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Serge Latouche

Traduttore: A. Salsano
Collana: Temi
Anno edizione: 1992
Pagine: 160 p.
  • EAN: 9788833906553

recensione di Losurdo, D., L'Indice 1992, n. 8

Nel corso della guerra del Golfo, i proclami che annunciavano solennemente l'instaurazione del "Nuovo Ordine Internazionale", coi pieni poteri assunti dal "governo mondiale", si sono alternati e intrecciati ad accorati appelli a schierarsi senza esitazioni "a fianco dell'Europa e dell'Occidente" (così, ad esempio in un manifesto, firmato in Italia, da personalità e intellettuali come Randolfo Pacciardi, Salvatore Valitutti, Domenico Fisichella ecc.). E il pathos dell'Occidente che si erge a interprete privilegiato o unico dell'universalità e della Civiltà è il tratto caratteristico non solo della belle époque colonialista ma della storia dell'Europa (e degli Usa) nel suo complesso: è questo il punto di partenza di un libro, pubblicato prima della crociata antiirakena, ma la cui lettura risulta tanto più stimolante in un momento in cui il trionfo militare e politico dell'Occidente sembra aver prodotto un'ebbrezza, anzi una vera e propria ubriacatura etnocentrica che mal sopporta voci critiche o autocritiche.
L'analisi di Latouche è impietosa. La marcia trionfale dell'Occidente è scandita dal genocidio e dall'etnocidio: "Le società tradizionali allergiche ai valori dei bianchi sono puramente e semplicemente eliminate mediante sterminio o deperimento 'naturale'". Le tecniche consolatorie tradizionalmente messe in atto per garantire ai vincitori la buona coscienza vengono efficacemente smontate dal libro che stiamo esaminando. Nonostante le sue pretese universalistiche, l'Occidente non ha affatto superato l'etnocentrismo e spesso dimentica che i suoi "rituali di violenza e di sterminio... sono almeno altrettanto ignobili che quelli dei 'selvaggi', dal momento che le torture e i genocidi attuali superano per la barbarie la festa cannibalica degli indiani tupinamba o i sacrifici umani degli aztechi, e persino gli autodafé degli eretici del passato". La barbarie dei paesi e dei popoli messi a ferro e fuoco è l'argomento costante a cui si sono richiamati i conquistatori che si ergono oggi a campioni della lotta contro il "dispotismo" come ieri, ai tempi di Colombo, contro l'"antropofagia". Ma leggiamo Latouche: "All'origine delle carneficine deliranti del Terzo Mondo che spaventano i focolari e ci confermano nella persuasione della barbarie dell'Altro, si trovano le frustrazioni create dall'Occidente.
Gli esempi sono innumerevoli: la pacifica Cambogia precipitata in un genocidio inaudito in seguito all'intervento americano, l'Iran privato della sua rivoluzione borghese di Mossadegh da un intervento angloamericano, fino al terrorismo cieco dei rapimenti, atti di pirateria, prese di ostaggi, provocato dall'incubo del Medio Oriente". Si, il fondamentalismo islamico; che è il nome nuovo che oggi si ama dare alla barbarie, è anche la risposta alla prepotenza dell'Occidente. E agli esempi addotti dal libro altri se ne potrebbero aggiungere, desumendoli dagli avvenimenti successivi: chi ha armato e gonfiato Saddam Hussein poi stilizzato a incarnazione suprema della Barbarie e del Male? E lo smembramento e i massacri che insanguinano la ex Jugoslavia sono veramente pensabili senza la rivalità di quelle grandi potenze che ora si apprestano a intervenire in nome al tempo stesso del Nuovo Ordine Internazionale e dell'Occidente? La molla dell'insaziabile espansione di quest'ultimo è da individuare soprattutto nel suo "dinamismo culturale". Rinviare alle caratteristiche economiche e politiche dell'imperialismo sembra inadeguato o fuorviante a Latouche, il quale pure riconosce che "l'orgia sanguinaria dei conquistadores, l'auri sacra fames degli avventurieri, fenomeni mai veramente scomparsi, [sono] ancora presenti nella rapacità delle imprese transnazionali, nella violenza dei mercenari o negli abusi degli esperti". Ma non sarebbe questo l'essenziale. Non solo viene respinta la spiegazione cara alla linea di pensiero che da Marx conduce a Lenin, ma il marxismo è considerato corresponsabile del processo di deculturazione del Terzo Mondo. In tale quadro viene collocata anche la vicenda storica dell'Unione Sovietica: "Qui lo sradicamento è stato pianificato. La deculturazione programmata per tutti i piani quinquennali. L'Occidente non ha colonizzato n‚ saccheggiato, n‚ distrutto le credenze, le consuetudini, i costumi, le opere. Che importa! I sovietici saranno i loro propri conquistadores. Le chiese e i conventi saranno rasi al suolo, i villaggi bruciati, le popolazioni deportate, i contadini, cioè il popolo, sterminati e sostituiti da uomini nuovi senza radici, senza legami con il suolo, il paesaggio, la natura, l'ambiente".
