Categorie

Editore: Carocci
Collana: Università
Anno edizione: 2001
Pagine: 248 p.

5 ° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Società, politica e comunicazione - Sociologia e antropologia - Antropologia

  • EAN: 9788843018826

Sono quasi duecento anni che il folklore esiste in gran parte dei paesi europei come campo di studio e di ricerca, con prospettive autonome e consolidate, anche se - naturalmente - ha subito mutamenti profondi e radicali in relazione ai cambiamenti epocali e al variare delle ideologie sociali e delle grandi correnti dottrinarie che hanno caratterizzato la cultura occidentale in questo lungo arco di tempo. Se la pratica di raccogliere dalla viva voce del popolo i suoi racconti, i suoi canti, la sua visione del mondo data almeno dall'età romantica, il termine è in uso da quando, nell'Inghilterra della prima metà del XIX secolo, l'archeologo Thoms utilizzò la parola folklore per indicare lo studio e la raccolta di quell'insieme di fenomeni che, fino a quel momento, erano stati definiti " antiquitates vulgares " - con riferimento, comunque, già allora, agli usi, ai costumi, alle credenze e alle tradizioni dei volghi delle società cosiddette "civili".

Dalle sue origini romantiche, la disciplina conserva un carattere che ancora oggi (al di sotto delle sue trasformazioni) la pervade come una sorta di aura. La cultura popolare, che nell'Ottocento coincideva con l'anima o con lo spirito del popolo, pur essendo oggi passata a designare l'identità etnica e culturale, non ha troppo modificato il suo sapore e il suo significato identitario e la sua prevalente attenzione alle radici e alle origini dei gruppi umani: anche se all'idea dei popoli-nazione si è sostituita quella dei popoli-comunità, e il centralismo spaziale implicato dalla visione di nazione si è trasformato nel localismo territoriale connesso alla contrapposizione (o all'articolazione) tra centri e periferie.

Dal secondo dopoguerra, dopo la pubblicazione dei Quaderni del carcere di Gramsci, gli studi folklorici italiani hanno assunto una fisionomia sempre più precisa: quella di considerare il loro oggetto come cultura subalterna, in relazione (e per alcuni in contrapposizione) alla cultura egemone. Alberto Mario Cirese intitolava appunto Cultura egemonica e culture subalterne il suo famoso manuale del 1973 - ancora oggi punto di riferimento fondamentale per gli studiosi - e introduceva le nozioni di "dislivelli interni ed esterni di cultura" per indicare gli oggetti, rispettivamente, del folklore e dell'etnologia.

Tuttavia, in un panorama così ricco e variegato e dalla storia così lunga, le occasioni di vero dibattito sono state rare. Il momento forse più radicale è quello che si è accompagnato agli anni della grande mutazione antropologica dell'Italia: tra gli anni cinquanta e i primi anni settanta, prima l'idealismo discusse con le prospettive gramsciane e più in generale con quelle marxiste; successivamente queste discussero - talora aspramente - con quelle strutturaliste. Per assistere a un confronto altrettanto significativo tra studiosi e tra prospettive teoriche bisogna tornare molto più indietro, all'inizio del Novecento. Precisamente all'epoca in cui Lamberto Loria e Aldobrandino Mochi coniarono la denominazione di "etnografia italiana" e fondarono l'omonimo museo, chiamando a discutere attorno ai criteri e ai principi da seguire per la sua realizzazione i maggiori studiosi dell'epoca. Era il 1911, e lo scenario fu quello del famoso Congresso di etnografia italiana di Roma, quando una intera comunità scientifica si trovò a contendere (e a dover scegliere) tra i vecchi e ancora dominanti quadri evoluzionistici e le nuove correnti storico-geografiche (con qualche significativa seppur tenue comparsa delle prime prospettive funzionalistiche).

Durante il periodo fascista - malgrado il prevalente uso di regime degli studi folklorici - non mancarono momenti di innovazione, che avrebbero potuto innescare nuovi dibattiti: basterà solo ricordare l'apertura critica di Raffaele Corso (sulla sua rivista "Il folklore italiano") agli studi sovietici; oppure l'ingresso precoce, ad opera di Giuseppe Vidossi, delle prospettive del funzionalismo praghese (nel 1934, al Terzo congresso di arti e tradizioni popolari di Trento). Ma furono episodi: che ebbero influenza su singoli studiosi ma non smossero la comunità scientifica e rimasero isolati. In questi ultimi anni, poi, è mancata quasi completamente una larga riflessione collettiva, così che il dibattito (ampio e condiviso) sembrava essersi fermato ai primi anni settanta, anche se non sono mancati, da allora, luoghi di confronto: in particolare quelli offerti da alcune pubblicazioni periodiche, prima tra tutte "La Ricerca Folklorica".

Per queste ragioni va riconosciuto il merito di questa antologia che, fin dal titolo, si propone di superare la staticità di denominazioni e oggetti e di riaprire il dibattito, allargandolo all'innovazione delle concezioni teoriche e metodologiche e alle modificazioni dei campi d'indagine quali si sono venute delineando soprattutto fuori d'Italia (in primo luogo negli Stati Uniti, ma anche in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Inghilterra), in relazione tanto ai profondi cambiamenti dell'oggetto di studio, quanto alle trasformazioni delle discipline sorelle, in particolare dell'antropologia culturale.

