Occidentalismo. L'Occidente agli occhi dei suoi nemici

Ian Buruma,Avishai Margalit

Traduttore: A. Nadotti
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2004
Pagine: 163 p., Brossura
  • EAN: 9788806171988
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Occidentalismo non è una parola nuova. Si sarebbe piuttosto tentati di dire, un po' demodé. Essa evoca scenari assai lontani dalla contemporaneità: il dibattito russo che ha visto affrontarsi, a partire dall'Ottocento, sostenitori del sogno di Pietro il Grande di aprire con San Pietroburgo una finestra sull'Europa e slavofili, oppure, nella visione bipolare della guerra fredda, il blocco che vedeva nell'Europa dell'Est egemonizzata dall'Urss una minaccia per l'intera umanità. In ogni caso, una tendenza culturale che, coniugata in contesti differenti, assegna un ruolo preminente all'Occidente nello sviluppo della civiltà.

Fin dalle prime pagine del libro di Iain Buruna e Avishai Margalit, si rimane quindi un po' disorientati nel vedere riproposta questa categoria in una versione completamente mutata di segno. Facendo tabula rasa dei precedenti significati, secondo i due autori, l'occidentalismo coinciderebbe con "il quadro disumanizzato dell'Occidente che tratteggiano i suoi nemici". Nello scenario della guerra santa dichiarata dal fondamentalismo islamico con l'attacco alle torri gemelle, in cui gli autori collocano esplicitamente la loro analisi, l'antiamericanismo si presenta come una forma estrema di occidentalismo. Un fenomeno che si nutre di un vocabolario di cui fanno parte l'odio per la nuova Babilonia e la sua civiltà fredda e meccanica, il culto della morte opposto all'antieroismo borghese e liberale, la redenzione spirituale e religiosa contrapposta al vuoto razionalismo occidentale e all'idolatria per il denaro. Questa "miscela tossica", che capovolge la visione orientalista riducendo l'Occidente a una società barbara e idolatra, non è tuttavia semplicemente una "malattia mediorientale". Al contrario i suoi ingredienti vengono rintracciati in una molteplicità di contesti storici e aree geografiche che spaziano dal Giappone della scuola buddista-hegeliana di Kyoto alla Cina di Mao Zedong, passando per lo slavofilismo dei russi Ivan Kireevskji e Aleksej Chomjakov e l'Iran di Sayyid Mahmud Taleqani, per citarne solo alcuni tra i tanti. Il tratto comune che essi condividono è un'ostilità verso l'Occidente nutrita dalla scommessa di potersi appropriare del bagaglio tecnologico della modernità europea, respingendone i contenuti ideologici potenzialmente minacciosi per le identità culturali non occidentali.

Il pamphlet di Buruma e Margalit va tuttavia ben oltre la semplice ricognizione dei nessi tra le forme culturali di occidentalismo e lo scenario contemporaneo post 11 settembre. Prendendo fermamente le distanze dall'interpretazione del conflitto in corso come scontro di civiltà, secondi i due autori l'occidentalismo non può essere considerato semplicemente come una costruzione esterna all'Occidente prodotta dall'odio identitario dei suoi nemici. Al contrario, l'ipotesi centrale è che le sue radici alberghino solidamente all'interno del mondo occidentale: "È nostra convinzione − scrivono gli autori − che l'occidentalismo, come il capitalismo, il marxismo e molti altri 'ismi', siano nati in Europa prima di essere esportati in altre aree del mondo". A suffragare questa tesi vengono ripercorsi i legami tra la critica marxiana all'idolatria delle merci e i pionieri dell'islam rivoluzionario, così come l'influenza di Jünger sui circoli musulmani degli anni sessanta. Infine, partendo dalla constatazione che "il vocabolario occidentalista di parole buone e cattive è sostanzialmente identico a quello romantico", vengono arruolati nelle file dell'occidentalismo Schelling e Dostoevskij, così come buona parte del romanticismo tedesco e russo. Un filo che, sul piano più strettamente politico, porta da Hitler e Stalin direttamente a Osama bin Laden passando per Pol Pot e Ho Chi Min.

Buruma e Margalit disegnano una storia dell'occidentalismo intesa come una serie di contaminazioni incrociate, di malintese idee europee e di diffusione di idee sbagliate. Un'analisi che presuppone una storia delle idee intesa come enumerazione di entità astratte che si autoriproducono lungo linee di continuità. È estranea agli autori, infatti, un'analisi convincente delle relazioni sistemiche tra Occidente e non-Occidente, delle relazioni di potere, in altre parole, attraverso cui queste idee si sono dispiegate storicamente. Una faccenda liquidata in poche battute. Ricordando che talvolta l'antiamericanismo è conseguenza di specifiche politiche nordamericane come il sostegno alle dittature anticomuniste, alle imprese multinazionali e al Fondo monetario internazionale, gli autori chiosano: "L'antagonismo di alcuni paesi verso gli Stati Uniti è dovuto semplicemente alla loro potenza. Altri paesi, che godono dell'aiuto e della protezione del governo degli Stati Uniti, hanno nei suoi confronti il risentimento che si ha verso un padre iperprotettivo. Altri ancora odiano gli Stati Uniti perché invece di aiutarli voltano loro le spalle. Ma in molti casi non sono in questione le cose che il governo americano fa o non fa".

