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Tzvetan Todorov

Traduttore: E. Lana
Editore: Garzanti Libri
Collana: Saggi corsari
Anno edizione: 2012
Formato: Tascabile
Pagine: 248 p. , Brossura
  • EAN: 9788811601630
Usato su Libraccio.it € 8,85

Che un'aria di famiglia accomuni le democrazie e i totalitarismi non è una novità; nonostante l'odio che ha li ha separati e la lotta a morte che hanno ingaggiato – con il doppio finale: 1945 e 1989 –, nonostante gli sforzi di argomentare attraverso ideologie antitetiche, fascismo, comunismo e liberal(social)democrazie hanno parecchi punti in comune. Già Weber vedeva nel socialismo una prosecuzione del razionalismo occidentale; per Schmitt borghesi e comunisti lottavano all'interno del medesimo orizzonte tecnico-economico; Heidegger metteva insieme nazismo, comunismo e americanismo come manifestazioni della volontà di potenza della metafisica occidentale; i maestri della Scuola di Francoforte (Horkheimer, Adorno, Marcuse) hanno individuato nel dominio la contraddizione strutturale della ragione illuministica, che ha in sé i germi del fascismo che pure combatte; in modi diversi Löwith, Voegelin, Strauss, Talmon hanno colto un nesso strettissimo fra democrazia di massa e totalitarismo: la medesima volontà di salvare l'essere umano, di farne con la tecnica il signore del mondo, e anche di cambiarlo, nel caso dei totalitarismi con la violenza, per renderlo adatto al suo destino di autonomia e di signoria, per renderlo funzionale alla politica. Oggi, nell'età globale del neoliberismo sfrenato e illimitato, quelle contraddizioni ci sono davanti tutti i giorni. Ciò che non la filosofia critica ma l'opinione pubblica credeva, che cioè il male fosse fuori di noi, che il disumano abitasse le altre società, è oggi smentito quotidianamente. È un'esperienza comune, che Todorov esamina in questo nuovo libro. Da sempre affascinato dalla "contiguità dei contrari", dalla facilità con cui, nei casi limite, una figura dello Spirito, un'etica sociale, una civiltà, si rovescia nel suo opposto, Todorov si misura qui con il paradosso della democrazia che si scopre nemica di se stessa, dopo aver sconfitto i propri nemici esterni: che tali, in realtà, non erano, come siamo oggi amaramente costretti a riconoscere. Questa analisi di Todorov non affronta in realtà casi limite, non ci pone "di fronte all'estremo"; la dialettica della democrazia è analizzata attraverso macrofenomeni a tutti evidenti: il messianismo politico (l'idea che la democrazia occidentale sia il bene, a cui è lecito lanciarsi in crociate contro il male), l'economicismo del neoliberalismo (l'autonomia dell'economico, l'invenzione del liberalismo moderno per proteggere la libertà del soggetto, che si rovescia nel dominio dell'economia sui soggetti), l'illimitatezza dell'individualismo che si rovescia in populismo (cioè nel comportamento reattivo dell'individuo, che, privato del suo habitat culturale, si inventa nuove fittizie identità comunitarie, aggressivamente xenofobe). Alla radice di queste contraddizioni – o quanto meno come tratto distintivo riconoscibile ex post – Todorov individua il pelagianesimo, l'eresia del V secolo che, in polemica contro il manicheismo, vuole l'individuo capace di libero arbitrio, di tenace sforzo razionale in vista del bene, di fare di se stesso un Giusto. Un'immagine di individuo attivo e autosufficiente, quindi, contro la quale ha combattuto anche Agostino, il deuteragonista di Pelagio nella drammaturgia storica orchestrata da Todorov. Un Agostino che l'autore descrive come pessimista rispetto all'ottimismo dell'eretico, alla cui idea di illimitata libertà ha contrapposto l'idea del peccato, del limite inerente l'umana natura, e quindi dell'obbedienza alla gerarchia ecclesiastica, unico tramite per la salvezza. Naturalmente Todorov sa bene che Agostino