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Traduttore: G. Felici
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2000
  • EAN: 9788806151256
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Un titolo di shakespeariana memoria (una battuta presa in prestito dalla Tempesta) per quest'ultimo libro dello spagnolo Javier Marías, nel quale reale e immaginario si fondono a rievocare ricordi, avvenimenti, opere e personaggi che si incontrano, si perdono e si ritrovano, sullo sfondo dello scorrere ineluttabile del tempo. A metà tra il romanzo autobiografico e l'opera di finzione, Nera schiena del tempo è un libro originalissimo e singolare: nelle sue pagine si alternano capitoli dedicati al racconto delle vicende della famiglia Marías (la morte prematura del fratello Julianín, la maledizione di un mendicante cubano contro il bisnonno, la proprietà dell'isola di Redonda) e capitoli che ricostruiscono il percorso di formazione dell'autore (dagli studi alla nascita dei suoi libri, in particolare Tutte le anime). Questa narrazione di carattere personale è interrotta da una nutrita serie di episodi, avventure e personaggi, conosciuti e sconosciuti, a cui Marías riserva un appassionato ricordo, risollevandoli dall'oblio del tempo. Tra questi le affascinanti figure di scrittori, come il maestro Juan Bent e il critico Francisco Rico, ma anche le storie di personaggi misteriosamente scomparsi e dimenticati: John Gawsworth, scrittore di talento, morto in solitudine e povertà; Wilfrid Ewart, ucciso una notte di Capodanno in Messico da una pallottola vagante, Oloff de Wet, pilota della guerra civile spagnola, protagonista di un memorabile incontro con Franco. Ne nasce un romanzo nel romanzo, o meglio, per dirla come lo stesso Marías, "un libro di incisi", in cui le storie si susseguono perdendosi l'una dentro l'altra come nel gioco delle scatole cinesi. Un libro senza dubbio incentrato sulla vita e la figura del suo autore ma dai contorni indefinibili, che si perdono in una girandola di uomini e avvenimenti e nelle molteplici dimensioni del tempo.


Le prime frasi del libro:

Credo di non aver confuso ancora mai la finzione con la realtà, anche se le ho mescolate in più di una circostanza come tutti quanti, non soltanto i romanzieri, non soltanto gli scrittori ma coloro che hanno raccontato qualcosa da quando è cominciato il nostro tempo conosciuto, e in questo tempo conosciuto nessuno ha fatto altro che raccontare e raccontare, o preparare e meditare il suo racconto, o ordirlo. Quindi, qualcuno racconta un aneddoto su quanto gli è successo e per il semplice fatto di raccontarlo lo sta già deformando o forzando, la lingua non può riprodurre i fatti e quindi non dovrebbe neppure tentare di farlo, ed ecco perciò che in alcuni processi, immagino - in quelli dei film, che sono quelli che conosco meglio -, si chiede a coloro che sono coinvolti una ricostruzione materiale o fisica dell'accaduto, si chiede di ripetere i gesti, i movimenti, i passi avvelenati che hanno percorso o come hanno pugnalato per diventare colpevoli, e di impugnare ancora una volta l'arma e di assestare il colpo a chi ha cessato di essere e non è più per causa loro, o in aria, perché non è sufficiente che lo dicano o lo raccontino con la massima precisione e con la massima imparzialità, bisogna vederlo e si richiede loro una imitazione, una rappresentazione o messa in scena, anche se adesso senza il pugnale in mano o senza il corpo in cui infiggerlo - sacco di farina, sacco di carne -, adesso a freddo e senza aggiungere un altro delitto né una nuova vittima, adesso soltanto come simulazione e ricordo, perché quello che non possono mai riprodurre è il tempo passato o perduto né resuscitare il morto che ormai è passato e si è perduto in quel tempo.
Ciò indica una insicurezza estrema della parola, tra l'altro perché la parola - compresa quella parlata, compresa la più rozza - è in se stessa metaforica e pertanto imprecisa, e inoltre non la si concepisce priva di ornamento, spesso involontario, ce n'è perfino nell'esposizione più arida e di solito ce n'è nell'esclamazione e nell'insulto. È sufficiente che qualcuno introduca un "come se" nel suo racconto; addirittura, è sufficiente che faccia una similitudine o una comparazione o parli in maniera figurata ("è diventato una furia" o "si è comportato da cafone", questo genere di espressione colloquiale che appartiene più alla lingua che a colui che parla e la sceglie, non serve di più) perché la finzione si insinui nella narrazione dell'accaduto e lo alteri e lo falsi. In realtà la vecchia aspirazione di ogni cronista o sopravvissuto, riferire l'accaduto, dare conto di quel che avvenne, lasciare traccia dei fatti e dei delitti e delle gesta, è una pura illusione o chimera, o meglio la frase stessa, quel concetto stesso, sono già metaforici e fanno parte della finzione. "Riferire l'accaduto" è inconcepibile e vano, o piuttosto è possibile soltanto come invenzione. Anche l'idea di testimonianza è vana e non c'è testimone che possa in verità assolvere il proprio impegno. E oltretutto ognuno dimentica sempre troppi istanti, perfino ore e giorni e mesi e anni, e la cicatrice di una coscia che vide e baciò ogni giorno per lungo tempo del suo tempo conosciuto e perduto. Dimentica anni interi, e non necessariamente i più insignificanti.
E tuttavia mi allineerò qui con quelli che hanno preteso di farlo qualche volta o hanno finto di esserci riusciti, riferirò quel che è accaduto o quel che è stato riscontrato o soltanto saputo - l'accaduto nella mia esperienza, o nella mia fabulazione, o nella mia conoscenza, o tutto è soltanto coscienza che non cessa mai - come legame con la scrittura e con la divulgazione di un romanzo, di un'opera di finzione. Non è certo cosa grande né ancora grave e neppure eccitante, forse potrà essere divertente per il lettore curioso disposto ad accompagnarmi in principio, per me ha il divertimento del rischio di raccontare senza motivo e quasi senza ordine e senza tracciare un piano e senza ricercare coerenza, come se lo facessi con una voce capricciosa e imprevedibile ma che tutti conosciamo, la voce del tempo quando ancora non è passato né si è perduto e forse per questo neppure è tempo, forse lo è soltanto quello che è trascorso e può essere raccontato o così sembra, e che per questo è l'unico ambiguo. Credo che quella voce che sentiamo sia sempre fittizia, forse lo sarà qui la mia.
Non sono il primo e non sarò l'ultimo scrittore la cui vita si arricchisce o si danna o soltanto varia a causa di quel che ha immaginato o fabulato e scritto e pubblicato. A differenza di quanto succede nei veri romanzi di finzione, gli elementi di questo racconto che comincio adesso sono del tutto casuali e irragionevoli, puramente episodici e accumulativi - tutti impertinenti secondo la puerile formula critica, o nessuno avrebbe bisogno dell'altro -, perché in fondo non è un autore a guidarli anche se sono io a raccontarli, non corrispondono a nessun progetto e non sono governati da nessuna bussola, la maggior parte proviene da fuori e sono privi di intenzionalità; quindi, non devono necessariamente dare luogo a un senso né costituiscono un argomento o una trama né obbediscono a un'occulta armonia e non soltanto non se ne deve ricavare una lezione - neppure dai veri romanzi si dovrebbe pretendere una cosa simile, e soprattutto non dovrebbero pretenderlo essi -, ma neppure una storia con il suo principio e con la sua attesa e il suo silenzio finale. Non credo che tutto questo sia una storia, anche se posso sbagliare dal momento che non conosco la fine.