle leggere. La storia di Enaiatollah Akbari è una di queste: troppo emozionante, troppo commovente, troppo “vera” per restare nell’ombra.
Lo scrittore piemontese Fabio Geda l’ha scoperta e trasformata in un libro. Centocinquanta pagine, raccontate in prima persona e tutto d’un fiato dal giovane protagonista, che ripercorre le tappe della sua odissea, da un piccolo villaggio adagiato sul fondo di una sperduta valle afghana all’Italia, dove ha deciso di fermarsi per riannodare i fili spezzati della sua vita.
Nascere in Afghanistan è preludio a un’esistenza difficile. Nascere hazara equivale a una vera e propria condanna. Sin dall’infanzia Enaiatollah sconta sulla sua pelle le discriminazioni riservate a quelli come lui, che, naso piatto e occhi a mandorla, appartengono a un’etnia minoritaria tenacemente osteggiata dalla maggioranza pashtun. La sua famiglia è minacciata e il padre costretto a lavorare per i trafficanti afgani fino al tragico incidente che gli costa la vita. I talebani chiudono con la violenza la sua scuola trucidando un coraggioso insegnante davanti ai suoi occhi. Per questo, quando compie dieci anni, la madre lo porta a Quetta, in Pakistan, nella convinzione che un futuro incerto in un nuovo paese sia meglio di un destino già segnato in patria. Enaiatollah è solo, per la prima volta lontano da casa, in un paese molto pericoloso. Con un’intraprendenza e una forza d’animo che è per noi difficile immaginare in un bambino della sua età, riesce a sopravvivere procurandosi lavoretti di fortuna. Quando la situazione diventa insostenibile fugge in Iran e lavora tra i clandestini nei cantieri edili e nelle cave di pietra. Da qui raggiunge la Turchia, con una marcia estenuante attraverso impervi valichi montuosi, e Istanbul, nascosto nel doppio fondo di un camion, una vera e propria tomba in movimento dove tocca la morte con mano. Poi una rocambolesca traversata in gommone fino alle coste greche e da lì, un po’ per caso un po’ per fortuna, in Italia.
Per anni la vita di Enaiatollah è una fuga continua tra poliziotti corrotti e violenti e trafficanti di uomini senza scrupoli. Ma anche in questo desolante panorama fanno la loro consolatoria apparizione la compassione e la solidarietà. Hanno il volto di un’amorevole vecchina greca, di un generoso ragazzo veneziano, di un’accogliente famiglia piemontese. I loro gesti di gratuita umanità dimostrano che non tutto è perduto, che è ancora possibile restituire la speranza a un’esistenza troppe volte ferita e umiliata.
Nel mare ci sono i coccodrilli è un libro che emoziona e commuove, ma fa anche sorridere. Nonostante la drammaticità dei fatti raccontati, mantiene sempre un tono lieve e pacato, con un pizzico di ironia, da cui traspare l’ottimismo che è la grande forza del protagonista.
È un libro che punta diritto al cuore e ci invita a riflettere. Dopo averlo letto non potremo più voltarci dall’altra parte e fingere di non vedere il carico di sofferenza nascosta dietro lo sguardo di molti immigrati clandestini. Sarà impossibile non interrogarsi su cosa possiamo o dobbiamo fare, come nazione e singoli cittadini, per evitare che odissee come quella del piccolo Enaiatollah Akbari si ripetano ogni giorno.

Recensioni dei clienti

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    Laura

    08/08/2016 10.55.05

    Ogni giorno assistiamo, ormai sempre più disinteressati, allo sbarco di gommoni zeppi di esseri umani ormai allo stremo, che per raggiungere le nostre coste hanno dovuto percorrere migliaia di chilometri, passare esperienze limite, pagando somme di denaro enormi per le loro possibilità. Siamo diventati insensibili, se non a volte intolleranti nei confronti delle tragedie di migliaia di persone, che fuggono da guerre, persecuzioni, fame, mancanza di speranza. Ogni tanto un episodio più tragico (penso al piccolo Aylan) risveglia per un attimo le nostre coscienze. Poi il nulla, condito dagli improperi dei più facinorosi, che in un crescendo di qualunquismo, accusano i profughi di opportunismo, terrorismo, e via crescendo... La storia di Enaiatollah raccolta da Fabio Geda ci invita a riflettere senza preconcetti, a capire che cosa spinge una madre ad accompagnare un figlio di 10 anni dall'Afganistan al Pakistan per poi lasciarlo lì. A cercare di comprendere le vite spezzate di queste persone che abbandonano le loro case, le loro famiglie, le loro radici, andando incontro ad un ignoto che è preferibile alla devastazione, alla violenza, al nulla che li circonda. Un libro che dovrebbero leggere tutti, soprattutto nelle scuole. Un pugno nello stomaco...

