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Amos Oz

Traduttore: E. Loewenthal
Editore: Feltrinelli
Collana: I narratori
Anno edizione: 2007
Pagine: 202 p. , Brossura
  • EAN: 9788807017155
In Una storia di amore e di tenebra di Amos Oz (2002; Feltrinelli, 2003), fra i tragici e umoristici genitori e parenti, profughi dal disastro di un'Europa abbandonata "col cuore spezzato" ma eternamente rimpianta, c'è il nonno Alexander Klausner, amatissimo dalle donne fino in tarda età, garbato e scherzoso cultore della leggerezza. Qual è il segreto del suo fascino? La qualità che lo rendeva diverso dagli altri uomini era, dice Oz, "una virtù straordinaria che forse è per le donne più sensuale di qualunque altra: lui ascoltava". Ma non faceva finta di ascoltare, non interrompeva per arrivare al dunque, non pensava già cosa rispondere, non fingeva, non cercava di passare dagli argomenti futili di lei a quelli cruciali di lui, no: ascoltava con calma e curiosità e, anche dopo la fine, la aspettava.
Ascoltare. È sempre questo, in altri modi, il tema fondamentale di Non dire notte, uscito in Israele nel 1994 e ora proposto da Feltrinelli: un romanzo a due voci che mette in scena la delicatezza e fragilità del rapporto amoroso, ma anche le differenti generazioni, la crisi e la sua possibile soluzione positiva, mediante appunto l'ascolto e il rispetto. Come tutti i libri di Amos Oz, è anche una dichiarazione di amore e di pena per gli ebrei di Israele ("un gruppo sparuto di sopravvissuti e profughi mezzi isterici, sopravvissuti a terribili incubi", scriveva altrove), ma anche per gli arabi di Palestina e i conflitti insanabili che insanguinano quella terra, per il sogno della Palestina che si è trasformato in incubo "ma pur sempre un sogno" (La scatola nera, 1987; Feltrinelli, 2002).
Il sessantenne Theo, "un patrimonio nazionale, una perla", come Noa la giovane moglie ben sa, ha lasciato l'attività pubblica e Tel Aviv accettando di ritirarsi con lei a Ted Kedar, piccolo insediamento nei pressi di Beer Sheva, al cui progetto egli stesso ha collaborato alla fine degli anni cinquanta. Qui il suo tempo sembra rarefatto, la sua attività si dirada, e Theo sembra vivere cercando di tenere semplicemente le cose sotto controllo, scrutandole attentamente per placare l'apprensione, e ascoltando il vicino deserto. Il deserto, infatti, comincia dove finisce il cortile di casa ed è il vero, grande protagonista e sfondo del romanzo – e della Palestina: "Oltre (il cortile) si dispiegano colline desolate: laggiù c'è il deserto. Laggiù un mulinello grigio s'alza a scatti, freme un istante, si contorce, corre, cala. Torna in qualche altrove". E si veda il capitolo in cui Theo si smarrisce in una tempesta di sabbia, e avanza a tentoni con il campo visivo interamente occupato di "milioni di granelli vorticanti". E il buio, e la strana felicità dello spaesamento.
Se Theo nelle lunghe notti insonni ascolta se stesso, e il deserto, e la radio a bassa voce, anche Noa lo osserva e prende la parola: "Ultimamente, come Menachem Begin nei suoi anni di reclusione, si sintonizza ogni notte su Londra. Si aspetta qualche notizia che tutti gli tengono nascosta? Cerca forse un'altra prospettiva? O parla con se stesso attraverso la radio? Forse sta solo cercando di prendere sonno. La sua insonnia s'insinua nel mio sonno e vi spenge quel poco di sogni in cui avrei potuto sperare". Lei è vitale, irruenta, disordinata, impulsiva: e impulsivamente, alla morte forse per droga di un allievo adolescente – con il senso di colpa degli adulti di fronte alla purezza disarmata dei giovani – si impegna nel progetto di un istituto per ragazzi drogati, sconsigliata da Theo ("Ho detto: Theo, non sono più una bambina"). Su questo progetto si gioca in realtà molto di più: si gioca la sua autonomia di giovane donna dall'amore-protezione del padre della patria Theo. La tensione del rapporto di coppia è metafora concreta dell'insofferenza dell'ultima generazione israeliana, i figli dei kibbutzim, rispetto a quelli che hanno fatto Israele – e che oggi sembrano purtroppo aver perduto la capacità di ascoltare gli altri, gli arabi di Palestina.
