Paesaggio e memoria

Simon Schama

Editore: Mondadori
Collana: Storia
Anno edizione: 1997
  • EAN: 9788804388005
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    Livius

    18/04/2000 15:32:54

    Seducente come uno scaltro viaggiatore d'altri tempi Schama rivela la capacità del paesaggio di raccogliere e custodire storie, uomini e natura. Vicende che a volte intrecciano la propria biografia e a volte affondano le radici nell Storia più profonda e lontana.

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    Massimo Viscardi

    22/07/1999 17:32:48

    Penso che sia un ottimo libro, anche se difficile comprensione Esprime concetti importanti e che possono portare alla riflessione in tutti noi.

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recensione di Bertone, G., L'Indice 1998, n. 4

Ciò che si dice un libro di "grande respiro". T'introduce nell'aria dell'universo mondo e te la rende di colpo respirabile: così alla prima lettura di "Landscape and memory "(1995; inusitatamente salutato fin dalla prima ora dai giornali nostrani). Ora, all'uscita italiana, mi pare valga la pena di prenderne più accuratamente le misure, anche per marcarne le novità e gli esiti reali. A partire dalla tesi principale: "Anche i paesaggi che crediamo più indipendenti dalla nostra cultura possono, a più attenta osservazione, rivelarsene invece il prodotto". Chi mai oserebbe sostenere il contrario? E dire che il paesaggio non è un prodotto culturale? Fin dall'introduzione Schama vuole stravincere. E su tutto il fronte stravincerà; vedremo come.
Ecco, però, che già il successivo corollario inizia a far oscillare il pendolo della perplessità: "Che ciò [ossia il paesaggio come prodotto culturale] sia motivo non di vergogna e rammarico ["guilt and sorrow" = "colpa e dispiacere"], ma semmai di celebrazione ["celebration"] è la tesi di "Paesaggio e memoria"". Perché mai dovrebbe essere motivo di "vergogna" o di "colpa"? E perché di "celebrazione"? Caso mai, d'indagine; e preferibilmente con nuovi risultati. E infatti, giustamente, l'autore parte dal Quattrocento olandese, luogo e data della nascita, con la parola ("Landschap"; refuso nell'edizione italiana), del concetto e delle sue primissime traduzioni pittoriche. Solo che le domande capitali conseguenti (Come nasce il paesaggio? E perché proprio a quell'altezza cronologica in piena atmosfera umanistica? E proprio lì, nel Nord? E in seguito altrove, in Italia soprattutto? Qual è la rivoluzionaria concezione dello spazio e dell'occhio che promuove una tale genesi?) rimangono inevase, meglio, obliterate dall'incalzare a galoppo spiegato dei grandi capitoli settoriali. In rassegna rapidissima: nel capitolo II intitolato "Der Holzweg: la traccia nella selva" si narra delle truppe del Terzo Reich alla ricerca del "Codex Aesinas" lat 8, contenente la "Germania "di Tacito, testo in cui i tedeschi sarebbero andati cercando "la memoria ancestrale dei guerrieri delle foreste", per poi passare al leggendario eroe Arminio, altro "robusto prodotto della selva" e via così inanellando storia e storie della nazione germanica nei suoi legami più o meno stretti col mito della foresta. Per cui un titolo più appropriato dell'intero capitolo suonerebbe pressappoco "Il mito della foresta nella storia della cultura germanica"; che col paesaggio c'entra e non c'entra. Si capisce subito, allora, cosa qui s'intenda per "memory": non memoria di una tradizione paesaggistica o del suo farsi o costituirsi in immagini di paesaggio, ma memoria di tutto ciò che di orale, letterario, sociologico, economico ruota attorno a un territorio supposto culturalmente ed etnicamente omogeneo. Così per il territorio francese: qui si recupera a ritroso il filo che lega l'Albero della Libertà, "adattamento politico (tramite l'America) del tradizionale "maypole" inglese simbolo di fertilità e rinascita", su su fino all'Albero della Vita del "Genesi "con cui fu costruita la croce di Cristo. Insomma, la ricostruzione di un mitologema mondiale, con la citazione, per dirne una, di Piero della Francesca solamente per l'Albero simbolico nella sua "Resurrezione", non già come uno dei fondatori della prospettiva e con la prospettiva di una delle vie principali dell'Occidente al paesaggio.
