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Natalia Ginzburg

Editore: Mondadori
Collana: I Meridiani
Anno edizione: 1986
Pagine: LI-1355 p.
  • EAN: 9788804259107

recensione di Foa, V., L'Indice 1986, n. 7

Nella primavera del 1983 il partito comunista propose a Natalia Ginzburg di diventare deputato alla Camera, presentandosi come "indipendente" nelle sue liste. Natalia chiese l'opinione dei suoi figli che le dissero (soprattutto Carlo) di non accettare perché "lei non capiva niente di politica". Lei poi chiese anche il parere di alcuni amici. Io le dissi: "Proprio perché non capisci niente di politica accetta senza esitare". Volevo dire che con la sua ignoranza sulle macchine del potere Natalia avrebbe negato la politica come tecnica nell'atto stesso di affermarla come moralità, di rivalutare il rapporto della politica con l'individuo, con la persona umana, quel rapporto così derelitto fra la ragion politica (di Stato o di partito) e le ragioni e i sentimenti della gente, soprattutto della gente comune. E previdi che sarebbe stata un deputato molto bravo.
È probabile che in quel mio giudizio io abbia rievocato quello che mi ha sempre più colpito nella creazione letteraria della Ginzburg, il nesso, presente in ogni istante, fra continuità e rottura, fra la vita di ogni giorno, nuda e ripetitiva e le sue rotture tragiche, e poi ancora il nesso, pure esso ininterrotto, fra interiorità ed esteriorità, fra i personaggi e il mondo. Perché non provare nella politica cosiddetta attiva quella acuta e sensibilissima capacità di rapporto, a volte di sintesi, altre volte di conflitto, altre ancora di pacifica coabitazione, fra continuità e rottura, fra la vita privata e le vicende del mondo? Non so se i comunisti, con quella loro proposta, abbiano pensato a questo specifico suo apporto alla politica, oppure abbiano cercato, come accade a volte, di illustrare le loro liste elettorali (e anche il loro gruppo parlamentare) con una presenza affermatissima nel mondo letterario e anche nel consumo letterario di massa. Conoscendo Pajetta penso che vi sia stata una piena consapevolezza dell'apporto della Ginzburg alla politica.
Dico subito che, diversamente dal solito, quella mia previsione si è avverata. Quando Natalia Ginzburg scrive e parla (per lo più non in pubblico) di politica, non si limita affatto ad aggiungere del sentimento alla tecnica (piuttosto arida e comunque professionistica) del lavoro parlamentare: lei introduce elementi che cambiano nella forma e nei contenuti i discorsi correnti. Quando è morto Berlinguer la Ginzburg ha scritto delle parole che non si sono aggiunte a quello che dicevano o scrivevano gli altri, ha offerto una lettura della vita e del lavoro del dirigente scomparso che in qualche modo illuminava di una luce nuova, di umanità e non di efficienza o di successo, l'insieme della politica comunista. E sempre Natalia porta la sua attenzione sui più poveri, sugli emarginati e indifesi e prova fastidio per la mentalità del potere, per la superbia dei vincitori. Nelle cose che pensa e scrive, e anche nel modo di dirle, ritrovo le radici storiche profonde del movimento operaio. Così anche, quando tratta della pace, Natalia non è minimamente interessata agli equilibri fra le forze, al dosaggio degli armamenti, e neppure a individuare il nemico della pace cui dichiarare la guerra, ma pensa solo a combattere la pratica (e anche l'accettazione) della violenza, l'intolleranza, e a combatterle prima di tutto dentro noi stessi.
Per queste ragioni penso che l'impegno parlamentare non sia un episodio marginale, un di più rispetto alle straordinarie vicende, dolorose o liete, letterarie o umane dei settanta anni di Natalia Ginzburg, penso a uno sviluppo coerente del suo lavoro creativo. In questo la vedo diversa da tanti intellettuali che onorano (e sono onorati) col loro nome in una lista, ma che restano solo se stessi, con la loro perizia professionale e non si compromettono veramente con la politica, non si sporcano le mani. Natalia non ha mai avuto paura di sporcarsi le mani, è sempre stata schierata.
La seconda guerra dei trent'anni (1914-1945) e soprattutto le grandiose e tragiche vicende fra il 1933 e il 1945 sono sempre sullo sfondo dei suoi romanzi e racconti, ne sono parte inscindibile, accompagnamento inseparabile dal continuum delle esperienze personali e famigliari dei diversi attori. Ricordo la rabbia che mi prese quando, nel 1963, Asor Rosa, su un bel settimanale che usciva allora, "Mondo Nuovo", accusò "Lessico famigliare" di snobismo perché esibiva la famigliarità dell'autrice con persone importanti. Fui tentato di mettermi a tavolino per ricordare al critico il paradigma dello snobismo nel citare personaggi importanti per vergognarsi di frequentarli, come Swann in casa Verdurin. In Natalia, al contrario, non vi è ombra di snobismo. Nel "Lessico famigliare", come "In tutti i nostri ieri", come nelle "Voci della sera", le persone con nome e cognome oppure introdottesi travestite nel racconto, sono famigliari, parenti, amici o conoscenti le cui vicende personali si intrecciano con le vicende pubbliche in una creazione che non è una somma di eventi sovrapposti ma una unità. Per cui lo sfondo cessa di essere tale, è una componente decisiva del racconto, insieme colle gioie, coi dolori, con le delusioni, con le tragedie del personaggi.