Il volume si avvale di un'introduzione di Fabio Mugnaini, nella quale si mettono sul tappeto temi e problemi del dibattito; e si conclude con un saggio e una breve postfazione di Pietro Clemente, ricchi di stimoli teorici, che tirano le linee e tracciano le prospettive attuali di questo campo di studi e dei suoi operatori alle soglie del nuovo secolo, dopo la fine delle grandi ideologie e in relazione ai vasti sommovimenti culturali determinati dalla cosiddetta globalizzazione.

Nelle varie parti del libro, vengono sottoposti a revisione molti concetti utilizzati largamente (tanto dagli specialisti quanto dai cultori della disciplina: come operatori e intellettuali locali, insegnanti, museografi). In particolare, si ripensano nozioni come quella di tradizione (un concetto "opaco", come lo definisce Mugnaini, e statico) e quelle di testo, di popolare, di popolo e perfino di passato. Per continuare con il rapporto tra osservato e osservatore che, come giustamente sottolinea Clemente, non consente più, in una società come la nostra, quel distacco oggettivante postulato a lungo da una tradizione di studi generalizzante, legata a principi e ad assunzioni teorico-metodologiche di matrice positivistica: oggi, chi si occupa della propria cultura è un partecipante che osserva, coinvolto - proprio come i suoi "oggetti" di studio - nei medesimi meccanismi culturali e preso nella loro stessa rete concettuale, simbolica e conoscitiva.

Ma ci sono anche revisioni profonde degli stessi contenuti del campo di studio, che portano i curatori a chiedersi che cosa sia, oggi, il folklore: e se la disciplina di cui parliamo - e che pratichiamo - abbia ancora qualche legame con quella che era anche solo venti o trenta anni fa, o invece mantenga con essa soltanto qualche labile somiglianza di famiglia. Oppure, addirittura, se non sia il caso di abbandonarla o di riplasmarla in profondità, come scrive Clemente, trasformandola in un'antropologia dell'Italia, attenta al piccolo, al locale, al qualitativo e capace di utilizzare - con spregiudicata libertà - alcuni (pochi) strumenti, eredità della storia degli studi folklorici, integrandoli però radicalmente con quelli che provengono da altre tradizioni scientifiche (per prima l'antropologia, appunto).

Naturalmente, la cultura continua a essere quell'insieme di idee, di rappresentazioni, di concezioni e anche di tradizioni e consuetudini proprie di un determinato gruppo umano: ma questi gruppi vanno ormai dagli abitanti di un villaggio ai dipendenti di una banca o ai clienti di un fast-food. Mentre forse oggi, come sottolinea Mugnaini, quando un leader politico durante la campagna elettorale racconta una barzelletta in pubblico, entra nel mondo del folklore: se non altro perché, utilizzando quella forma di comunicazione, si colloca in uno spazio che non è più quello della cultura dominante, ma rimanda a formule testuali e a modalità di trasmissione del sapere che caratterizzano proprio la cultura popolare (a lungo indagata proprio per trarne proverbi, indovinelli, motti di spirito, fiabe, raccolti dalla tradizione orale). Inoltre, nella nostra società in trasformazione, il folklore produce nuovi "generi", e si intreccia inestricabilmente alla cultura di massa.

Ed è questo il tema dominante dell'antologia - così come, indubbiamente, proprio questo è oggi il problema centrale dei nostri studi. Un tema che si rintraccia in quasi tutti i saggi: a cominciare da quello di Rudolf Schenda, per giungere al dibattito (qui in parte riproposto negli scritti di Elke Dettmer e Hermann Bausinger) attorno alla nozione di "folklorismo", oggi ripresa con un certo successo per indicare il folklore applicato o la costruzione - selettiva, artificiale e spesso mitica - che una comunità compie della sua storia e del suo passato; per finire con il persuasivo intervento di Konrad Kostlin. Ma il rapporto con il moderno (o, se si vuole, con il "post-moderno"), che trasforma oggetti d'indagine e categorie conoscitive, è al centro di tutti i lavori. Così, Ruth Finnegan riflette sui mutamenti del testo, dell'oralità e soprattutto dei loro contesti; e ancora di contesto - questa volta riferito alla ricerca folklorica nel suo complesso - parla nel suo saggio Richard Bauman. Mentre Daniel Fabre discute del rito (e delle sue trasformazioni), riandando alla lezione di Arnold Van Gennep e illustrando il cambiamento delle pratiche rituali con esempi che esulano dalla ritualità "canonica" (qual è quella di feste religiose, pellegrinaggi ecc.): come i riti di iniziazione a cui si sottopongono gli allievi di scuole prestigiose, la costruzione del "mito" degli sposi attraverso gli album e i video di nozze, il cerimoniale politico e sportivo e altri fenomeni che sono sotto i nostri occhi, senza che neppure gli addetti ai lavori siano spesso consapevoli della loro pertinenza disciplinare. In più Fabre offre anche una riflessione sul concetto stesso di rito e sul suo uso negli studi etno-antropologici.

Credo che quanto ho fin qui sintetizzato sia sufficiente a mostrare l'attualità e l'utilità di questo libro: nella speranza che ne possa scaturire - in Italia, tra coloro che operano nel campo del folklore e dell'antropologia - un dibattito ampio, serrato e - perché no? - anche criticamente orientato, diretto verso un confronto tra posizioni diverse che, senza obliterare il nostro passato (anche le discipline hanno una tradizione), ci offra strumenti nuovi, più acuti e penetranti, per comprendere sempre meglio il nostro presente.