Allora l'autore-guida nella denuncia dell'Occidente come inesorabile "macchina tecno-economica" è Heidegger, ripetutamente citato: la cosa ben si comprende se si riflette sul fatto che le parole chiave, da me già evidenziate col corsivo, sono "sradicamento", "credenze ", "consuetudini", "costumi", "radici" "suolo". Una volta messi in ombra i suoi contenuti economici e politici, il secolare processo di espansione delle grandi potenze europee finisce con l'apparire come l'espressione di una impersonale e planetaria volontà di dominio che, assieme alla natura e all'ambiente (altre due parole chiave della denuncia di Latouche), travolge, appiattisce e omologa le culture e i popoli che incontra nel suo cammino, e tutto ciò in nome di una "pretesa di universalità" così onnivora da sfociare nell'etnocidio e nel genocidio. È "l'avanzata del deserto": a questo punto, risulta obbligato l'incontro col filosofo di Messkirch. Singolare destino il suo: dopo aver proceduto negli anni trenta ad una celebrazione esaltata dell'Occidente e dell'"uomo occidentale", in contrapposizione agli "ottentotti" o ai "negri", dopo aver spiegato o giustificato, nel periodo immediatamente successivo al crollo della Germania, il suo incontro col Terzo Reich col suo senso di "responsabilità occidentale", oggi Heidegger assurge a filosofo della differenza e quindi a critico implacabile dell'eurocentrismo!
Ma di questo paradosso non è responsabile Latouche, il quale intanto non è affatto isolato e per di più stimola ad approfondire un capitolo cruciale della storia del nostro tempo. La parabola di Heidegger prende le mosse dallo smascheramento dell'ideologia dell'intesa che ha giustificato e celebrato la prima guerra mondiale come una crociata mirante al trionfo della causa universale della democrazia e della pace, previa liquidazione del covo dei nuovi barbari ovvero dei "discendenti degli Unni e dei Vandali", individuato e denunciato nella Germania. In modo abbastanza trasparente, l'interventismo democratico dell'intesa si rivela il continuatore e l'erede dell'interventismo civilizzatore, cioè dell'ideologia che ha accompagnato e promosso l'espansione coloniale dell'Occidente. E tale ideologia della guerra che oggi celebra i suoi trionfi. Basti pensare a due recenti interviste di Popper che, in nome di quella che definisce la Pax civilitatis, chiama a nuove guerre contro i barbari, esprimendo persino il rammarico che le ex colonie siano state private "troppo in fretta e troppo semplicisticamente" della tutela dell'Occidente, col risultato, nella migliore delle ipotesi, di "abbandonare a se stesso un asilo infantile" .
