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John Le Carré

Traduttore: G. Costigliola
Editore: Mondadori
Collana: Omnibus
Anno edizione: 2010
Pagine: 333 p. , Rilegato
  • EAN: 9788804603184

Con Il nostro traditore tipo John le Carré reinventa ancora una volta il romanzo di spionaggio, strappandolo alle sue definizioni classiche.

Perry e Gail, lui insegnante idealista a Oxford, lei avvocato rampante: una coppia di fidanzati inglesi in vacanza nello scenario da sogno di Antigua, nei Caraibi. E un russo di nome Dima, rozzo eppure magnetico, che possiede una tenuta sull’isola, con al polso un Rolex d’oro tempestato di diamanti e un piccolo tatuaggio sul dorso del pollice destro. Un incontro destinato ad avere conseguenze inimmaginabili per i due giovani, quando il russo chiede a Perry di giocare a tennis con lui. È solo una normale partita quella che si svolge alle sette di mattina davanti agli occhi stralunati di Gail e alla più strana accozzaglia di persone che le si sia mai parata davanti? Bambini senza allegria, una donna dall’aria assente e funerea, una taciturna e bellissima ragazza che nulla può strappare alla lettura del suo libro, ma anche loschi figuri con tutta l’aria di guardie del corpo. Chi è veramente questo russo carismatico che ostenta amicizia e giovialità nei confronti della giovane coppia? E, soprattutto, cosa vuole da loro?

Recensioni dei clienti

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    gvo

    11/03/2012 10.24.36

    Ben scritto e leggibile fino a 1/3, poi la storia scompare nel nulla sino al finale, affrettato ed insulso, che non conclude gli spunti emersi nella trama. Evitabilissimo.

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    Daniele

    27/09/2011 16.25.50

    Un bellissimo libro. I personaggi principali sono tutti descritti con sapienza psicologica, sono credibili fino in fondo. Forse per questo altri lettori non hanno apprezzato il libro, troppa psicologia e pochi cervelli sfracellati. Ma anche la trama, oltre ad essere ben congegnata, è soprattutto realistica, una storia dei nostri tempi che potrebbe essere vera fino all'ultima, amarissima, virgola.

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    maurizio

    06/09/2011 12.16.38

    Le Carrè,scrive sempre molto bene,con dovizia di particolari,per cui egli invita a leggere con un ritmo lento,ma dal quale fuoriesce tutto il sapore dei bei libri del maestro;anche questo testo non smentisce i caratteri distintivi peculiari del suo autore.Chi cerca sparatorie e "action" ne stia lontano,ma il maestro è sempre pronto a focalizzare la sua attenzione su aspetti nuovi dei nuovi crimini e reati,che oggi non riguardano più la Guerra Fredda e lo Est-Ovest,ma derivano,in parte, anche dalla disgregazione di quel sistema di conflitto. Un buon Le Carrè,vista anche la concorrenza,ma peccato che in una recente intervista abbia detto che pare non abbia più voglia di scrivere. Sarebbe una grande perdita, pur considerando i suoi 80 anni,e tutte le belle storie con cui ci ha aperto gli occhi su molte cose. Peccato se non scriverà più,ma rilascia interviste.

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    giorgio g

    01/05/2011 17.58.06

    E' un libro che, all'inizio fa ben sperare: ambiente esotico come la caraibica Antigua, protagonisti un professore ed un'avvocatessa inglesi in vacanza ed un misterioso russo che li accosta e li coinvolge nei suoi misteriosi intrighi: ci sono tutti gli ingredienti per un thriller di cui le Carré è maestro. Ma quando la scena si sposta all'Inghilterra ed entrano in scena i servizi segreti, il ritmo si spegne, si susseguono pagine e pagine decisamente noiose ed anche quando la scena si sposta prima a Parigi e poi alla Svizzera la storia si avvia stancamente ad una conclusione che appariva scontata almeno un centinaio di pagine prima della fine, pagine che sinceramente ho stentato a finire. Speriamo in un'altra volta...

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    marcello

    11/01/2011 23.11.03

    Una noia mortale! Credo che per un libro di spionaggio sia il massimo!Involuto,intorcinato su se stesso, ed il problema è che il lettore speranzoso giunge alla fine leggendo pagine il cui interesse è modestissimo. Brutto,brutto aiutatemi a dire brutto!

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    Rokossovskij

    17/11/2010 11.34.25

    Tipico esempio dell' "ultimo" Le Carré (dalle parti del Canto della Missione ma molto meglio di Yssa il buono). C'è il tentativo di riprendere l'epica spionistica intrisa di cinismo dei romanzi maggiori, adattandola a storie isolate, e che non sempre sembrano reggere il peso esemplare che le si vorrebbe dare (il meccanismo che, ad esempio, secondo me funzionava bene nella Tamburina). Detto questo, sempre la consueta grandissima prosa, che segna e segnerà sempre la distanza fra il maestro ed i poveri allievi

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