L' ottico di Lampedusa

Kirby Emma-Jane

Traduttore: G. Calza
Editore: Salani
Anno edizione: 2017
Pagine: 208 p., Rilegato
  • EAN: 9788893810623
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Le prime pagine del romanzo

Stento a trovare il modo per raccontarvi ciò che vidi quando la nostra barca si avvicinò all’origine di quel tremendo strepito. E non so nemmeno se lo voglio fare. Non capireste, non essendo stati lì. Non potete capire. Vedete, ero convinto di aver sentito stridere dei gabbiani. Gabbiani che si contendevano una pesca fortunata. Uccelli. Semplici uccelli.
In fin dei conti eravamo in mare aperto. Non poteva essere altro.
Non avevo mai visto tanta gente in acqua. Braccia e gambe che si agitavano convulsamente, pugni sferrati, volti neri che balenavano ora in superficie ora sott’acqua. Boccheggiando, urlando, ansando, strillando. Dio mio, quelle grida. Quanto erano acute! Il mare che fremeva e ribolliva e loro che tiravano calci e pugni, si aggrappavano l’uno all’altro, si attaccavano a pezzi di legno, annaspavano nell’acqua per non farsi inghiottire dalle onde. In preda a una disperata frenesia strillavano verso di noi, perché notassimo la loro piccola barca. Erano dappertutto: ovunque mi voltassi ne vedevo un altro, centinaia d’altri che cadevano in acqua tossendo, con un braccio teso a menar colpi con la mano, a implorare. E mia moglie che singhiozzava chiamandomi, singhiozzava mentre l’elica del motore si faceva strada faticosamente in mezzo ai corpi.
Stavano annegando, tutti quanti. Pensai: ‘Come posso salvare tutta questa gente?’
Sento ancora le dita della prima mano che afferrai. Il modo in cui si incollarono alle mie, l’attrito delle ossa, la stretta così energica da far palpitare le vene del polso. Quanto era energica quella presa! La mia mano in quella di un estraneo, un legame più forte e intimo di un cordone ombelicale. E tutto il mio corpo che tremava per la forza di quella stretta, mentre trascinavo su quel torso nudo liberandolo dai flutti.
Sono troppi. Sono troppi e non so come fare. Sono un oculista, non un bagnino. Sono un oculista in vacanza e non so come si fa. Lancio il salvagente ma ci sono persone sparse come macerie in un raggio di cinquecento metri e stanno tutte supplicando noi. Mi sporgo sul gradino di poppa infinite volte, ma sono tante le mani che balzano fuori dalle onde, le mani che agguantano l’aria. Con le dita intreccio altre dita e tiro verso me. Stiamo andando a picco? La barca è così bassa, adesso. C’è uno che mi grida qualcosa, ma non ho modo di fermarmi e dargli retta.
Troppe mani. Lo spazio di coperta è gremito di corpi neri che vomitano e defecano uno sull’altro. Sento che la barca protesta sotto il loro peso, la sento rollare, sta per rovesciarsi. Mi rendo conto che è fuori controllo.
Laggiù! Un’altra mano! Non avrei mai voluto raccontarvi questa storia. Mi ero ripromesso di non raccontarla più, perché non è una favola. Erano davvero troppi. Volevo tornare a prenderli. Volevo tornare ad aiutarli.
Capite cosa cerco di dirvi? Forse non vi è possibile, perché non eravate su quella barca. Ma io c’ero e li ho visti. Li vedo ancora. Perché sta ancora accadendo.