Nera schiena del tempo

Javier Marías

Traduttore: G. Felici
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2004
Formato: Tascabile
Pagine: 301 p., Brossura
  • EAN: 9788806167998
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    Cristiano

    17/12/2005 19:04:45

    In questo romanzo l'autore e il narratore coincidono. Marìas prende spunto da una serie di eventi capitatigli nel corso della sua vita per narrare qualcosa di non facile da esprimere a parole: potrei dire il significato dell'esistenza, forse, o semplicemente la vita (non la sua, o meglio dalla sua quella di tutti). Ogni argomento, anche quello apparentemente più insignificante, è spunto per alcune delle riflessioni più belle e profonde che ho letto ultimamente. Potrei dirvi qui alcuni degli argomenti che tratta: la vita dello scrittore John Gawsworth, re di Redonda, come pure quella di Wilfrid Ewart e di MP Shiel; la conoscenza che aveva del portiere dell'università di Oxford; o dei signori Stone, librai di Oxford che credono, a torto ma anche a ragione, di esser stati ritratti come personaggi in un altro libro di Marìas; il fratello più grande e al tempo stesso più piccolo dell'autore; le luci elettriche che rimangono accese in strada all'alba per qualche momento nonostante il sole sia già sorto; e così via. Ma non è questo il contenuto del libro, è altro e io non voglio né sono in grado di trasmettervelo come invece fa benissimo Marìas. Un capolavoro, insomma, che ha come uniche pecche forse alcune piccole ripetizioni di temi in capitoli diversi (all'inizio formano un bel gioco ad incastro, riflessioni che sembravano casuali e poi trovano il loro posto e la loro ragione, ma verso la fine la cosa sembra un po' forzata) e il fatto che può, mi rendo conto, non piacere a tutti. Chi cerca un inizio e una fine e anche una trama non li troverà, qui. Ma troverà ben altro se avrà il piacere di leggere questo libro. Io posso dirvi che sono rimasto molto colpito.

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"Sono troppi quelli che nascono ed è come se non fosse avvenuto e come se non fossero mai esistiti; sono così pochi quelli di cui si conserva memoria e ci sono tanti che muoiono presto come se il mondo non avesse la pazienza di assistere alla loro vite o avesse fretta di liberarsene."

Dietro un titolo originale, tratto dalla Tempesta di Shakespeare, si nascondono moltissimi personaggi che attraversano, quasi come schegge impazzite che l'autore non riesce a "tenere a freno", le pagine del nuovo romanzo (ma si può davvero definirlo tale?) di un autore molto amato (e molto venduto) in Italia: Javier Marías.

Come una manciata di biglie scivolate sul pavimento le storie sembrano sfuggire allo stesso autore in direzioni diverse, intersecandosi, scontrandosi e poi rotolando ognuna verso il proprio angolo, senza un percorso preciso. Ma il lettore più attento, che conosce l'opera dello scrittore spagnolo, riconoscerà in queste storie personaggi già visti, situazioni già narrate, brani di vicende già sentite. Cambia la prospettiva con la quale l'autore racconta.

Dopo poche pagine parrebbe indispensabile la conoscenza dell'opera omnia dello scrittore e, in particolare, di quel romanzo apparentemente autobiografico (ma che autobiografico non è, come afferma lo stesso Marías) che si intitola Tutte le anime. Ma dopo poche pagine ancora, si scopre che non è affatto necessario aver letto e ricordare "al dettaglio" quelle pagine. Perché Marías ce le racconta nuovamente e le presenta sotto un altro punto di vista. È un compendio, talora un po' troppo autocelebrativo, di quello che è stato il percorso dell'autore, specie nei dieci anni che dividono la creazione di Tutte le anime e l'uscita in libreria di Nera schiena del tempo. Chissà quanto di realmente autobiografico c'è in questo libro e quanto invece è divertimento e invenzione. Difficile dirlo anche perché Marías non ce lo svela mai. Però c'è una buona dose di "reale" che arriva attraverso alcuni nuovi protagonisti, le persone che in questi anni hanno "tormentato" il narratore chiedendogli conto delle coincidenze tra loro stessi e i personaggi inventati in Tutte le anime. Insegnanti, studenti, amici che riconoscendosi, a torto o a ragione, in quei cloni letterari, hanno voluto in qualche modo prendere la parola e ai quali Marías ha offerto uno spazio in queste pagine, senza intervenire sui fatti già accaduti. "Non si può correggere il passato" e anche nella scrittura l'autore si attiene ai principi di conoscenza che reggono la vita.

Dunque, parzialmente protagonista del romanzo è proprio il rapporto tra realtà e finzione, a volte lineare a volte molto complesso. Il parlare di sé viene mescolato con i fatti vissuti, con il "saputo", con ciò che si è sentito dire, in un libro che si mantiene narrativo, nonostante tutto. E dalle pagine emergono prepotentemente alcuni personaggi "storici", altri scrittori, avventure originali: biglie che rotolano in tante direzioni. Una storia per tutte, quella dell'isola di Redonda, passata di proprietà da scrittore in scrittore, sino allo stesso Marías. La ricostruzione della intricata vicenda ha per protagonisti Matthew Shiel, autore del capolavoro La nube purpurea, e John Gawsworth, già citato in Tutte le anime, personaggi reali che sembrano fantastici, così come immaginario appare il regno di Redonda, ora governato dal suo unico suddito: Marías.

Pietro Citati ha scritto: "Nera schiena del tempo di Javier Marías è il libro più singolare che abbia mai letto nella mia lunga vita di lettore. Per un verso, è un libro brutto: oso dire molto brutto ... Per l'altro verso è bellissimo e rarissimo".