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    zenzero

    04/06/2013 13.52.03

    Scritto a metà nella forma di romanzo e metà nella forma di intervista. Romanzo avvincente perché narra di una storia vera: la storia di uno dei tanti profughi. Quanto coraggio in un bambino la cui vita è molto molto diversa da quella dei nostri figli! Romanzo consigliato soprattutto agli adolescenti per capire quanto siamo fortunati a nascere in occidente.

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    Ago

    05/04/2013 09.03.51

    Romanzo commovente ed ironico. E "verissimo": leggete solo la parte in cui si descrivono i lavori per le Olimpiadi di Atene 2004 e capirete l'importanza degli immigrati nel mondo che si ritiene industrializzato...

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    Federica

    04/03/2013 18.25.14

    Libro bellissimo. Non sono madre, ma se una madre leggesse che suo figlio 11enne ha certe esperienze, credo che piangerebbe dall'inizio alla fine del libro!

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    patrizia

    17/02/2013 22.44.11

    La storia vera di un eroe bambino, anzi di un supereroe. E' incredibile quello che riesce a fare il protagonista per salvarsi e arrivare fino da noi. C'è il video su you tube in cui dice che sfuggita la guerra in Afghanistan, inizia all'estero la guerra della vita di clandestino, insomma sempre in guerra. E noi ce ne stiamo qui belli tranquilli. Tra l'altro il libro è scritto anche molto bene.

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    scarlet nabi

    02/04/2012 15.30.49

    Ogni bambino dovrebbe conoscere a storia di Enaiatollah Akbari è una di quelle che. Perché il nostro mondo sta cambiando rapidamente e non è più possibile fare una netta distinzione tra un "noi" chiuso e definito e un "loro" generico e barbarico ? Non che una separazione definitiva sia mai esistita: le migrazioni e il meticciato sono fenomeni innati nella natura stessa dell'uomo, nomade per vocazione. Oggi i mezzi di comunicazione sembrano affievolire certe differenze e ridurre le distanze e se non ci sono più frontiere ben tracciate, allora non possono esserci nemmeno "stranieri", ossia persona esterna. Lo spazio si è davvero ristretto? Leggendo il libro di Fabio Geda non si ha quest'impressione. Il viaggio è pieno di fatti e di volti e ha i tempi sono dilatati dell'epica orale: dal Medio Oriente all'Europa, dall'Afghanistan alla Grecia, fino all'Italia; da una realtà all'altra in un arco che man mano si arricchisce di sfumature fino ad abbracciare una visione d'insieme. Enaiat si muove in un sottobosco in cui i poveri, i clandestini, gli estranei sono trattati come immondizia, ma restano sempre piccoli scampoli di serenità; da una valle insanguinata dalla brutalità antica delle rivalità etniche alle cave di pietra iraniane, dai vicoli odorosi di Istanbul all'Atene delle Olimpiadi che, adesso come un tempo, sfavilla grazie alla fatica di migliaia di nuovi schiavi. La fine dell'avventura, nello Stivale, pare quasi una fiaba ma non cancella le voci lontane, i morti rimasti sulle montagne - uccisi dalla sete nel doppiofondo di un camion, inghiottiti dalla tempesta nel Mediterraneo - e non nasconde la grettezza del sistema burocratico italiano che vuole ad ogni costo allontanare l'Altro, negarlo, rinchiuderlo dietro a solide porte sprangate. Ad accogliere il protagonista non sono le istituzioni, che prevedono la reclusione per chi non ha commesso reati, ma una generosa famiglia comune che non ha dimenticato il valore insostituibilmente universale dell'umanità.

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    alce67

    23/03/2012 18.53.51

    Il lungo drammatico viaggio di un ragazzino afghano verso l'occidente, la vita, la libertà. Una storia vera, scritta con tratto lieve e la sensibilità di un bambino cresciuto in fretta. Piacevole, avvincente, importante.

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    monica

    07/03/2012 16.07.37

    Un libro bellissimo, la lunga odissea di questo ragazzino afgano che scappa dal suo paese perche' odiato dalla popolazione in quanto fa parte di quella minoranza etnica considerata come una sottospecie di bestia da lavoro o da annientare. La tragedia di quel paese devastata dalla crudelta' dei Talebani narrata con gli occhi del ragazzino che li definiva persone molto ignoranti. Fino all'arrivo in una nuova terra per scoprire se stesso e di quanto sia fortunato rispetto a tutte quelle persone intrappolate ancora in quel Afghanistan.

