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Nadine Gordimer

Traduttore: M. Prati
Editore: Feltrinelli
Edizione: 9
Anno edizione: 2001
Formato: Tascabile
Pagine: 496 p.
  • EAN: 9788807811685

(recensione pubblicata per l'edizione del 1985)
recensione di Guidotti, V., L'Indice 1985, n. 9

Appena spenti gli echi del premio Malaparte da lei vinto, si torna a parlare di Nadine Gordimer e del suo romanzo "Un ospite d'onore", scritto nel 1970 e tradotto ora da Feltrinelli. Certamente è uno dei libri suoi più ambiziosi e complessi, che non appartiene al "Johannesburg genre", non è cioè ambientato nel terreno a lei familiare del Sudafrica urbano (il Witwatersrand) ma in un immaginario paese dell'Africa centrale che ha appena raggiunto l'indipendenza e si trova a fronteggiare i gravi problemi che la libertà porta con sé: il neocolonialismo politico ed economico, lo sfruttamento straniero, i dissensi interni, l'opportunismo, la corruzione, il persistente tribalismo.
Il libro è la cronaca drammatica di un liberale ex-funzionario coloniale, il colonnello Bray, richiamato per partecipare alle celebrazioni per l'indipendenza nel paese dove aveva vissuto in passato e da cui era stato allontanato in quanto schieratosi a favore dei neri. Impegnato in un inutile incarico, affidatogli dal nuovo governo, di consigliere per l'istruzione, il colonnello rifiuta di accettare il progressivo deteriorarsi di quegli ideali per cui aveva lottato e per cui era tornato, si lascia spingere all'azione e al tradimento dall'opposizione e troverà la morte in mezzo ai disordini e alle sommosse.
Attraverso una fitta rete di personaggi, Gordimer viviseziona la difficile situazione dell'europeo in Africa e la relazione tra i due continenti. Questo è il suo modo di fare propaganda: nessuna delle numerose interviste, niente di ciò che dice sarà così vero come la sua opera narrativa anche se recentemente sembra essere meno sulla difensiva, soprattutto all'estero, forse perché non si sente giudicata e fraintesa come le accade a Johannesburg. Qui i neri la criticano perché scrive di loro come se sapesse cosa vuol dire esserlo, gli Afrikaners - discendenti dei boeri - non l'accettano perché dissentono delle sue posizioni e fino ad ora l'hanno per la maggior parte ignorata (o si sono occupati di lei per bandire i suoi romanzi, come è accaduto per "Occasion for loving", "Burger's daughter", "The late bourgeous world"), e così fa il partito federale progressista. Perciò le attese di un ristretto gruppo sono spesso frustrate sia che l'incontro avvenga nelle zone residenziali bianche a nord della città, che frequenta in quanto appartiene all'"élite" culturale e artistica progressista, inglese ed ebrea naturalmente, o ai vernissage nella galleria d'arte del marito Reinholdt Cassirer - conoscitore e mercante tra i più raffinati. Gli abiti africani che spesso indossa, la fanno sembrare più minuta e fragile, ma, al di là di questa apparenza e del suo desiderio di estraniarsi e passare inosservata, emerge la sua personalità fredda e decisa; è aliena dal discorso politico nelle occasioni mondane (argomento in cui inevitabilmente si scivola), è pronta a parlare di letteratura su cui ha preferenze e idee ben precise e definite anche per la narrativa italiana.
Al suo credo estetico, già enunciato nel 1968 in "Desk Drawer literature", si mantiene fedele a distanza di anni. "Poesia, narrativa, pittura non scaturiscono dagli avvenimenti, ma dagli echi suscitati da essi; in quanto artista non sono interessata alla propaganda, non voglio provare niente ma esplorare l'interazione fra personaggi e situazioni e le ripercussioni sulla vita privata"; e ancora in "Arts and Africa Broadcast": "Non cerco di cambiare niente, non credo che questo sia lo scopo di nessun artista, si può essere visceralmente coinvolti in una causa, ma tutto ciò che si può fare è affinare le percezioni del pubblico: lo aiuti così a vedersi nella sua società e dalla critica viene la coscienza di se stessi e forse una spinta all'azione".
Il coinvolgimento e l'impegno investono i suoi quaranta e più anni di attività letteraria in quel grande "club privato per bianchi" che è il Sudafrica. Se avesse scelto l'esilio in Europa o negli Stati Uniti, il dilemma fra i due credo assoluti che l'hanno accompagnata fino ad oggi - e cioè che il razzismo è il male peggiore e che lo scrittore è una persona la cui sensibilità non può accettare separazione tra il mondo interiore e quello esterno, fra arte e politica - non esisterebbe. Ma Gordimer è rimasta a casa, pur avendo accarezzato, dopo Sharpeville, l'idea di trasferirsi in Zambia che nel 1964 aveva acquisito l'indipendenza. L'illusione di esservi accettata come africana bianca (l'unica vera identità che sente di possedere), favorevole ad un governo a maggioranza nera, si dissolse ben presto nella consapevolezza di essere considerata un'europea qualsiasi, arrivata in Africa il giorno prima.