Ma non così Theo, che ora si mette in disparte, quasi immobile per non spaventarla nella sua ansia e confusione: "L'unica via per aiutarla è cercare di non aiutarla. Solo diventare piccoli. Congelarsi. Confondersi con il muro. Fermi". E tuttavia, ogni cosa ha il suo rovescio, come Amos Oz riesce a dire con meravigliosa semplicità: "Davvero la finestra c'è ed è rimasta aperta? Davvero spero che voli fuori? Oppure sto in agguato, fermo, la fisso dal buio con occhi pietrificati, in attesa che crolli sfinita? Allora potrò piegarmi e prendermi cura di lei come all'inizio. Sin dall'inizio".
Come il "buon lettore" da lui descritto in tante sue pagine (e più di tutti la madre dal tragico destino, "una lettrice di grazia suprema"), lo scrittore entra nei panni dei suoi personaggi fino ad accogliere e esprimere il loro io più nascosto e segreto – quello, dice, che tratteniamo nelle cantine e nei meandri più oscuri della psiche –, stemperando così la loro e la nostra solitudine nel reciproco riconoscersi con inquietudine, meraviglia e sollievo.
Da "ascolto" nasce il concetto politico e la parola che Oz – e con lui David Grossman e Yehoshua – propongono per la martoriata Palestina: "compromesso". Conflitti e compromessi è il sottotitolo del festival Dedica di Pordenone, che dal 3 al 17 marzo 2007 ha dedicato a Oz interviste, presentazioni, spettacoli tratti dai suoi libri e musiche: "Noi abbiamo necessità di un compromesso – scriveva Oz in una delle tre conferenze Contro il fanatismo del 2002, – compromesso, non capitolazione. Compromesso significa che il popolo palestinese non debba mai mettersi in ginocchio, e nemmeno debba farlo il popolo ebraico israeliano". Il conflitto israelo-palestinese, dice, è un conflitto fra due vittime. "Due vittime dello stesso oppressore. L'Europa che ha colonizzato il mondo arabo (…) è la stessa Europa che ha (…) sterminato in massa gli ebrei".
Noa e Theo si allontanano e si riprendono, questo è il loro compromesso: ognuno tenacemente legato al proprio io ma anche tenacemente pronto ad accogliere l'altro e a immaginarlo, a immaginare di essere lui per comprenderlo. Il romanzo è punteggiato da alcune dolci notti di amore, ben lontane dal sarcastico, splendido e feroce Grande Amore narrato in Scatola nera, dove l'amore era mescolato a rancore e vendetta, mentre qui tutto è modulato sulla tenerezza di una raggiunta maturità e nella persistenza cocciuta, quasi da contadino, di lui.
In un magistrale e leopardiano capitoletto, la notte, in "un freddo e aspro chiarore di stelle", Theo nella sua insonnia immagina e sente il beduino cieco della piazza cha ascolta anche lui il fruscio della notte, perché "dietro l'alito del silenzio e sotto il fischio del grillo gli pare s'insinui un gemito di morti": dai morti recenti ai pastori nomadi di secoli fa, fino anche al grugnito di cammelli morti, fino al "grido di un capro sgozzato ai tempi di Abramo", al "crepitio di un albero fossile". Noa, nella sua camera, dorme, e si prepara alla vita del giorno dopo.
Nell'intreccio di voci in cui sono immerse le due voci principali, i problemi astratti si rivestono anche in modi umoristici di carne e sangue, con accenti di verità che per quanto riguarda la voce femminile non smettono di stupire. Perché da sempre, nei suoi romanzi, Amos Oz si confronta, ascolta e immagina anche la voce femminile, contraddittoria e generosa, imprevedibile e provocatoria, inesausta interlocutrice della voce maschile.
  Laura Barile