Se sul piano dell'analisi culturale, come giustamente sostengono gli autori nelle pagine finali del libro, non si tratta di discutere di strategie militari o di politica internazionale, ma "la questione è cosa pensare, come porre il problema", allora è difficile sottrarsi all'impressione che la risposta di Buruma e Margalit non ci faccia fare un gran passo in avanti. Anzi. La cornice in cui disegnano una possibile alternativa allo scontro di civiltà che viene dai neocons come dal fondamentalismo islamico è assai nota. Essa ristabilisce l'Occidente come unico soggetto della storia e condanna il resto del mondo a una perenne brutta copia della modernità occidentale. Le torri di vetro e di acciaio di Singapore e Kuala Lampur in questa prospettiva non sarebbero altro che il sintomo del desiderio di sconfiggere "l'Occidente creando copie grottesche della civiltà che vogliono sorpassare". L'altro, quando non risponde docilmente all'ingiunzione mimetica che gli viene rivolta, o è rigettato in un'alterità immaginata come luogo di regressione o, nel migliore dei casi, è rappresentato come un altrove stereotipato da dove non può venire niente di nuovo.

Tuttavia, se l'intenzione dichiarata degli autori è quella di difendere l'Occidente dall'odio dei suoi nemici cercando di comprenderne le cause e le ragioni, rimane piuttosto oscuro in che cosa vada identificato l'Occidente stesso. Alcuni passaggi sembrano farlo coincidere con gli Stati Uniti, in altri prevale l'associazione con il capitalismo avanzato e le democrazie liberali, un club ristretto ma universalistico a cui possono essere ammesse anche "alcune fragili democrazie asiatiche come Indonesia e Filippine". Sul piano storico, risulta infine particolarmente problematica l'esclusione dal consesso occidentale non solo della Russia, ma anche del nazismo e del fascismo, figli entrambi del romanticismo.

Rimane alla fine il dubbio che l'immagine dell'Occidente che hanno in mente gli autori sia di natura altrettanto fantasmatica di quella attribuita agli occidentalisti. Un nocciolo puro e trasparente la cui esperienza storica appare svuotata dalla dialettica dell'Illuminismo di francofortiana memoria, rischiando di riabilitare vecchie teorie autoassolutorie. Può, insomma, il tentativo di comprendere la sfida aggressiva che viene dai movimenti fondamentalisti rimanere imbrigliato nello specchio che gli viene restituito? Una risposta diversa e più convincente è offerta dai contributi raccolti nell'ultimo numero della rivista "Parolechiave" (???anno, n.), dove sotto il titolo di "occidentalismi" vengono riletti una pluralità di processi riconducibili alla deterritorializzazione della modernità occidentale operata dall'imperialismo europeo. Una prospettiva che, accogliendo la sfida del pensiero postcoloniale, privilegia la presa d'atto che i linguaggi, le tecniche e le istituzioni dell'Occidente non siano più di sua proprietà, ma, abitati da altri e altre, vengano utilizzati per poter raccontare storie e modi diversi di stare nel mondo. "Spezzare il circolo vizioso in cui il soggetto si vede specchiato in ogni angolo del mondo − ricorda Iain Chambers − significa registrare quello che resta sconosciuto a noi stessi".

Se la cornice teorica del pamphlet di Buruma e Margalit risulta poco convincente più chiare sono invece le implicazioni e i potenziali usi politici. Tra questi va sottolineato non solo il rischio di derubricare qualsiasi critica all'Occidente e alla modernizzazione sotto la voce di un pericoloso e irrazionale odio, ma anche un bersaglio interno alla stessa scena culturale contemporanea. Il ribaltamento del significato attribuito alla categoria di occidentalismo risulterebbe infatti difficilmente comprensibile, o perlomeno arbitrario, se non si proponesse esplicitamente come una versione rovesciata dell'orientalismo, confessando così il proprio debito con il lavoro di Edward Said. Benché infatti, come ricorda opportunamente Adriano Sofri nella postfazione, gli autori mutuino la categoria di occidentalismo dal suo libro più famoso, Orientalismo, il nome del critico palestinese si aggira tra le pagine del libro come uno spettro mai nominato. La minaccia di un pensiero critico a cui gli autori imputano, non troppo velatamente, una condiscendenza verso la barbarie dei dittatori non occidentali, esito e sintomo della paralisi indotta dal senso di colpa coloniale. Una chiusura del cerchio che appare come una scorciatoia indebita e inaccettabile rispetto a un lavoro culturale di decolonizzazione della "ragione europea" che rimane, specie in Italia, ancora da fare.

