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Editore: Mondadori
Collana: I Meridiani
Anno edizione: 1998
Pagine:
  • EAN: 9788804422617

recensione di Turchetta, G., L'Indice 1998, n. 9

Non si dice niente di originale se si sottolinea come l'uscita di un volume dei "Meridiani" costituisca in qualche misura sempre una "notizia" per il dibattito culturale, dal momento che la collana mondadoriana ha ormai da tempo assunto i connotati di collana di classici "par excellence" dell'editoria italiana. Ma questo accade in misura specialissima per gli autori italiani di questo secolo, per i quali l'approdo al Meridiano rappresenta una canonizzazione "tout court". È proprio qui però che cominciano i problemi, ovvero il bello, visto che non tutti gli autori per così dire "meridianizzati" sono pacificamente accettati nel canone. Nonostante la sua ormai quieta presenza nei manuali di storia letteraria, direi che Giorgio Bassani pare davvero fatto apposta per suscitare discussioni, si spera, di un certo respiro: anche al di là del giudizio che si voglia dare sulla sua opera. A parte la famosa o famigerata polemica sulle Liale, per la quale forse è giunta l'ora di un parcheggio più tranquillo e sorridente negli accoglienti giardini di folklore storico-letterario, l'opera di Bassani ci chiede con ogni probabilità non dico di rivoluzionare, ma certo almeno di riorientare abbastanza decisamente alcune delle categorie interpretative con cui si ha l'abitudine di leggere la parabola del ventesimo secolo letterario nostrano: il quale secolo - sarà bene non dimenticarlo - sta ormai per lasciare finalmente il posto al ventunesimo. Di fronte al, chiamiamolo così, "caso Bassani", la critica dovrebbe con ogni probabilità rimettere a fuoco l'antitesi, troppo spesso maneggiata con eccessiva disinvoltura, fra "modernismo" e "tradizionalismo": un'antitesi che, quando si parla di narrativa, tende abbastanza sistematicamente a rivestire le mascherine, tutto sommato un po' logore quando non comiche, del signor "Ottocento" contro il signor "Novecento", nientemeno! Ben venga dunque questa edizione delle "Opere" di Bassani: un'autentica "opera omnia", curata da Roberto Cotroneo, autore dell'ampia introduzione, intelligentemente discorsiva, nonché di una minuziosissima cronologia; ma anche da Paola Italia, cui si devono la ricca bibliografia e l'apparato filologico.
Credo che il discorso su Bassani debba partire dalla profonda unità, perseguita per decenni con cura quasi ossessiva, che salda le sue opere narrative in una sorta di Libro unico, livellando - come ha ben scritto Alberto Limentani (da non confondersi con l'Edgardo Limentani protagonista di "L'airone") - "in un assetto sincronico quanto i singoli testi recano in sé di peculiare, per fase di composizione e caratteri tecnici". Lo dimostra, in particolare, la "riscrittura totale" (di cui ha parlato Baldelli in alcuni imprescindibili saggi di variantistica bassaniana) delle "Storie ferraresi", e in particolare del racconto "Lida Mantovani", di cui opportunamente i curatori ci propongono le tre versioni principali.
D'altra parte l'insistenza dell'autore sull'unità del proprio lavoro di scrittore va di pari passo con una complessiva refrattarietà, o fors'anche scarsa inclinazione, ad assumerne piena consapevolezza teorica. A cominciare dalla frequente e mai approfondita insistenza, in sede di poetica, sulla ricerca della "poesia". Un termine che, crocianamente, è anzitutto sinonimo di "valore": ma che rivela un certo modo di concepire la natura del testo letterario. Un modo, sia detto subito e per sgombrare il campo da ogni malinteso, pienamente novecentesco, "moderno" nel senso del modernismo letterario: con buona pace della predilezione più volte espressa da Bassani per i modelli narrativi ottocenteschi; una predilezione peraltro troppe volte semplicisticamente impugnata dalla critica ostile come prova a carico del conservatorismo e del patetismo elegiaco dell'autore. Laddove, sì, Bassani mostra trasparentemente di guardare a Stendhal e a Tolstoj, a Melville e, com'è naturale, a Manzoni; ma allo stesso tempo dissimula, non senza intenzioni polemiche, altri suoi punti di riferimento, a ben guardare non meno evidenti: a cominciare da Proust, per proseguire con James e con Joyce, almeno quello dei "Dubliners" (le cui epifanie costituiscono il modello per l'esordio, non lo si dimentichi, dell'altra supposta Liala, cioè di Cassola), se non addirittura con Virginia Woolf. Sarebbe bene peraltro non dimenticare come Bassani costruisca strutture narrative assai poco "romanzesche", con intrecci deboli e pochissimi eventi: un'altra caratteristica flagrantemente novecentesca. Anche sul piano strettamente quantitativo non è certo un caso ch'egli superi con molta fatica la dimensione del racconto, sia pure ampio e magari dilatato fino ai limiti del romanzo breve. Né che l'unico suo vero romanzo, cioè "Il giardino dei Finzi-Contini", sia costruito attorno a pochi e minimi eventi: un amore abortito, quello del narratore; un amore congetturale, quello di Malnate (che suscita nel narratore una gelosia pressoché postuma, e a bassissima tensione emotiva).Mentre tutte le tragedie vere, non solo quelle della Shoah, ma anche la morte di cancro del fratello di Micòl, Alberto, sono confinate nei fuori scena del prologo e dell'epilogo: con esiti che oggi appaiono marcatamente anti-patetici, proprio all'opposto di ogni possibile "lialismo". Quasi direi che il paradigma del narratore bassaniano sia contenuto, come in una derisoria ma efficacissima "mise-en-abîme", nella testimonianza giudiziaria del paralitico e "voyeur" farmacista Pino Barilari, protagonista immobile di "Una notte del '43": il quale, chiamato a raccontare davanti a un tribunale i particolari di un'efferata strage fascista, alla quale ha certamente assistito, dichiarerà soltanto "dormivo".