Theo ha sessant'anni. è un uomo che ha attraversato la vita con intelligenza e coraggio: è stato urbanista di grande valore, ha progettato insediamenti e quartieri modello; ha vissuto le stagioni della guerra e quelle dell'incerta pace nella sua giovane patria, Israele. Ha conosciuto la sua terra e anche il mondo; ha continuato a progettare, a conoscere la natura e le debolezze degli esseri umani, ad amare sbrigativamente tante donne. Poco alla volta ha intuito che nulla è poi così importante, che la vita passa senza quasi lasciare segno. Poi, un giorno in Venezuela, ha incontrato Noa, una professoressa israeliana più giovane di lui di quindici anni e in un attimo gli è parsa la persona giusta con cui invecchiare, un'anima pura da proteggere amorosamente dalla brutalità dell'esistenza. Così l'ha portata in patria, prima nella chiassosa Tel Aviv e poi in una piccola città israeliana spuntata come un fiore polveroso in mezzo al deserto del Negev, il posto giusto dove dimenticare l'insensatezza della vita e invecchiare in pace. I turbini di sabbia che si sollevano all'alba ai bordi del paese sembrano a Theo l'immagine giusta su cui meditare, molto più vera di ogni presunzione umana e di ogni convulsa volontà. Ma Noa non è una donna arresa alla disillusione, anzi, aspetta solo l'occasione per spendersi totalmente in un impegno profondo. L'occasione per farlo arriva tragicamente quando un suo allievo diciassettenne muore per overdose e il padre del ragazzino le chiede di aprire un centro per giovani tossicodipendenti dedicato al figlio. è l'opportunità che Noa aspettava, ma anche il momento per una scelta importante: continuare come sempre o battersi e correre rischi per realizzare qualcosa di diverso? Noa accetta la sfida con tutta la determinazione che possiede perché, ovviamente, nessuno vuole avere drogati sotto casa, nessuno vuole seccature. Anche Theo, compagno fedele e premuroso, la scoraggia col suo mutismo e il suo sguardo impassibile. Il rapporto che già da tempo sembrava essersi sopito, entra in crisi. Due modi opposti di concepire la vita si scontrano: l'entusiasmo contro la saggezza di chi è convinto che tutto sia inutile; la buona volontà contro il nichilismo; l'amore contro il fatalismo.
I due protagonisti si alternano di capitolo in capitolo nella narrazione della vicenda: la forza delle due personalità si mescola alle vite degli abitanti di Tel Kedar, vecchi e nuovi immigrati, persone colpite da tragedie immani, ma anche personaggi buffi e vitali. Non dire notte non è esplicitamente un romanzo politico: è un libro che esplora l'animo umano, che racconta la realtà quotidiana di una comunità israeliana che cerca di vivere una vita normale come qualsiasi altra cittadina del mondo. è un romanzo che parla di gente che vuole fare qualcosa di buono, anche se solo in un piccolo paese sperduto nel deserto.
In questo libro più che mai, Amos Oz sa racconta i limiti e le infinite risorse dell'amore e della tolleranza in questo vortice polveroso che è la vita.

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Recensioni dei clienti

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    Raffaele

    22/10/2016 12.41.44

    Un grande romanzo a due voci nel silenzio della notte in cui il vento e la polvere del deserto rendono uniche le atmosfere che Oz riesce a creare.

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    furetto60

    23/10/2015 12.38.24

    Opera intimista incentrata su due non protagonisti e una serie di avvenimenti che di tale hanno poco. La cittadina teatro della scena è uno squallido agglomerato sorto di recente ai limiti del deserto, strappandone alcuni metri ma non l'essenza. In quest'ambito si libera la penna di Oz in un contesto quasi atemporale, di negazione ascetica, in cui lo spirito ebraico si pone vecchie e nuove domande irrisolte. Il piacere della lettura è costituito dalla prosa, in una situazione in cui il torpore degli eventi, pochi e scarni, è la sola tensione narrativa che, dosata e ricercata in ogni riga, scorre guidata da mano maestra arricchita qua e là da varie piccole circolarità accostate a brevi aneddoti, tra cui una quello da cui è tratto il titolo. A tratti lirico, ironico, disincantato questo libro di Oz non è indicato per gli amanti di azione e intrighi. Per questi c'è Tom Clancy.

