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Cormac McCarthy

Traduttore: M. Testa
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2006
Pagine: 251 p. , Rilegato
  • EAN: 9788806179670

è dalla metà degli anni sessanta – il suo primo libro Il guardiano del frutteto (Einaudi 2002) è del 1965 – che Cormac McCarthy ci parla dell'America dei suoi miti e delle sue angosce. Lo fa scegliendo un punto di vista particolare quello del genere western ma trasfigurandolo fino a mutare il sogno della frontiera in un incubo dalle tinte foschissime. La lente attraverso cui guardare le vicende di una nazione e delle persone che ne fanno parte non viene quindi puntata su Hollywood il crollo di Wall Street o Pearl Harbor ma su pianure desolate praterie e deserti città fantasma luoghi di frontiera che diventano puntualmente terre di nessuno desolato teatro di una “scena primaria” sanguinaria e ancestrale. In Meridiano di sangue (Einaudi 1996) e nei romanzi della Trilogia della frontiera (Cavalli selvaggi Oltre il confine Città della pianura tutti Einaudi 1995 1996 1999) il “destino manifesto” del paese la sua autoattribuita missione civilizzatrice (si veda il bel saggio di Anders Stephanson: Destino manifesto Feltrinelli 2004) si svela in tutta la sua ambiguità: la libertà quella che ieri si cercava all'Ovest e che oggi si esporta in giro per il mondo è anche se non prima di tutto libertà di uccidere chi si vuole di sopraffare l'altro fino allo sterminio.

Specialmente in Meridiano di sangue McCarthy è riuscito a elevare questa condizione a un livello ulteriore all'interno di una dimensione narrativa in cui la ferocia permea ogni cosa e ogni personaggio qualunque sia la sua origine. Nelle vicissitudini dello scatenato giudice Holden e del ragazzino al suo seguito non è più una questione di bene e di male ma di uomini posseduti da un'animale preistorica “paura del sangue e della morte” come recita l'imprevisto esergo di Valery. La libertà su cui si è costruita l'America (e di cui il western tradizionalmente ne dava una rappresentazione pacificante e identitaria) lungi dall'essere un approdo sicuro e civilizzatore diventa sulla pagina di McCarthy il nome che si impone a una legge di natura violenta e disumana.

Da simili premesse si muove anche Non è un paese per vecchi che vent'anni dopo Meridiano di Sangue e sette da Città della pianura ci presenta un McCarthy inedito spiazzante per certi versi con un thriller ambientato nel Texas degli anni ottanta. Llewlyn Moss un reduce del Vietnam sta cacciando un'antilope nel deserto – quasi un archetipo della sua narrativa: l'essere umano è un atomo impazzito e minuscolo immerso in un paesaggio grandangolare maestoso e indifferente – quando incappa sulla scena ormai fredda di una carneficina: un regolamento di conti tra bande di narcotrafficanti. La tentazione a cui non si può resistere immancabile ingrediente di ogni thriller che si rispetti (e il romanzo di McCarthy è anche un thriller) ha qui le fattezze di una borsa con due milioni di dollari dimenticata tra i cadaveri. Moss la prende: è il suo primo errore. Il secondo errore sarà tornare sul luogo del delitto per aiutare un sopravvissuto. Peccato che nel frattempo siano tornati i cattivi per finire il lavoro e riprendersi il bottino: l'incontro ovviamente non è dei più amichevoli. Comincia così una caccia all'uomo che si protrarrà per buona parte del romanzo. Moss viene tallonato da Chigurh un killer di brutalità inaudita a tratti grottesca. Terzo vertice del triangolo è lo sceriffo Bell anche lui un reduce ma della seconda guerra mondiale: le sue considerazioni nostalgici richiami a un tempo e un paese che non sono mai esistiti interrompono una narrazione altrimenti tesissima.

Allora visto così sembra che McCarthy abbandonando i temi e la lingua abituali (il West raccontato con quell'inglese quasi barocco in cui Melville e Faulkner si mescolano alla tragica necessità del Macbeth o della Bibbia di re Giacomo) abbia cercato più la riuscita se non proprio commerciale quantomeno comunicativa. E se da una parte è senz'altro vero (Non è un paese per vecchi è un noir incalzante e allucinato emozionante e scritto in maniera superba) dall'altra la sensazione è che non si possa ridurlo a divertissement per quanto di livello.

Basti pensare all'intero impianto strutturale del romanzo: per due terzi si attiene alle regole del genere soltanto per buttarle a mare di colpo concludendo la vicenda improvvisamente e deludendo qualsiasi ulteriore aspettativa. Lo stesso titolo è indicativo: No country for old men è un verso di una poesia di W. B. Yeats (Verso Bisanzio) su un impero opulento e decadente. Ciò che cerca McCarthy allora non è il thrilling ma l'allegoria: quella del romanzo è un'America sopravvissuta a se stessa popolata di reduci di avanzi di una guerra che sembra eterna.

