L' occhio di Calvino

Marco Belpoliti

Editore: Einaudi
Collana: Saggi
Anno edizione: 1996
Pagine: XII-286 p.
  • EAN: 9788806139360
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recensione di Scarpa, D., L'Indice 1997, n. 5

Nell'ottava delle sue "Lettere scientifiche ed erudite", uscite postume nel 1721, Lorenzo Magalotti esamina cinque modi di dire, riferiti ai cinque sensi dell'uomo e relativi alle "varie graduazioni d'espressioni di maggiore o minore evidenza d'una verità". È una scala decrescente che va dal tatto all'odorato: ""Questa cosa si tocca con mano": ecco il sommo dell'indubitabilità. "Questa cosa si vede cogli occhi": comincia a poterci essere della fallacia. "Questa cosa si sente bisbigliare": c'è il caso di frantendere. "Questa cosa si comincia saporare": siamo indietro assai. "Questa cosa si subodora": non se ne può saper manco". Di Italo Calvino ci restano tre racconti postumi, dedicati agli organi di senso che Magalotti colloca in fondo alla scala della certezza percettiva (benché sia poi l'odorato, buon ultimo, a suscitare le più fulminee e precise epifanie). Calvino non fece in tempo a scrivere sul tatto e sulla vista, i due sensi più affidabili e più contigui al sesso, cioè a quel sesto senso che si affaccia in due dei tre scritti superstiti e che avrebbe potuto essere la (immancabile) cornice del libro progettato, I cinque sensi.
Sensi e conoscenza: oggi, dopo più di dieci anni di studi, Marco Belpoliti pubblica un libro ricco, difficile, folto e intricato su Calvino e il vedere: che, come indica la radice indoeuropea weid, è un'operazione della mente. Il libro, vera panoplia o panopticon calviniano, è diviso in quattro capitoli. Già nel primo, "Storie del visibile", sono annodati quasi tutti i temi che saranno disciolti più avanti: il continuo e il discreto, la mappa e il labirinto, l'occhio e la mente, il guardare e la vertigine, la spirale e la linea retta, il leggere e lo scrivere, la realtà e l'identità. Per ciascuno di essi il critico sarebbe tentato di scrivere più pagine di quante ne abbia scritte Calvino stesso. Un impulso che nel libro di Belpoliti serpeggia: il suo sarà forse un tentativo di guardare Calvino da tutti i punti di vista possibili? Di certo c'è stato un momento in cui Belpoliti, come il Silas Flannery del "Viaggiatore" con "Delitto e castigo", ha avuto la tentazione di ricopiare da cima a fondo i testi di Calvino entrati nel suo discorso. Dinanzi a questo scrittore ci si sente un po' Bouvard e Pécuchet, e si leggerebbero tutti i libri, dall'"Odissea" alle strisce di Snoopy, per cercarvi solo quel tanto che possono dire su di lui.
Belpoliti sa come guardarsi da queste insidie; sa che "la combinatoria di Italo Calvino non è solo la combinatoria dei narrativi possibili, ma è anche la combinatoria dei "propri" possibili". Sarà per questo che, come usava fare Calvino stesso, scrive anche lui un libro che reca la sua propria confutazione: tra le pagine su Calvino e gli artisti, quelle bellissime sulle "Still-life alla maniera di Domenico Gnoli" danno voce a un'"angoscia dell'inesauribile" che appartiene tanto allo studiato quanto allo studioso. (Ogni saggio calviniano si lascia leggere in filigrana come romanzo autobiografico). Per lo stesso motivo Belpoliti ha composto il suo libro, lungo un intero decennio, per addizione, al contrario di Calvino che scriveva per sottrazione. Le sue idee critiche sono compresse e ripiegate una dentro l'altra già nel primo capitolo, e si aprono come fiori giapponesi in quelli successivi: "Il foglio e il mondo", "Occhio all'opera" e "Un occhio sui rami". Abbiamo così un gran numero di variazioni ma anche non poche ripetizioni: sul concetto calviniano che "vedere vuol dire percepire delle differenze", maturato dall'incontro del signor Palomar-Calvino con l'anziana donna giapponese in chimono viola, si confrontino le pagine 32-33 con la 249 e la 267.