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    jane

    05/02/2015 15.13.44

    Dopo la lettura di "Giuda" ho voluto leggere questo romanzo scritto parecchi anni fa: ha tutto un altro stile e un contenuto completamente diverso, ma è senz'altro un bel libro. Attraverso le voci narranti alternate si scoprono le personalità dei due protagonisti così diversi per età e temperamento, ma anche attenti a non rovinare del tutto il loro rapporto. La narrazione è lenta ma l'approfondimento psicologico ripaga del tempo rarefatto in cui si muovono i personaggi. Deliziosi i personaggi minori ed anche quelle specie di "camei" inseriti nel racconto (la storia dello scimpanzé, del cane o episodi del passato). Bellissime e poetiche le descrizioni del deserto e della notte.

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    Gianfranca Fois

    08/06/2012 12.15.09

    Ho sempre apprezzato Amos Oz, è lo scrittore israeliano che mi piace di più ma......questo romanzo mi ha deluso. Poco coinvolgente, stentato, a tratti veramente noioso, personaggi poco interessanti, forse il personaggio più interessante è il paesaggio, sia la cittadina che il deserto. Ma ciò che mi ha maggiormente disturbato è la mancanza della parola Palestina, Palestinese,solo qualche sinonimo (?) beduino o arabo, solo vaghissimi e ambigui riferimenti al problema israelo- palestinese. Dall'autore di "Contro il fanatismo" è veramente inaccettabile

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    antonino margagliotta

    12/09/2011 12.01.09

    Hai comprato un libro di Oz e ti accingi a leggerlo. Bene. Non sei davanti ad un thriller americano o ad una commedia francese anni settanta... Sei davanti al deserto della striscia di Gaza. Ti entra dentro piano e diventi di sabbia. Altro che noia. Non cercare né trama né ritmo. cerca te stesso agli incroci di questa città artificiale ed artificiosa dei territori. Consigliato. Come gran parte della letteratura israeliana di questo periodo (vedi Yeoshua e Grossman).

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    stef

    19/12/2009 22.27.09

    - all'inizio mi ha preso e ho pensato di esser di fronte ad un grande.....poi lo ho finito perché la speranza era l'ultima a morire. - di lui si continua a ripetere che ti guarda con un occhio semichiuso come un contadino sospettoso, lei - telaviviana emancipata ? boh - non viene fuori come personalità, interessanti le macchiette di contorno - l'affarista erotomane - quello del " come diceva " .. è il miglior carattere del romanzo.

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    Claudia

    21/07/2008 09.22.05

    Molto lento e poco coinvolgente. Riconosco che è stata una bella idea quella del romanzo a due voci, poichè è attraverso i pensieri di Noa e Theo che si sviluppa la storia.

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    eliana morello

    14/07/2008 19.16.09

    Non so come possa accadere, ma ci si innamora facilmente dei personaggi di Oz. Theo è l'uomo che molte donne vorrebbero accanto: presente ma allo stesso periferico, dolce e passionale, forte e protettivo, sicuro di sè, accogliente amante premuroso. Non rimane che essere un pò gelose di Noha che ha avuto la fortuna di diventare la donna della sua vita.

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    silvia

    19/03/2008 17.53.25

    veramente lento e noioso....

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    fabio

    22/02/2008 12.52.17

    era il primo libro che leggevo di amos oz, mi aspettavo molto. invece il libro non decolla mai, non capisci dove voglia arrivare e con quali interminabili giri. non sono riuscito a finirlo, non mi capita spesso.