Quando ancora una volta Chigurh si volatilizza a Bell non resta che raccogliere i cocci (e i cadaveri) lungo una frontiera ormai svuotata di ogni ideale. Lo sceriffo fino a questo punto inconcludente portavoce dell'America profonda può solo abbandonare le illusioni intorno a un mitico passato perbene e ammettere sconsolato: “La gente dice che è stato il Vietnam a mettere in ginocchio questo paese. Ma io non ci ho mai creduto. Questo paese era già messo male. Non avevamo niente da dare a quei ragazzi da portarsi dietro. Non si può andare in guerra in quel modo. Non si può andare in guerra senza Dio. Io non so cosa succederà quando arriverà la prossima. Non lo so proprio”. Neppure noi lo sappiamo ma intanto la “prossima guerra” è già qui.


Francesco Guglieri e Roberto Canella

Recensioni dei clienti

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    Il Manu

    30/01/2009 00.04.09

    A mio avviso un grandissimo libro, il cui finale è perfettamente in linea, anche se paradossalmente cambia completamente scenario, stile e tono, con quanto narrato fino allora, ma del resto "dopo che tutte le bugie sono state dette e dimenticate,la verità sta ancora lì.Non va da nessuna parte e non cambia da un momento all'altro.Non si può corrompere,cosi come non si può salare il sale.Non si può corrompere perchè è quella che è". e la verità nuda e cruda non manca mai fino all'ultima parola del libro. E' però vero che lascia l'amaro in bocca nel punto in cui si accenna alla Barracuda col vetro insanguinato e al suo proprietario. E' Cornich a guidarla? è sempre lui il testimone sull'auto della polizia? è stato davvero il messicano? non lo sapremo mai. questo mi rode, ma va accettato. La sola verità, che conta, è che Moss è morto. accettiamola...come fa Bell.

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    Nespeca Armando

    10/05/2008 14.56.35

    Anche il personaggio John Wayne nei suoi ultimi western riferendosi alle nuove generazioni e ai cambiamenti del suo mondo si lasciava andare a battutaccie critiche... Ripeto roba vecchia ben confezionata

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    massimo

    06/03/2008 20.04.35

    Mah. Strano testo. Sintetica storia di sparatorie in stile Mucchio Selvaggio. Intanto puo' colpire (o disturbare) l'essenza delle canoniche punteggiature nei dialoghi. Sembra quesi lo sbobinamento di un nastro di intercettazioni telefoniche. Trama a tratti zoppicante con qualche imprecisione (in un libro in cui le armi la fanno da padrone cita la Glock "inventata" 8 anni dopo i fatti - una "marchetta" travestita ?). Perfetto per una sceneggiatura del primo Tarantino (o del sodale Rodriguez) si è invece trasformato in un acclamato ritorno dei Coen ai fasti di Fargo. Alla fine rientrerebbe tra i b book, se fosse stato pubblicato tra i Segretissimo, invece è un libro "kolto". Si legge in fretta, anche per la sua compattezza. Provate l'effetto che vi fa.

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    Rossi Fabio

    15/10/2007 22.22.26

    Accogliendo il consiglio di oncecaldas ho riletto il finale del libro e non cambio assolutissimamente opinione Il racconto ad un certo punto vira dal noir a riflessioni di tipo esistenziali, peraltro mal proposte, finendo per concludersi in modo non definito e confusionario.

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    faust

    08/10/2007 17.21.06

    Quando si giudica un libro, si deve (ma ognuno è libero di fare come crede)cercare il più possibile di essere obiettivi e morigerati, sia nell'elargire la santità al Nostro, sia nel tramutarlo in un maldestro scribacchino da romanzetto rosa. Forse ai più è sfuggito il titolo. Si parte da lì: "Non è un paese per vecchi", o meglio, "nessun paese per i vecchi", o meglio ancora "il mondo è cambiato e io, vecchio ribmabito,non mi ci riconosco più". Credo che se non si parte da questa considerazione, si giunge ad un giudizio superficiale del libro. E' la storia di un vecchio sceriffo, di un texano, di un figlio dei pionieri. Ha una famiglia, una moglie, ed è prossimo alla pensione. Tutto qua. Il classico ceto medio basso occidentale, una volta lo si sarebbe chiamato piccola borghesia. Questo scriffo si guarda intorno e vede, ed è quì lo scandalo, che tutto ciò che lo circonda è diverso da come se lo ricordava. Il mondo è cambiato, i giovani sono cambiati, e perfino i delinqunti sono cambiati. Non è un giudizio sul mondo, è un semplice punto di vista di un uomo anziano che guarda fuori dalla finestra. L'ho trovato, specialmente nelle riflessioni dello sceriffo, un libro addirittura colossale. Vivamente consigliato.