Recensioni dei clienti

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    joetata

    02/05/2006 21:20:52

    Saggio che ho trovato interessantissimo,che propongo a tutti coloro che dopo la tragedia dell' 11 settembre(l'attacco terroristico alle "torri gemelle"di New York)hanno visto nel mondo islamico e in tutto ciò che rappresenta l'essere musulmano una minaccia,un pericolo.Ma ho sempre creduto che dietro un effetto c'è sempre una causa e Ian Buruma e Avishai Margalit in "occidentalismo,L'Occidente agli occhi dei suoi nemici"mi hanno mostrato perchè il fondamentalismo islamico odia tutto ciò che ha prodotto la civiltà occidentale,individuando negli Stati Uniti il nemico numero uno.Da buon "occidentale"credo in tutto ciò che di buono,dall'Illuminismo in poi,la nostra civiltà ha prodotto.La democrazia,principi come uguaglianza, fratellanza e libertà di pensiero sono obbiettivi da difendere e da esportare,soprattutto nel mondo islamico.Credo che il nocciolo del problema stia nel fatto che oggi viviamo nell'epoca dell'immaggine,dell'apparire,poco essere c'è in noi,il consumismo e il benessere materiale ha dato vita e sfogo all'odio sopra accennato. Ma la storia insegna,in questo saggio ne abbiamo prova,che quando un popolo e lo stato che lo governa appare "debole"(abbandonandosi solo ai vizi che ha prodotto )e "distratto"(dimendicando di far rispettare i principi democratici in cui si fonda)esso è fautore di nascite ideologie totalitarie,vedi fascismo e nazismo,stiamo attenti il fondamentalismo islamico non è altro che una brutta copia,facciamo quindi tesoro del passato.Solo L'occidente può salvare l'occidente.

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    Rossella

    22/12/2004 13:39:36

    L'"Occidentalismo" è, secondo gli autori, un'ideologia ostile a tutta una serie di aspetti emblematici dello sviluppo etico, sociale ed economico dell'occidente, come per esempio la scienza e la tecnologia, l'individualismo, il laicismo, l'egalitarismo e la democrazia, il libero mercato. I concetti alla base di tale ideologia gravitano attorno a una serie di "miti" contrapposti: - L'empia città occidentale, luogo dove trionfano l'individualismo, il consumismo e i valori materiali, contrapposta alla vita rurale, dove predominano l'autenticità, la semplicità, la comunità e i valori spirituali - L'occidentale "mercante", uomo scettico, meschino ed egoista attento solo al proprio tornaconto, contrapposto all'Eroe, uomo dotato di uno spirito superiore, che disprezza la morte ed è capace di donare la sua vita per la sua fede e i suoi ideali - La "mente" occidentale, che attribuisce un ingiustificato primato al raziocinio e alla scienza e che rende l'uomo occidentale una specie di ridicolo "idiot savant", contrapposta allo "spirito" onnicomprensivo che attribuisce ad ogni cosa il giusto valore. - La "venerazione della materia", contrapposta alla vera fede in Dio. Una tesi molto importante, e molto dibattuta, degli autori è che tali idee non siano tipiche dell'Islam o di altre culture orientali, ma siano invece nate e si siano sviluppate in Europa per essere in seguito esportate ed adottate in Oriente. Credo che il libro individui, con molta intelligenza, una serie di tematiche che tendono a ripresentarsi, in diversi luoghi e tempi, ogniqualvolta si ripresenta un conflitto fra "conservatori" e "riformatori", fra "estremisti" e "moderati". Il libro entusiasma per la gran quantità di materiale su cui riflettere, che riguarda non tanto l'"oriente" o gli estremisti islamici, quanto il nostro stesso mondo, e addirittura il mondo in generale, senza distinzioni geografiche. Unico appunto che ho da fare agli autori: secondo me l'esposizione è piuttosto caotica, un po' più di "metodo" non avrebbe guastato.

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    fla

    15/11/2004 12:12:05

    Il libro è sicuramente agile ed interessante, e offre un quadro d'insieme rapido, lasciando al lettore la scelta di approfondire o meno determinati punti. Peccato che proprio l'Einaudi riveli una certa sciatteria nella scrittura con frequenti refusi e qualche imperdonabile errore ortografico!!!

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