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    fratango

    10/01/2008 11.56.00

    Una noia mortale

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    greta

    13/09/2007 11.27.48

    Se avete voglia di leggere qualcosa di "diverso" fatelo con questo libro. La vicenda di due sposi in crisi, vista dalla prospettiva di entrambi e perciò narrata con parole differenti. E' curioso vedere come una giornata sia raccontata in modi diversi dai protagonisti, proprio perchè vissuta (anche se insieme) con sentimenti mai aguali e gli attimi e le parole vengono pesati in maniera quasi opposta, perchè è opposto lo stato d'animo. Molto bella la narrazione: intima e profonda, con la cornice del deserto e della difficile vita quotidiana in Israele. Amos Oz è davvero bravo nel descrivere il vento caldo che soffia, la polvere che copre tutto, ma anche le divisioni politiche e sociali di uno stato a cui guardiamo con una sorta di tepore: le notizie sono quasi sempre uguali e dunque ad un certo punto scatta l'indifferenza dell'abitudine, è un maestro nel fare partecipe il lettore di come l'uomo possa adeguarsi a tutto, anche a costruire una città in mezzo al nulla e a farci crescere i fiori e l'erba. Con determinazione.

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    pasquale

    30/08/2007 01.32.34

    Indubbie le qualita' di Oz ma il libro non mi ha emozionato. Voto 3,5

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    Francesca

    28/07/2007 10.13.37

    Ho trovato il libro molto bello. Riesce ad inquadrare perfettamente come una stessa situazione possa essere vista con occhi diversi da due persone...o come a volte si possa scoprire di essere importanti per qualcuno, al quale non abbiamo mai prestato attenzione. Volevo poi segnalare un errore a pag.159: il "crack", non è eroina di bassa qualità, ma cocaina in base libera.

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    dany

    25/06/2007 16.59.56

    La scatola nera è un bellissimo libro che merita 5/5. quando è uscito questo libro l'ho subito comprato. purtroppo è stata una vera delusione. Chi ha letto di Amos Oz solo questo libro non può certo ritenerlo il grande scrittore che tutti apprezzano.

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    sirio

    11/06/2007 16.02.09

    non delude mai, il caro oz. è vero, la trama è lenta, ma tutto ciò che gira attorno a piccoli accadimenti è un turbine di emozioni che lui sa rendere perfettamente. magico, come sempre.

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    Valentina

    13/05/2007 18.32.38

    E' il primo libro di Amos Oz che leggo, e devo dire la verità, non mi ha fatto tutta questa impressione...peccato. Ho trovato un po' fastidiosa anche l'esposizione, in una storia che non mi ha appassionato per nulla.

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    ERIKA

    08/05/2007 09.29.35

    BELLISSIMO COME DEL RESTO OGNI LIBRO DI OZ. UN VERO TALENTO: LE SUE PAROLE SONO EMOZIONE,SENTIMENTO, COLORE, MUSICA. TRASCINA IL LETTORE NEI MEANDRI DELL'ANIMO UMANO,NEL QUOTIDIANO DI OGNI VITA, NELLE SUE SFUMATURE SOTTILI, LIEVAEMNTE PERCETTIBILI. NON CONTA IL SUSSEGUIRSI DEGLI EVENTI MA LA NOTA CHE RISUONA DENTRO MENTRE SI LEGGE. IL MIGLIORE, PER ME.

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    Meena

    26/04/2007 09.32.02

    E' un libro un po' serioso, con poco "movimento", piuttosto lento; tuttavia, grande è l'abilità di Oz nell'esprimere le emozioni segrete, i pensieri dei due personaggi. Ottima anche la sua capacità di penetrare nel pensiero femminile e poi, girando pagina del libro, la stessa abilità nell'esprimere il pensiero maschile. Lo scrittore potrebbe essere uno psicologo. Voto al max - non tanto per la trama quanto per il quadro perfetto di una coppia che si lascia vivere anziché viversi.

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    seby

    18/04/2007 08.37.15

    Questo e' il primo libro di Oz che leggo e penso che sara' anche l'ultimo. Peccato, una grande delusione.

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