Sarebbe piaciuto a Calvino questo libro in cui tutto si presenta come digressione rispetto a un centro del discorso che subisce continui ritocchi? Dovessi fare la recensione commisurandola alle scoperte che il libro ispira, alla voglia che suscita di rileggere cose già lette mille volte o di leggerne di nuove, di controllare (anche perché il libro è ahimè pieno di refusi), di confrontare, incuriosirsi e tirare giù mezza biblioteca, questa dovrebbe essere una recensione entusiastica. Ma spero di non fare gran torto a Belpoliti se dico che molto del suo meglio è nelle pagine finali con le note e la bibliografia - un vero tesoro nascosto - e che questo saggista irrequieto si scopre negli scarti laterali con cui abbandona per un momento le sue meticolose (e a volte concettose) disamine per rilassarsi in un'enunciazione fulminea, irrelata, magari arbitraria: "il pervinca è il colore dell'amore in Calvino".
Tra i suoi discorsi più perspicui c'è quello su Calvino e la fotografia, che apre il terzo capitolo: "La fotografia va perciò considerata come la vera metafora della scrittura, (...) la scrittura capace di esaurire il mondo e che, come la fotografia, ha nell'occhio il suo principale organo descrittivo e conoscitivo". Vi troveremo anche pagine molto belle in cui si paragona, con l'aiuto di Svetlana Alpers, la conversione della visione in immagine attuata rispettivamente dalla pittura fiamminga e da Calvino, e una conclusione dove si mostra che la "collezione di sabbia" altro non è che una collezione di visioni del mondo, che possono contraddirsi ma non escludersi a vicenda. Nei testi di Calvino opera sempre l'osmosi per cui gli oggetti si idealizzano e le idee si oggettivano.
Cito per ultime le pagine sul senso del tatto in Calvino, scaturite da un testo di Greimas e molto stimolanti: nel senso che mi stimolano a un pensoso dissenso da Belpoliti. Che cosa si vede affacciandosi agli occhi di Calvino? Si vede il fuori, ma anche il dentro di Calvino. Ora, uno che è salito fin sugli occhi di Calvino dovrebbe provare a raccontarci anche il loro al di qua; dovrebbe provare a rivoltarli all'indentro, e chissà cosa ci mostrerebbe. Calvino rifuggiva dalla corporeità, dalla voluminosità del mondo, dall'introspezione; preferiva tracciare diagrammi, mappe, spirali e linee rette. Diceva di voler insegnare solo "un modo di "guardare", cioè di essere al mondo". Belpoliti nota come in "Palomar" "la realtà corporea del personaggio è ridotta al minimo"; sostiene che il Calvino maturo è "più interessato al problema visivo che a quello esistenziale o ontologico; la lezione di stoicismo è soprattutto una lezione sul vedere". Vero. Ma è anche vero che i suoi molto combinatori e manieristi anni settanta sono gli stessi in cui molto interviene sull'attualità: vedi i suoi fondi politico-antropologici in prima pagina sul "Corriere". Il suo massimo di rarefazione convive col suo massimo di concretezza.
Vorrei perciò suggerire, tornando a Magalotti, che se in Calvino l'occhio incomincia nel cervello, esso termina sulla punta delle dita. Se l'occhio di Calvino è in bilico, come dice Belpoliti, lo è tra un corpo e una mente: sono queste le basi del materialismo e del platonismo (così lo definì Pasolini) dello scrittore. In Calvino anche il toccare è un guardare, e il guardare è viceversa un toccare. Bene lo sa la ragazza dal seno nudo che va via indispettita dopo il quarto sguardo del signor Palomar sulla spiaggia. Il mondo ci tocca (in tutti i sensi), ci invia segnali e richiami attraverso il guizzo di un seno nudo o l'ammiccamento di una configurazione di stelle. La percezione, Calvino lo ha detto più volte, è un tunnel scavato dall'esterno all'interno, dal mondo all'individuo, dall'oggetto all'occhio. Il mondo tocca la nostra mente attraverso il tatto e la vista che integrano i propri ruoli. Per quanto defilata, in Calvino c'è una costante compresenza di corpo che vede e intelletto che tocca. In un punto Belpoliti sfiora questi temi: quando si occupa del racconto erotico giapponese del "Viaggiatore", quel racconto sulla vista e sul tatto intitolato "Sul tappeto di foglie illuminate dalla luna". Spero perciò che trovi allettante questa provocazione: chi vuol fare la storia della mente di Calvino dovrà fare contemporaneamente la storia del suo corpo. Non sto proponendo, si capisce, un Calvino desnudo o più pudicamente "in love": per quello aspettiamo tranquilli l'epistolario, nel 2010.