A questo punto qualsiasi elemento o tessera del mosaico "paesaggio" potrebbe essere estrapolata e poi settorialmente storicizzata, anche i rami, le foglie (d'acero, di alloro, di ulivo); e nel mare i pesci, uno per uno e, perché no?, la lisca. Puntualmente l'interesse preponderante e non casuale - vedremo - di Schama, pare spesso calamitato innanzitutto verso l'araldica e la simbologia o iconologia di singoli emblemi, frammenti di "suolo patrio" (per esempio la sequoia americana e la quercia inglese) e ricondotti alla diacronia storica generale. Ancora l'intero capitolo III, "Le libertà nel bosco", alle pp. 138-78 godrebbe d'essere ribattezzato "Storia politico-socio-economica del bosco anglosassone", ovvero "Lineamenti di silvicultura inglese e loro effetti sociali". E, di nuovo, il vero tema sviluppato - una volta svelato e tolto di mezzo l'alibi della parola "paesaggio" - confessa la sua appartenenza alla categoria bibliografica del "déjà vu". Per esempio, Schama insiste parecchio sulle varie fasi del disboscamento inglese, avvenuto per cause notissime (cantieristica) e meno note (combustibile per le fonderie del ferro). Ma - già che il discorso ha preso ormai una decisa piega di divulgazione storico-economica -, perché mai insistere tanto sulla necessità inglese di produzione di ferro senza indicarne il motivo (che sta in Carlo M. Cipolla, "Vele e cannoni", Il Mulino, 1983, ed. orig. 1965; ben noto e nutrientissimo libro che di paesaggio si cura un fico)? Ancor più esplicitamente il capitolo VI, "Fiumi come arterie", scorribanda cronologica nel mito fluviale nella cultura europea da Osiride fino alle fontane rinascimentali, ostenta tutta la fervida e compiaciuta vena leggendaria, aneddotica e di collezionismo mitografico - non neutrale - del nostro affabulatore (e, a volte, fascinoso affabulatore): dai giardini alle statue allegorico-antropomorfe dei Fiumi (Bernini), alla storia degli obelischi nel centro delle piazze; senza neppure sfiorare, tra l'altro, la questione dei rapporti tra paesaggio e giardino rinascimentale (italiano). Quanto alle montagne (parte terza) di fronte alla frettolosa sintesi assemblata da Schama con molti fraintendimenti (Whymper), certo molti storici dell'alpinismo rabbrividirebbero e non di freddo, come gli storici della filosofia di fronte ad affermazioni del tipo "["La Nouvelle Héloïse"] forse il più influente tra i libri mediocri di tutti i tempi". Tra parentesi la didascalia di p. 525 "John Ruskin, 'Il Cervino'" è errata, trattandosi del Monte Bianco visto da Chamonix: per un alpinista e un geologo, non solo dell'Ottocento, come mettere la didascalia "Nascita di Venere" sotto "La Gioconda "(ma chissà a chi attribuire la sbadataggine paesaggistica, già presente nell'edizione originale). La tesi poi di Antoine de Ville come "il Cristoforo Colombo alpinista" che nel 1492 scalò il Mont Aiguille è di Philippe Joutard, "L'invenzione del Monte Bianco" (Einaudi, 1993, con l'ottima cura di Pietro Crivellaro); ma Schama non cita mai compiutamente le fonti: Joutard è segnalato, sì, alla nota 65, ma per altra faccenda (minima: cartografia alpina), così come il ritratto dell'eccentrico Henry Hastings riecheggia Keith Thomas (Einaudi, 1994); ma invano cercherai in nota e nell'indice analitico tanto "Thomas Keith" quanto "Joutard Philippe"; li troverai invece alla rinfusa nei "Riferimenti bibliografici" (ch'è un bel sistema di occultamento, non starò a dire dei plagi, ma dei "prestiti", e comunque di evasione dei controlli).
