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Dino Buzzati

Editore: Mondadori
Collana: I Meridiani
Anno edizione: 1997
Pagine: 1600 p.
  • EAN: 9788804435839

recensione di Papuzzi, A., L'Indice 1998, n. 4

Nelle lettere italiane Dino Buzzati rappresenta il caso d'uno straniero, un estraneo, che ci si trova improvvisamente in casa senza averlo invitato. "La inappartenenza di Buzzati - scrive Giulio Carnazzi nella lunga introduzione al volume -, la sua reticente e non esibita scommessa di autore isolato che percorre una rotta sua senza legarsi a programmi, è un dato acquisito". Assente dal dibattito culturale e letterario sia prima della guerra sia negli anni sessanta, scrittore "ex se natus", si fecero per lui i nomi di Poe, Hoffmann e Kafka più per liberarsene che per inquadrarlo criticamente. Infatti Carnazzi ricorda quanto fosse infastidito dal paragone con Kafka, "che lo perseguitò per decenni".
Questa buzzatiana solitudine intellettuale si specchia d'altronde nell'identità romanzesca di Giovanni Drogo, protagonista dell'opera più celebre, che nelle ultime pagine, respinto da quella Fortezza Bastiani dai cui bastioni aveva sorvegliato, ossessivamente e inutilmente, il deserto dei Tartari, solo e malato in un ignota locanda, ormai ridotto a "peso importuno", in uno scatto di fierezza che restituisce all'intera sua esistenza un senso conradiano e "un'estrema speranza", guarda in faccia l'ultimo nemico, l'ombra che avanza dagli estremi confini, finalmente cosciente della vera battaglia: "Non si combatte per tornare coronati di fiori, in un mattino pieno di sole. Non c'è nessuno che guardi, nessuno che gli dirà bravo".
Scritto negli anni trenta sui tavoli del "Corriere della Sera" (dove Buzzati entrò nel 1928, a ventidue anni e alla vigilia della laurea), pubblicato da Rizzoli nel giugno del 1940, "Il deserto dei Tartari" apre a buon diritto questa esemplare raccolta di opere buzzatiane: trasfigurazione simbolica d'un mondo giornalistico dove ci si affanna nell'eterna attesa della grande notizia, che disperda il grigiore d'una stagnante routine, il romanzo divenne, secondo Carnazzi, "uno dei libri capitali di quel periodo". Esprimeva infatti, nel suo surrealismo favoloso e lirico, piuttosto che kafkianamente filosofico e angosciante, la crisi di una generazione, resa inquieta dalla minaccia incombente, che proprio in coincidenza con l'uscita del libro rivelò la sua spaventosa realtà.
Subito dopo "Il deserto dei Tartari", troviamo stampato su più spesse pagine bianche, che consentono la riproduzione dei disegni originali, il racconto allegorico "La famosa invasione degli orsi in Sicilia", apparso a puntate sul "Corriere dei Piccoli" all'inizio del 1945, di cui ancora si può discutere se realmente destinato ai bambini o non piuttosto favola per adulti. La sua collocazione accanto all'opera che identifica lo scrittore nelle storie della letteratura è un segnale per il lettore, come a suggerirgli di considerare quale grazioso impasto di ironia, surrealismo, pathos e moralità fosse la città di Dino Buzzati nella stagione del trionfante realismo italiano. Non si può probabilmente capire "Il deserto "se non lo si colloca in controluce sull'orizzonte dell'"Invasione".
Ma allo stesso modo potremmo dire che non si entra veramente nel mondo buzzatiano se si tengono su due piani distinti l'impronta fantastica del romanzo maggiore, dei "Sessanta racconti", del testo teatrale "Un caso clinico", e il tardivo realismo della vicenda sentimentale, vibrante di erotismo, carica di pathos, raccontata in "Un amore", il libro che nel 1963 segnò scandalosamente il ritorno di Buzzati alla forma del romanzo.
Perché la relazione tra il professor Dorigo e la prostituta Laide, nel cuore oscuro d'una Milano clandestina, talmente autobiografica nella sua ispirazione da suscitare all'epoca reazioni imbarazzate, non è altro che la messa a nudo del groviglio di piaceri e tormenti che le opere precedenti decantavano ed esorcizzavano nella leggerezza del surrealismo, come vapori che fuoriescano dal coperchio d'un male oscuro.
Mancano nella raccolta le prime due prove buzzatiane, "Bàrnabo delle montagne" (1933) e "Il segreto del Bosco Vecchio" (1935), che condensano la sua passione per le montagne come mondo esoterico, paradigma dell'umana esistenza. Ci sono in compenso i testi teatrali, i libretti per musica, le pagine di poesia e soprattutto una scelta di scritti giornalistici, cronache ed elzeviri che documentano l'appartato impegno con cui un grande scrittore si mostrò capace di misurarsi per oltre quarant'anni con i vari aspetti di un mestiere artigianale, trasformandolo in una sottile ricerca di se stesso.