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    Giovanni

    12/09/2007 10.15.55

    Grandissimo libro. Praticamente neo-realista. Amaro e nerissimo ma REALE. è questo quello che mi piace di certi autori contemporanei americani, sono neorealisti nel senso più stretto, spesso raccontano di vite vuote e inutili del nuovo continente, ed è per quello che certe persone non sono attratte da questi libri: forse si aspettano qualche contenuto "artificiale"....speriamo che i fratelli Cohen ne tirino fuori un bel film (ma non sarà affatto facile, il libro è molto introspettivo).

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    oncecaldas

    28/08/2007 14.52.05

    mi permetto di consigliare a fabio rossi di rileggere il finale del libro: è quello che lo rende non scontato, non il solito noir...le figure dello sceriffo e del killer sono eccezionali ! lo trovo un modo di descrivere un paese senza proclami o prediche , ma con crudo realismo.

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    Gaetano75

    28/08/2007 13.44.11

    Libro sopravvalutato. La verità è che tutto è incredibilmente scontato, dalla prima all'ultima pagina: lo sceriffo saggio, il criminale psicopatico, la violenza gratuita, le descrizioni minimaliste di pistole e fucili. Il finale poi è di una noia mortale: bravo è chi non si addormenta. I fratelli Coen, dopo capolavori come Fargo e L'uomo che non c'era, dovranno darsi da fare non poco per riuscire a tirare fuori da questo scontatissimo romanzetto una sceneggiatura e un film di livello.

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    Rossi Fabio

    29/06/2007 16.44.05

    Un libro sullo stile di Ellroy dalla trama, però, a volte eccessivamente sostenuta al punto di rendere difficoltosa la comprensione dei dialoghi. Interessante la prima parte del libro, decimanete noir, mentre il finale appare confuso e deludente. Sopravvalutato. Spendente meglio i vostri soldi.

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    Nespeca Armando

    30/05/2007 23.38.25

    Libro dalla lettura scorrevole e con una forma che riesce a compenetrarsi con i personaggi e i luoghi di un' America di confine. Tuttavia la trama mi è sembrata scontata con i soliti clichè oramai vetusti e con un intelaiatura ottima per farci uscire una sceneggiatura da film. Sicuramente ce lo faranno!!!

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    Peter62

    08/05/2007 13.41.15

    Un libro stupendo. Anch'io sono stato spinto a comprarlo incuriosito dalla recensione di Ferrara sul Foglio e non sono rimasto deluso:leggendolo si ha l'impressione di guardare contemporaneamente un film,c'è ritmo,azione,suspense,belle descrizioni,cura dei dettagli e dialoghi serratissimi,il tutto senza una parola di troppo;allo stesso tempo è profondo,pieno di saggezza,amarissimo ma con la fiammella della speranza ancora accesa e molte delle riflessioni dello sceriffo tra un capitolo e l'altro sono tra le più belle,semplici e indiscutibili che possa capitare di leggere di questi tempi:si potrebbe sorriderne,ma per un solo motivo:la verità quasi sempre fa paura e si tenta di esorcizzarla in questa maniera perchè la nostra vita non ne venga travolta,a causa del fatto che,sapendo cosa è giusto e cosa è sbagliato,ogni volta che non ci si comporta bene(e comportarsi bene richiede spesso fatica e coraggio,fisico e morale)il senso di colpa non ci fa dormire tranquilli.Ma,come dice lo sceriffo:"dopo che tutte le bugie sono state dette e dimenticate,la verità sta ancora li'.Non va da nessuna parte e non cambia da un momento all'altro.Non si può corrompere,cosi come non si può salare il sale.Non si può corrompere perchè è quella che è".

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    Giovanni Bersani

    04/03/2007 19.03.22

    Non mi ha entusiasmato. Leggibile, con qualche difficoltà nei dialoghi serrati in cui a volte non capisci chi sta parlando (è uno strano modo di scrivere..originale/interessante ma non facile). Il resto...lo si legge nei commenti che mi precedono.

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    piero mugnaioni

    23/01/2007 00.02.58

    Capolavoro assoluto! Incuriosito dalle lodi sperticate di Giuliano Ferrara, ho comprato Non è un paese per vecchi e mi sono ritrovato di fronte ad un thriller che supera i confini del genere ponendo domande ultime sulla malvagità e sull'uomo. Ma le riflessioni filosofiche non inficiano le convenzioni del genere: un cattivo come Chigurh è assolutamente unico ed indimenticabile, per tutte valga la scena col proprietario del drugstore, scena che sembra già film. E come dimenticare quando Chigurh va a saldare i conti con la moglie di Moss? La struttura narrativa, poi, ellittica e quasi ossificata, è il segno che non siamo più in grado di cogliere tutti i nessi tra gli avvenimenti, procediamo incerti in un mondo che non ha più chiavi di lettura, un mondo ormai dominato da Mammona, il personaggio indicato da Gesù come simbolo della ricchezza materiale e dell'avidità ("non potete contemporaneamente servire Dio e Mammona").