è tutt'altro che un moderato: rispetto all'illimitatezza umanistica di Pelagio, ce ne può essere una anti-umanistica come appunto quella di Agostino, posto che se ne dia un'interpretazione protestante: il Giusto che è tale per Grazia di Dio (e non grazie alla gerarchia) non è meno attivo di quello che lo è per libero arbitrio. E proprio da Agostino e dalla sua intolleranza verso il male la cristianità ha elaborato la nozione di "guerra giusta" per estirpare l'eretico, il nemico per eccellenza. L'Agostino di Todorov, come anche il suo Pelagio, è in realtà la metafora di una possibilità dell'animo umano. In questo senso, per Todorov la modernità è segnata da spirito pelagiano, cioè da uno spirito prometeico, ispirato da un'idea illimitata di potenza e di progresso, di autogiustificazione del soggetto, capace di salvarsi da solo. Sotto il profilo politico si tratta di un pelagianesimo non individuale ma di massa, collettivo, che si manifesta nell'illuminismo radicale di Condorcet (a spese di quello, certamente non progressista, di Montesquieu e di Rousseau – ma è difficile definire quest'ultimo "moderato"), nella Rivoluzione francese e nella sua invenzione dell'autoredenzione dell'umanità. Ed ecco scattare la contraddizione: in realtà quella redenzione deve avvenire a opera delle nazioni più avanzate, che esportano la libertà con la guerra per abbattere regimi dispotici e liberare i popoli. Dalle guerre rivoluzionarie e napoleoniche al colonialismo fino a Obama (compreso), l'Occidente si fonda su questo dispositivo logico e politico: fare guerra per portare la libertà, cercare la pace attraverso l'eliminazione dei nemici dell'umanità. Un'idea, quella di umanità, che è intrinsecamente polemica (come già era chiaro a Schmitt). Anche l'internazionalismo marxista si basa su un'idea di necessità storica (l'avvento del comunismo) che va assecondata con il massimo di energia dalla volontà degli individui, dal loro impegno militante nella lotta contro il male. Lo stesso vale per l'ultima ondata pelagiana, il neoliberismo, anch'esso costruito sull'idea di un ordine naturale buono, l'armonia del mercato, e della lotta volontaristica contro chi a quell'ordine si oppone. Per Todorov è nel dogmatismo, nella dismisura, il punto di contatto e di somiglianza fra democrazia umanistica-liberale e totalitarismo; nella pretesa di avere la natura e le sue leggi dalla propria parte, e di avere quindi il dovere di realizzare, con l'agire umano, l'ordine della natura. Ciò può avvenire – e Todorov è ovviamente bene attento a non minimizzare le abissali differenze – con lo sterminio totalitario, con la disumanizzazione neocapitalistica del lavoro, con l'invenzione populistica di identità collettive intolleranti, con la trasformazione della democrazia nel regime della massima sicurezza, della tolleranza zero, del controllo generalizzato. E contro la hybris, la tracotanza e la dismisura, che nascono dal cortocircuito (sia democratico sia totalitario) fra natura e volontà che la persegue, fra necessità e prassi che la realizza, fra dogma ed estirpazione del nemico che lo nega, contro questa origine remota della contraddizione interna che rovescia la democrazia nel suo opposto, Todorov propone non un regresso, ma un "regime moderato", ovvero una politica consapevole dei limiti della natura umana (e della stessa politica). Limiti che non andranno più declinati, come faceva Agostino, in termini di peccato e di obbedienza alla gerarchia, ma di equilibrio fra autonomia dell'individuo (il bene del soggetto) e il bene comune. Un equilibrio moderato che non è un programma politico moderato: Todorov lo pone infatti all'insegna di un illuminismo a forte impronta morale, orgoglioso di sé ma anche capace di guardare in faccia le proprie contraddizioni, e di sottrarsi con umiltà al loro fatale riproporsi. Carlo Galli