Non perdetelo.

A cura di Wuz.it


Le prime frasi del libro:

Credo di non aver confuso ancora mai la finzione con la realtà, anche se le ho mescolate in più di una circostanza come tutti quanti, non soltanto i romanzieri, non soltanto gli scrittori ma coloro che hanno raccontato qualcosa da quando è cominciato il nostro tempo conosciuto, e in questo tempo conosciuto nessuno ha fatto altro che raccontare e raccontare, o preparare e meditare il suo racconto, o ordirlo. Quindi, qualcuno racconta un aneddoto su quanto gli è successo e per il semplice fatto di raccontarlo lo sta già deformando o forzando, la lingua non può riprodurre i fatti e quindi non dovrebbe neppure tentare di farlo, ed ecco perciò che in alcuni processi, immagino - in quelli dei film, che sono quelli che conosco meglio -, si chiede a coloro che sono coinvolti una ricostruzione materiale o fisica dell'accaduto, si chiede di ripetere i gesti, i movimenti, i passi avvelenati che hanno percorso o come hanno pugnalato per diventare colpevoli, e di impugnare ancora una volta l'arma e di assestare il colpo a chi ha cessato di essere e non è più per causa loro, o in aria, perché non è sufficiente che lo dicano o lo raccontino con la massima precisione e con la massima imparzialità, bisogna vederlo e si richiede loro una imitazione, una rappresentazione o messa in scena, anche se adesso senza il pugnale in mano o senza il corpo in cui infiggerlo - sacco di farina, sacco di carne -, adesso a freddo e senza aggiungere un altro delitto né una nuova vittima, adesso soltanto come simulazione e ricordo, perché quello che non possono mai riprodurre è il tempo passato o perduto né resuscitare il morto che ormai è passato e si è perduto in quel tempo.
Ciò indica una insicurezza estrema della parola, tra l'altro perché la parola - compresa quella parlata, compresa la più rozza - è in se stessa metaforica e pertanto imprecisa, e inoltre non la si concepisce priva di ornamento, spesso involontario, ce n'è perfino nell'esposizione più arida e di solito ce n'è nell'esclamazione e nell'insulto. È sufficiente che qualcuno introduca un "come se" nel suo racconto; addirittura, è sufficiente che faccia una similitudine o una comparazione o parli in maniera figurata ("è diventato una furia" o "si è comportato da cafone", questo genere di espressione colloquiale che appartiene più alla lingua che a colui che parla e la sceglie, non serve di più) perché la finzione si insinui nella narrazione dell'accaduto e lo alteri e lo falsi. In realtà la vecchia aspirazione di ogni cronista o sopravvissuto, riferire l'accaduto, dare conto di quel che avvenne, lasciare traccia dei fatti e dei delitti e delle gesta, è una pura illusione o chimera, o meglio la frase stessa, quel concetto stesso, sono già metaforici e fanno parte della finzione. "Riferire l'accaduto" è inconcepibile e vano, o piuttosto è possibile soltanto come invenzione. Anche l'idea di testimonianza è vana e non c'è testimone che possa in verità assolvere il proprio impegno. E oltretutto ognuno dimentica sempre troppi istanti, perfino ore e giorni e mesi e anni, e la cicatrice di una coscia che vide e baciò ogni giorno per lungo tempo del suo tempo conosciuto e perduto. Dimentica anni interi, e non necessariamente i più insignificanti.
E tuttavia mi allineerò qui con quelli che hanno preteso di farlo qualche volta o hanno finto di esserci riusciti, riferirò quel che è accaduto o quel che è stato riscontrato o soltanto saputo - l'accaduto nella mia esperienza, o nella mia fabulazione, o nella mia conoscenza, o tutto è soltanto coscienza che non cessa mai - come legame con la scrittura e con la divulgazione di un romanzo, di un'opera di finzione. Non è certo cosa grande né ancora grave e neppure eccitante, forse potrà essere divertente per il lettore curioso disposto ad accompagnarmi in principio, per me ha il divertimento del rischio di raccontare senza motivo e quasi senza ordine e senza tracciare un piano e senza ricercare coerenza, come se lo facessi con una voce capricciosa e imprevedibile ma che tutti conosciamo, la voce del tempo quando ancora non è passato né si è perduto e forse per questo neppure è tempo, forse lo è soltanto quello che è trascorso e può essere raccontato o così sembra, e che per questo è l'unico ambiguo. Credo che quella voce che sentiamo sia sempre fittizia, forse lo sarà qui la mia.
Non sono il primo e non sarò l'ultimo scrittore la cui vita si arricchisce o si danna o soltanto varia a causa di quel che ha immaginato o fabulato e scritto e pubblicato. A differenza di quanto succede nei veri romanzi di finzione, gli elementi di questo racconto che comincio adesso sono del tutto casuali e irragionevoli, puramente episodici e accumulativi - tutti impertinenti secondo la puerile formula critica, o nessuno avrebbe bisogno dell'altro -, perché in fondo non è un autore a guidarli anche se sono io a raccontarli, non corrispondono a nessun progetto e non sono governati da nessuna bussola, la maggior parte proviene da fuori e sono privi di intenzionalità; quindi, non devono necessariamente dare luogo a un senso né costituiscono un argomento o una trama né obbediscono a un'occulta armonia e non soltanto non se ne deve ricavare una lezione - neppure dai veri romanzi si dovrebbe pretendere una cosa simile, e soprattutto non dovrebbero pretenderlo essi -, ma neppure una storia con il suo principio e con la sua attesa e il suo silenzio finale. Non credo che tutto questo sia una storia, anche se posso sbagliare dal momento che non conosco la fine.