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    Mario69

    11/01/2007 17.43.06

    E' stato il mio primo libro di McCarthy, e non credo proprio che sarà l'ultimo. Mi è piaciuto molto lo stile narrativo, veloce ed asciutto, ma sopra ogni cosa in questa storia c'è l'amarezza dello sceriffo Bell, i cui pensieri sono lo specchio in cui si riflette una società contorta ed alla deriva. La qualità della scrittura è altissima, il ritmo teso ed incalzante, la tensione vibra tra le pagine; di fronte a scrittori come McCarthy ci si rende conto quale sia il livello di un vero maestro della narrativa.

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    Lorenzo Berti

    18/12/2006 10.50.05

    Libro che gronda nerissima amarezza, l'amarezza disturbante di chi (Bell-McCarthy) non riconosce più il mondo come un posto abitabile da normali esseri umani. Ben più che semplice laudator temporis acti, l'autore ti fa sentire sulla pelle, sotto la pelle, questo dolore - magistrali e toccanti le riflessioni in corsivo ad apertura capitoli; da leggere e rileggere, ché da sole valgono tutta la letteratura italiana contemporanea, tra Baricchi, Faletti, Ammaniti - racchiudendolo magari nel gesto-abitudine di un personaggio che il giornale "non lo legge più". La vicenda raccontata, poi, è tesa (forse a volte troppo, tanto da risultare un po' ellittica - per questo mezzo punto in meno: 4.5 su 5!), adrenalinica e cruda, disturbante anch'essa, anche per la chiusura e la necessaria, ovvia, consequenziale mancanza di happy-ending. En passant, i Coen (che pare - speriamo! - stiano traendoci un film) aggiungeranno una tacca allo scandaglio del male puro e assoluto, tra la bellezza di Fargo e la finezza de L'uomo che non c'era.

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    Pete Bondurant

    22/10/2006 17.41.31

    Pechinpah e Hugo a braccetto. La violenza e i sangue che trasuda da queste pagine Mr. Tarantino se le sogna. Irrinunciabile.

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    riccardo bandera

    14/09/2006 15.48.21

    bellissimo. una storia e una scrittura avvincenti e incisivi. straordinari i capitoli/inciso dello sceriffo. un romanzo noir e un opera morale. da non perdere.

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    michele Simeone

    29/07/2006 16.02.34

    Una dialogo che vale il libro un meta libro si può dire. "Per governare la gente perbene non ci vuole niente. La gente cattiva non si può governare affatto. O almenon a me non risulta che ci sia mai riuscito nessuno" Sceriffo Bell Un grande scrittore MIchele Simeone

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    Stefano70

    27/06/2006 18.00.30

    Scrittura asciutta, dialoghi serrati, pochissime riflessioni (le ritrovi nel finale, come la quiete dopo la tempesta): ti scorre come se stessi vedendo un film, e non è un caso che i fratelli Cohen lo porteranno sul grande schermo. L'ho letto in quattro giorni, e non te ne distacchi facilmente; la forza di questo romanzo sta nel dirti tutto con l'essenziale, nemmeno una parola in più. Un reduce del Vietnam, che si ritrova in un gioco più grande di lui, comincia una fuga impossibile con una borsa piena di soldi. Due uomini lo cercano: un folle psicopatico, più freddo del demonio e uno sceriffo che non riesce a comprendere il male che gli sta intorno. E come potrebbe? Ogni personaggio si muove con la sua logica, e come sempre c'è chi fa la storia e chi la subisce. I morti alla fine non si contano e a chi resta in questo mondo non rimane che vivere la propria esistenza sapendo che in fondo rappresenta un mistero e che una speranza o una promessa sono necessari per poter continuare. Le parole del fuggitivo ad una giovane autostoppista che vuole lasciarsi il passato alle spalle forse rappresentano la risposta più convincente: "C'è una strada che va in California e un'altra che torna indietro. Ma il modo migliore per andarci sarebbe semplicemente ritrovarsi lì". Geniale!

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    Luciano

    08/06/2006 11.31.19

    Scrittura asciutta? Fin troppo, tanto che, a furia di togliere, togliere, per rendere la storia veloce come un film adrenalinico, si fa fatica a seguire tutti i passaggi e i collegamenti della storia e dei personaggi. Certe passaggi poi sono enigmatici. Comunque un libro piacevole. Con qualche parola scritta in più sarebbe stato molto migliore.

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