Torino, Ivrea, l'Abruzzo, Roma sono scenari nei quali la Ginzburg muove i suoi attori in un tempo in cui ero lontano, ma mi riconosco sempre e subito: con quegli attori piango la caduta di Parigi e vivo le persecuzioni razziali o politiche. Anche in un libro di infelicità, di dolore acuto, "È stato così", libro diverso dagli altri e anche discusso, mi riconosco appieno, in quella Roma dell'immediato dopoguerra in cui, dopo tanti sogni di purezza e di saldatura fra la vita quotidiana finalmente libera e l'impegno morale della resistenza, mi accorgevo che tutto, io compreso, diventava piccolo e meschino: un periodo che nella memoria mi appare come uno dei più squallidi della mia vita e che mi fa ritrovare in "È stato così".
Rileggere tutti insieme (e in parte anche leggere per la prima volta) tutti i suoi scritti dal 1941 al 1965, porta a una dimensione diversa: più che ai libri viene da pensare all'autrice, alla persona Natalia Ginzburg. Spesso mi pare di averla sempre conosciuta, cosa del tutto comprensibile. In realtà vi deve essere stato un inizio. Devo avere incontrato quella ragazza bruna, dal viso lungo e di pelle oscura, in compagnia della sua bella ed elegante madre Lidia. Abitavamo entrambi in quella zona fra corso Siccardi (ora Galileo Ferraris) e la ferrovia, come tanti antifascisti di quegli anni. Lei era allora, per me, la figlia più giovane di un illustre scienziato, anatomico e istologo, Giuseppe Levi. Ma subito dopo, e per molto tempo, Natalia fu per me la sorella del mio amico-fratello, Alberto, legato ad una amicizia che sarebbe durata fino alla sua morte, nel 1969, morte cui non mi sono mai rassegnato. Era anche la sorella di Mario, mio collega di cospirazione politica in Giustizia e Libertà. Poi Natalia divenne per me la moglie del mio amico-maestro, Leone Ginzburg: si sposarono quando io stavo in carcere e non li vidi mai insieme ma pensai sempre a loro, cercando di immaginare la loro vita e i loro bambini. Quando nacque il primo figlio, Carlo, lo seppi da mia madre, in un colloquio a Regina Coeli; mi disse: "Natalia ha avuto un bambino, si chiama Carlo, come lo zio", alludendo a Rosselli che era stato assassinato allora dai fascisti. Sognavo allora che quando sarei uscito avrei fatto una grande festa per tutti i bambini dei miei amici che erano nati durante la mia carcerazione; mi sarei fatto aiutare da mia madre perché non avevo idea di come si fa una festa per i bambini. Ma quando uscii c'erano altre cose cui pensare. Rividi Natalia a Roma, dopo la morte di Leone e la liberazione, in preda a una profonda infelicità. Io avevo sposato Lisetta e poco dopo Natalia sposò Gabriele Baldini. Ci vedevamo in incontri di coppia. Natalia era dunque sempre figlia, o sorella, o moglie, o un pezzo di coppia. Solo negli ultimi anni la vedo come lei, senza mediazioni.
E allora mi pare di riconoscermi ancor meglio nei suoi scritti, di sentire il suo mondo, di lei donna e poeta, con una vita così remota dalla mia, come un mondo mio. Il confino in Abruzzo ricordato con tanta nostalgia nell'autunno del 1944, nel ricordo dei tempi felici perduti, l'Abruzzo di "La strada che va in città". La Torino di Pavese, che sento ancora più tenera e forte quando penso che la Ginzburg, secondo me, non è mai stata pavesiana, come non è mai stata neorealista, perché non ha mai concesso nulla alla moda e per questo tutto è sempre nuovo nel suo ciclo creativo proprio perché tutto continua. Ancora: la guerra e la resistenza in "Tutti i nostri ieri". Ancora sono emozionato, in "Lessico famigliare", quando Natalia si piega sul tempo del carcere, sui carcerati: "Sembravano sempre più lontani, irraggiungibili e miracolosi; sembravano sprofondare in una lontananza sempre più buia, che assomigliava alla lontananza dei morti".
In una nota del 1964 la Ginzburg spiega che non si deve scrivere per caso, "lasciarsi andare al gioco della pura osservazione e invenzione, che si muove fuori di noi... Scrivere non per caso è dire soltanto di quello che amiamo. La memoria è amorosa, non è mai casuale, essa affonda le sue radici nella stessa nostra vita.. è sempre appassionata e imperiosa". Questo farebbe pensare che Natalia Ginzburg è tutta nei suoi libri. È proprio qui che nascono problemi. Natalia non parla del suo passato e quando è interrogata risponde poco e con difficoltà. Ho chiesto ai suoi figli se parla con loro di se stessa e della sua vita, mi hanno detto di no. Di uno che scrive molto del suo mondo verrebbe da dire: che bisogno ha di parlare se tutto è già scritto? Invece non è così. La tristezza di Natalia non è spiegata, è la tristezza che si legge nel suo sguardo e nei suoi movimenti, è la tristezza che pervade i suoi scritti. Essa è come il risvolto persino di un racconto pieno di gioia e di amore come "Lui e io" , il racconto della sua vita con Gabriele.
La Ginzburg parla, sempre nella nota del 1964, del rapporto dello scrittore con l'infelicità: l'infelicità non deve essere "una interrogazione lagrimosa e ansiosa, bensì una consapevolezza assoluta, inesorabile e mortale". Ma il dubbio resta. La tristezza non può, in questo caso, essere un fenomeno umorale e non può comunque essere attribuita solo a specifici eventi. Essa vela un giudizio sul mondo che resta oscuro. È un silenzio che nasce insieme alla scrittura. È, come dice Natalia, "il silenzio dello scrivere". Forse dobbiamo accontentarci di leggere e non cercare altro.