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    Moreno

    02/01/2012 14.29.34

    Insomma un po' mi ha deluso. un po' noioso e senza spunti speciali. E si vede che è stato scritto da un italiano, con tutti i pregi e i difetti che la nostra cultura ci imprime da quando siamo nati. Si legge veloce solo perchè ha poche pagine. Non lo consiglio e non lo regalo.

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    francesca borri

    22/09/2011 13.24.44

    penserò a Enaiat ogni volta che avrò bisogno di coraggio.

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    Sara

    20/07/2011 12.50.39

    Che bella storia! avventurosa e che non ti annoia mai. BELLISSIMO!

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    FuscelloSpring

    11/07/2011 07.20.07

    Bellissimo libro. Mi è stato regalato per il mio dodicesimo compleanno da un'amica. In alcuni momenti ho detto "Non può essere una storia vera, nessun uomo può aver vissuto e sopportato tutto questo" ma poi mi dicevo " E invece sì, per ottenere la LIBERTA' molti hanno fatto tutto ciò". Quando Enaiat è arrivato in Italia, dopo tutto quello che aveva passato, mi sono chiesta come lo avremmo trattato noi italiani... ero quasi certa che anche la nostra polizia lo avrebbe picchiato e/o arrestato. Ma non è stato così, in quel momento mi sono sentita orgogliosa degli italiani, dell'Italia. Prima ero contro gli immigrati, ora capisco, o cerco di capire, che tutti sono uomini e doni di Dio e nessuno ha il diritto di togliere a qualcuno il desiderio di Vivere...

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    Massimo

    22/06/2011 09.31.11

    Non un capolavoro, ma certo un libro lieve e poetico. Non un saggio sull'immigrazione, ma letteratura, bella e anche insolita letteratura.Terminato, non puoi non guardare con altri occhi - più dolci e comprensivi - sulle strade e nelle spiagge i tanti stranieri che vivono nella nostra Italia.

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    silvia

    07/05/2011 20.35.14

    Bel libro che affronta la tematica dell'immigrazione clandestina con umanità e delicatezza. Buon ritmo e costante coinvolgimento nei fatti narrati.

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    saoirse

    05/05/2011 14.00.58

    Un libro prezioso: quando hai finito di leggerlo non sei più la stessa persona. Grazie all'autore che ha raccolto la storia di Enaiat, grazie a Enaiat che ha accettato di farcene dono.

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    alex

    10/04/2011 11.38.28

    Libro stupendo,da fare leggere nelle scuole.

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    Cristiano

    07/03/2011 12.13.09

    E' un libro veramente bello e interessante, capace di aprire gli occhi su alcune realtà che troppo spesso rimangono ignorate o che sembrano comunque troppo lontane da noi. Ma il mondo, come si apprende facilmente da questa storia, è sempre più piccolo e anche ciò che accade a migliaia di chilometri da noi è come se accadesse dietro l'angolo.

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    Grif

    01/03/2011 13.15.58

    Nel libro di Geda c'è tutta la potenza di una storia vera, di quelle che fanno riflettere sulla nostra condizione privilegiata di "occidentali". Il gesto di abbandonare un figlio ancora piccolo nell'intento, apparentemente paradossale, di salvargli la vita proietta il lettore in una realtà davvero lontana, raccontando una storia che è specchio del dramma di una popolazione intera.

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    Lorenzo

    27/02/2011 11.30.34

    come dice Enaiat nel libro "I fatti, sono importanti. La storia, è importante. Quello che ti cambia la vita è cosa ti capita, non dove o con chi." e la sua bellissima storia merita di essere letta.

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    Letizia

    23/02/2011 14.47.01

    Un libro ben scritto, in cui l'autore scompare, si aliena, per dar spazio e voce a chi davvero questa storia l'ha vissuta realmente. "Nel mare ci sono i coccodrilli" si legge così, tutto d'un fiato, perchè è narrato direttamente con il tono e l'espressività di Enaiatollah Akbari, un bimbo che ha dovuto imparare in fretta a diventare grande, a badare a se stesso, nella vita quotidiana di un Paese che non lo vuole. Una storia innanzitutto vera, reale, da consigliare agli insegnanti quale utile lettura d'approfondimento scolastico per i loro alunni e per i propri figli. Per insegnare alle nuove generazioni che nulla è regalato nella vita se non sai guadagnartelo.

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