Così ancora è opportuno insistere, come fa Cotroneo, sulla ricca cultura figurativa, insieme classica e novecentesca, dello scrittore.Nonché su certe altre sue ben percepibili ascendenze letterarie, fra "Solaria" e la "Nouvelle Revue Française": ciò che di nuovo dovrebbe far riflettere sul modernismo sostanziale, anche se moderato, dalle sue scelte narrative.Ma forse la chiave di accesso migliore per entrare nell'universo di Bassani è la sua ossessione della morte. Si può persino dire che, nel suo complesso, "Il romanzo di Ferrara" è anzitutto, e forse soprattutto, un colossale esorcismo contro la morte: un esorcismo durato tutta una vita. È come se la scrittura di Bassani trovasse il proprio fondamento in una fiducia tanto consapevolmente paradossale quanto assoluta nella reversibilità della morte: una reversibilità che solo la letteratura è in grado di mettere in atto: "Il passato non è morto (...), non muore mai. Si allontana, bensì: ad ogni istante. Recuperare il passato dunque è possibile.Bisogna, tuttavia, se proprio si ha voglia di recuperarlo, percorrere una specie di corridoio ad ogni istante più lungo. Laggiù, in fondo al remoto, soleggiato punto di convergenza delle nere pareti del corridoio, sta la vita, vivida e palpitante come una volta, quando primamente si produsse".La poesia, in altre parole, può riscattare i morti perché ridà loro, letteralmente, la vita. È difficile non riconoscere in queste dichiarazioni una poetica, o se si preferisce una scommessa, smaccatamente proustiana: "Il romanzo di Ferrara", in altre parole, è una piccola "Recherche". Proprio qui però cogliamo con evidenza, per dare finalmente un po' di ragioni ai detrattori, i limiti di Bassani. Al di là dell'impari, improponibile confronto con Proust, è certo vero che il nostro scrittore opera a partire da un progetto nettamente orientato ma dai contorni non di rado approssimativi. Né mi pare casuale ch'egli mostri un certo impaccio nella manipolazione, assolutamente strategica per un narratore, della voce narrante e del punto di vista. Provate per esempio a mettere a confronto da un lato la timidezza, quasi la sofferenza con cui Bassani adotta il narratore in prima persona, e dall'altro la geniale spavalderia con cui una Elsa Morante indossa le maschere dei propri "alter ego "narratori, o - con le sue parole - dei propri "alibi". Le carenze, per così dire, di messa a fuoco si riflettono talvolta anche sulla qualità della scrittura, che, com'ebbe a notare Italo Calvino in una lettera di straordinaria lucidità, lascia Bassani (e Cassola) spesso "indifesi dalla frase d'uso comune, dalla banalità linguistica". Ciò accade, credo, perché la "pietas" originaria di Bassani nei confronti della vita è sostenuta da una sincera vocazione etica (e sia pure di un'etica fondamentalmente individualista), ma possiede tutto sommato un basso coefficiente di penetrazione intellettuale. Con il che mi pare di ritrovarmi molto vicino a quanto dice Cotroneo, parlando di una rinuncia, da parte di Bassani, "a trasformare il romanzo in progetto interpretativo". Ho il sospetto che anche l'opera poetica e saggistica dello scrittore ferrarese (ma nato a Bologna) confermino, e vigorosamente, questa tesi. E sono anche convinto che le posizioni qui espresse possano servire abbastanza bene a spiegare il successo clamoroso del "Giardino dei Finzi-Contini". Qualcosa di simile si potrebbe del resto sostenere anche a proposito del "Gattopardo": ma questo è già un altro discorso.