recensione di Spera, F., L'Indice 1986, n. 7

Nel volume dei Meridiani sono raccolte le opere narrative della Ginzburg fino a "Lessico famigliare", più quattro commedie. Quest'ultime testimoniano l'interesse della scrittrice per il teatro, risalente al '66, l'anno di "Ti ho sposato per allegria", che resta la sua commedia più celebre. Nel teatro tuttavia la Ginzburg finisce col riprendere tematiche e stile che aveva già elaborato e portato a maturazione nella narrativa Questo volume conferma, infatti, la grande virtù della scrittrice nel saper raccontare, nella capacità di attrarre il lettore all'ascolto quasi come in un racconto orale, spontaneo e quindi suadente. Questo risultato è raggiunto grazie a una diuturna opera di esercizio stilistico, di lucida riflessione intorno agli strumenti del narrare. Si veda la nota conclusiva, che dovrebbe essere esplicativa ai testi e invece è un vero e proprio racconto, un sintetico romanzo di formazione che spiega l'itinerario artistico, indica autori prediletti e modelli (significativamente da Cechov a Ivy Compton Burnett) svela gli esperimenti tecnici tentati indaga l'origine del desiderio di scrivere. Guidati da questa prosa è possibile ripercorrere il lungo arco creativo della scrittrice e verificare come questo desiderio sia realizzato precocemente, quando a diciassette anni stende il primo racconto,"Un'assenza", e compiutamente con la pubblicazione di "La strada che va in città" (1942), punto d'arrivo della prima serie di racconti brevi e lunghi, composti fino ad allora. La Ginzburg individua presto nella scrittura in prima persona di un personaggio femminile il modulo narrativo più congeniale. Nasce così la ricca galleria di ritratti di donne, che rappresentano il mondo femminile in tutte la sua sfumata fenomenologia: dal racconto "Mio marito" ai romanzi brevi "È stato così" (1947) e "Valentino" (1957). Con "Tutti i nostri ieri" (1952) la scrittrice compie un'ulteriore passo nella sua sperimentazione narrativa: riesce a costruire un romanzo di ampie dimensioni e per di più privo di dialoghi denotando una maestria formale certo non comune. Ma la svolta fondamentale arriva per la Ginzburg con "Le voci della sera" (1961) romanzo basato sulla tecnica della rievocazione memoriale: finalmente la ricerca di uno stile apparentemente dimesso e colloquiale, in realtà molto calcolato e raffinato nella sua essenzialità, si sposa perfettamente con la voce dell'io narrante che dipana il sottile filo della memoria intorno alle alterne vicende dell'esistenza. Scoperta questa via, si spiegano l'esito felice della raccolta di prose autobiografiche già edite "Le piccole virtù" (1962) e il risultato migliore raggiunto con "Lessico famigliare" (1963). Come dice la stessa Ginzburg, il desiderio di scrivere nasce dalla nostalgia e quindi dalla memoria, come esemplifica magistralmente quest'opera nel suo trascolorare di toni dall'ironia leggera dei bozzetti familiari all'elegia malinconica per il passato inesorabilmente lontano.