Latouche si era ben reso conto dell'emergere di tendenze di questo genere già qualche anno fa, e nel suo libro osserva come "molti nostalgici del colonialismo", rallegrandosi delle difficoltà e degli insuccessi dei paesi del Terzo Mondo, "denunciano l'abbandono del suo fardello da parte dell'uomo bianco e vedono in essi la giustificazione dell'ordine coloniale, ovvero la necessità, nell'interesse stesso dei poveri indigeni, di un ritorno in forze". Data la contiguità tra interventismo democratico e interventismo civilizzatore e data altresì la permanente vitalità di tale ideologia, si comprende che la denuncia dell'occidentalizzazione del mondo faccia riferimento ad autori tedeschi che, anche se hanno fatto loro stessi ricorso al pathos dell'Occidente e della sua funzione civilizzatrice per quanto riguarda il rapporto del loro paese, celebrato come "centro" e "cuore" dell'Europa, con l'Est europeo e i popoli coloniali, per un altro verso sono stati costantemente impegnati nella polemica contro l'interventismo democratico dell'Intesa e dei nemici della Germania. In tale contesto non può non svolgere un ruolo privilegiato la filosofia di Heidegger il quale, sia pure con accenti via via diversi, nel corso della sua tormentata evoluzione, decostruisce l'ideologia universalistica in quanto sinonimo di omologazione e massificazione, o, peggio, in quanto strumento di guerra e di dominio a livello planetario e persino nel rapporto tra uomo e natura.
Ma per sfuggire all'infausta ideologia dell'interventismo democratico e civilizzatore che tanti massacri ha provocato e continua a provocare bisogna abbandonare al suo destino il Terzo Mondo, e con esso, la categoria di universalità? Il libro che stiamo esaminando sembra talvolta incline a tale soluzione. Che però è illusoria: sia pure scandita da disuguaglianze mostruose e crescenti, l'unificazione del mondo è in larga parte già avvenuta, anche a livello economico, e i paesi colonizzati e pauperizzati dall'Occidente possono sperare di uscire dal tunnel in cui sono stati cacciati solo attraverso una modifica a loro favore dei termini di scambio. D'altro canto, nonostante il "monopolio" occidentale e soprattutto statunitense del "mercato dell'informazione", giustamente messo in evidenza da Latouche, emerge sempre più chiaramente il ruolo che il prezzo del petrolio e il controllo delle fonti energetiche hanno giocato nella guerra del Golfo. Il dramma è che, nell'attuale quadro internazionale, non sembra esserci spazio per quella modifica dei rapporti di scambio e di potere che sola potrebbe metter fine alla morte per inedia di milioni di persone.
Sul piano più strettamente filosofico, ci si può chiedere se è corretto leggere, sulla scia di Heidegger, in chiave tout court universalistica, l'ideologia che ha accompagnato e accompagna l'"occidentalizzazione del mondo". In realtà, il suo tratto saliente è la con figurazione dell'Altro come il barbaro, il sotto-uomo o il non-uomo, il rifiuto quindi della concezione universale dell'uomo. E al di qua di tale concezione universale dell'uomo resta anche chi si ostina a parlare del Terzo Mondo come di un "asilo infantile". Non amava Kipling definire i popoli coloniali "metà diavoli e metà bambini"? Certo, il disconoscimento dell'Altro può anche fare appello a presunti valori universali, ma in che cosa può consistere la loro critica se non nella chiarificazione del carattere arbitrario del procedimento che trasfigura in termini di universalità un contenuto particolare e spesso vizioso? Non è possibile mettere in discussione un'ideologia pseudo-universalistica senza far ricorso ad una meta-universalità, cioè ad un'universalità più ricca e più vera nella misura in cui è capace di riconoscere e rispettare le differenze. In questo senso la critica dell'occidentalizzazione del mondo non può fare a meno delle categorie li diritti dell'uomo in quanto tale, inteso cioè nella sua universalità), alla cui costruzione l'Occidente ha dato un contributo decisivo. Ed è questo, in ultima analisi, il punto di vista dello stesso Latouche, anche se non si può non condividere con lui la preoccupazione che tale riconoscimento finisca col rafforzare la falsa coscienza di paesi che pure si sono macchiati di genocidio e etnocidio e che tuttora sono ben lontani dal voler mettere in discussione nei fatti, sul piano culturale, politico e militare, il loro tradizionale atteggiamento di arroganza etnocentrica.