"Un ospite d'onore" fa uso di questi temi. L'autrice si trova nella necessità di liberarsi del peso della tradizione liberale coloniale, di cui l'ethos migliorista ed i valori di continuità con l'Inghilterra dell'ottocento costituivano un crudele inganno, se confrontati con la deprimente realtà del Sud Africa. "L'Africa è un paese arido in molti sensi": "Un ospite d'onore" rappresenta l'uscita dalla condizione di inaridimento - per dirlo con Dennis Brutus - che la opprimeva. La situazione interna aveva pesantemente aggravato la crisi personale della Gordimer: il paese di Vorster non era più quello di Smuts, il "Censorship Act" era stato introdotto nel 1963, il partito liberale si era disciolto nel 1968. A causa di leggi sempre più repressive gli scrittori bianchi si trovavano in crescente isolamento culturalmente e politicamente; la "Black Renaissance" ebbe vita breve: Abrahams, Mphahlele, Temba, Modisane furono ridotti al silenzio, alcuni morti altri in esilio; i Sestigers, cioè l'"avant-garde afrikaans", si dedicarono ad una specie di esistenzialismo letterario. Fu quindi Gordimer, con "Un ospite d'onore" e soprattutto con "The Conservationist" del 1974, che segn• un nuovo punto di partenza, accelerando la crescita di un modo di scrivere più autenticamente africano che superasse le barriere fra neri, "coloureds", bianchi afrikaner e inglesi.
L'approccio e l'argomento non possono che essere diversi, questa è la tragedia del paese, ma è la realtà che conta e la letteratura deve rifletterla. A M. Mutloase, che nello "Star", il quotidiano più diffuso, ripeteva la solita accusa che i bianchi scrivono dei neri per pura esercitazione accademica, Gordimer rispondeva che ci sono vaste aree di esperienze reali che bianchi e neri condividono, sia di lotta e conflitti, sia di comuni ideologie, vivendo fianco a fianco da trecentocinquant'anni nonostante le leggi che li hanno tenuti separati, e che questo li porta a conoscersi.
Per vivere in Africa bisogna avere una prospettiva africana della storia e l'unico modo per entrare nel futuro è conoscere il passato africano. In "Un ospite d'onore" la soffocante e paralizzante realtà del Sudafrica è sostituita da un mondo immaginato, in cui personaggi, non più intrappolati dall'apartheid, mostrano un'attiva determinazione di raggiungere dignità e libertà. Non per questo Gordimer ci presenta neri particolarmente nobili, ma più oggettivamente credibili: sa chi sono, perché sono così, li mostra che escono dal passato, impegnati nel presente e importanti per il futuro. Con maggior coinvolgimento emotivo (il suo atteggiamento è stato spesso criticamente commentato citando Yeats "cast a cold eye / on life on death") l'autrice sembra chiedersi quanto possa essere adatto alla pace chi ha fatto della rivoluzione la propria vita. Né ci sono bianchi troppo cattivi. Non lo è il colonnello James Evelyn Bray che è chiaramente l'eroe, fisicamente e intellettualmente. Non lo sono i personaggi che lo circondano: la coppia di giovani radicali dell'"Upper class", l'avvocato gallese che, essendosi schierato con i rivoluzionari, ora fa parte del governo, i coniugi che gestiscono l'albergo sono uno spaccato dell'Europa in Africa. Questo è infatti uno dei due temi fondamentali che si fondono in questo romanzo definito da M. Wade "il Nostromo del romanzo africano e il Middlemarch personale di N. Gordimer"; l'altro è quello della lotta politica per l'indipendenza dal dominio coloniale: "Let my people go" già illustrato da P. Abrahams, sudafricano "coloured" ormai da molti anni in esilio, in "A Wreath for Udomo". "Il vecchio sta morendo e il nuovo non riesce a nascere: in questo interregno si manifesta una grande varietà di sintomi morbosi": attraverso il personaggio del colonnello Bray con le sue incertezze ("sono nel buio più completo" dirà a Mweta, il "leader" della rivoluzione e ora presidente) e attraverso la descrizione dell'impegno ideologico di Shinza l'oppositore, Gordimer assume questa idea gramsciana e la svolge (non con il tono di profezia apocalittica, come farà in "Luglio") fino alla morte inevitabile dell'eroe. Morte di cui Bray aveva sentito la presenza, conscio di quanto potessero essere pericolose le energie liberate dai cambiamenti sociali e dalle forze della storia. Morte ambigua ed emblematica i cui risvolti ironici sono raccontati dagli amici: "naturalmente diranno che è stato ucciso dalla gente che amava, cosa altro puoi aspettarti dai neri"; "Naturalmente stava con Shinza, povero diavolo, questi liberali bianchi cosi carini che si immischiano in cose che non capiscono" . La stessa connotazione ironica è nel titolo: l'ospite è Bray, ma al pranzo del Golden Plate sono gli africani l'"élite" governativa, sono loro ad essere accolti con onori e cortesie.
Quasi una sorpresa quindi questo romanzo di accettazione e attesa, una fuga non dalla realtà ma nella realtà che, con una tecnica narrativa essenziale, postula un futuro per l'Africa e con impazienza allontana definitivamente l'accusa di intrattenimento per il "bianco mondo borghese".