1906 Nasce il 16 ottobre a Belluno da Giulio Cesare Buzzati, professore di diritto internazionale, e Alba Mantovani. La famiglia risiede abitualmente a Milano.
1916-24 Frequenta il Ginnasio Parini di Milano.
1920 Suo padre muore.
1924 Si iscrive alla facoltà di legge.
1926-27 Fa il servizio militare.
1928 Viene assunto al "Corriere della Sera" come cronista. Si laurea.
1933 Pubblica da Treves-Treccani-Tumminelli il suo primo romanzo, "Bàrnabo delle montagne". Viaggia in Medio Oriente per il "Corriere".
1935 Pubblica da Treves-Treccani-Tumminelli il romanzo "Il segreto del Bosco Vecchio".
1939 Vive per un anno in Etiopia come inviato speciale.
1940 Viene richiamato alle armi e arruolato in marina come inviato speciale. Pubblica da Rizzoli il romanzo "Il deserto dei Tartari".
1942 Pubblica da Mondadori, che da questo momento pubblicherà quasi tutti i suoi libri, la prima di molte raccolte di racconti, "I sette messaggeri".
1943 Torna a Milano e riprende a lavorare al giornale in redazione.
1945 Pubblica a puntate sul "Corriere dei piccoli" e poi in volume "La famosa invasione degli orsi in Sicilia".
1950 Diviene vicedirettore della "Domenica del Corriere". Pubblica da Neri Pozza la raccolta di prose "In quel preciso momento".
1953 Scrive la "pièce Un caso clinico", che viene rappresentata al Piccolo Teatro di Milano per la regia di Giorgio Strehler.
1955 Scrive il libretto dell'opera "Ferrovia soprelevata" di Luciano Chailly, che viene rappresentata al Teatro Donizetti di Bergamo. "Un caso clinico" viene rappresentato, in un adattamento francese di Albert Camus, al Théâtre La Bruyère di Parigi.
1958 Pubblica "Sessanta racconti", antologia di racconti già pubblicati in precedenti raccolte. Espone per la prima volta i suoi quadri alla Galleria Re Magi di Milano.
1959 Disegna i costumi per una rappresentazione di "Jeu de cartes"di Igor Stravinskij alla scala di Milano. Scrive il libretto dell'opera buffa "Procedura penale" di Chailly, che viene rappresentata al Teatro Villa Olmo di Como.
1960 Pubblica il romanzo "Il grande ritratto".
1961 Sua madre muore.
1963 Pubblica il romanzo "Un amore". Viaggia in Giappone come inviato speciale. Deve lasciare la vicedirezione della "Domenica del Corriere".
1964 Viaggia come inviato speciale al seguito di papa Paolo VI a Gerusalemme e a Bombay. Visita New York e Washington.
1965 Viaggia come inviato speciale a Praga e a New York, dove frequenta gli artisti della Pop Art. Pubblica da Neri Pozza il primo libro di poesie, "Il capitano Pic e altre poesie".
1966 Scrive per Federico Fellini il copione di un film che non verrà mai realizzato, "Il viaggio di G. Mastorna". Pubblica la raccolta "Il Colombre e altri cinquanta racconti". Sposa Almerina Antoniazzi.
1967 Assume l'incarico di critico d'arte per il "Corriere".
1969 Pubblica "Poema a fumetti".
1970 Dipinge una serie di ex voto, "I miracoli di Val Morel".
1972 Muore a Milano.