E il paesaggio forse più importante, oggi, quello americano? Schama attacca il capitolo VII con un pezzo forte: la trasformazione delle rocce di Mount Rushmore nelle teste di quattro famosi presidenti Usa. La questione è davvero essenziale. E ha un nome: monumentalizzazione del paesaggio americano. In generale: perché mai in America, e solo lì, a proposito di panorami naturali si è parlato, con termine artistico, di "Monument" (della serie "Monument Valley", ecc.)? Schama svicola subito di 90 gradi e ci racconta per aneddoti delle contestazioni protofemministe contro l'esclusione di un volto di donna dal gruppo marmoreo dei grandi americani, per passare allo scultore medesimo, Gutzon Borghum, alle sue storie con le donne, la sua affiliazione al KKK, e tacciarlo infine di "razzista" e "ingenuo fascista" in nome, dunque, di una "political correctness "estesa "à rebours" (e diffusa un po' dappertutto: "Ahi, povero Varo, il Custer del Teotoburger Wald" - reo di "arroganza culturale e razziale"); nonché paragonarlo a un maestro del Tao quale Zhang Ling sorvolando su fusi orari e culturali, sul millennio e mezzo e, insomma, sull'abisso che separa i due personaggi. Chiude il capitolo sui monti - dopo lunghe pagine contro l'idea romantica di Grande e Sublime Montagna -, l'episodio di Pine Hill, poco più di un dosso degli Stati Uniti, dove nel dopoguerra per mano di italiani sorse una Holyland, piena di croci e simboli religiosi. Tanta montagna per partorire la riduzione di un chiaro caso di "antropologia del vicino" alla categoria semigiornalistica della "teologia caramellosa e da parco divertimenti" e bollare tutto di "evangelismo da pollaio" (ma come mai qui il correttismo politico non s'applica più?).
E Thoreau?, chiederà il lettore che, quanto a paesaggio, pretende e attende le cose davvero importanti. Costretto a forza a diventare il cultore della memoria della natura, mentre fu l'esatto contrario - non un raccoglitore di miti passati ma un esaltatore dell'incontro col tempo presente e della natura vissuta ora e qui -, il citatissimo Thoreau è di fatto velocemente liquidato.
Se è evidente a questo punto la diffrazione del tema del paesaggio e la sua dispersione in storia, storie, storielle, aneddoti (raccontati anche in prima persona e nel ricordo degli antenati ebreo-lituani e del padre Arthur "grande narratore di aneddoti") sono chiare, mi sembra, le contraddizioni di fondo. Aveva qualche buona ragione lo storico marxista Isaac Deutscher, qui citato ma non ascoltato: "Le radici le hanno gli alberi, gli ebrei hanno le gambe". Oppure, meglio, si potrebbe rievocare il Lévinas di "Libertà difficile": "L'uomo ebreo scopre l'uomo, prima di scoprire i paesaggi e le città. È a casa sua in una società, prima ancora che in una casa. Comprende il mondo a partire dagli altri, anziché la totalità dell'essere a partire dalla terra... Questa libertà non ha niente di malsano, di contratto o di lacerante. Essa mette in secondo piano i valori del radicamento, e instaura altre forme di fedeltà e di responsabilità".
Tutto il capitolo I ("Nel regno del bisonte lituano") è un tentativo di accreditare un paesaggio ebreo-lituano, mentre le stesse fonti citate dimostrano il contrario. E così anche sentenze sparse senza controllarne gli effetti sulla coerenza d'insieme (del tipo: "il timore romano e giudaico per le profondità oscure della selva") si ritorcono sul libro e ne rivelano l'equivoco di fondo. Per forza poi ci si stupisce che "lo sterminio di milioni di vite umane [di ebrei] non pareva per nulla incompatibile con l'appassionata difesa di milioni di alberi [da parte del nazismo che germanizzò la foresta lituana]". Anzi, semmai fu proprio l'estraneità di quegli ebrei al mito della foresta che li fece sentire come "alieni" dai tedeschi.
Ma ecco allora la preoccupazione maggiore: non sarà che con il continuo parlare di miti si finisca con il conceder loro un qualche credito ulteriore, eccessivo e pericoloso? Il problema (inesistente, dato che qui si tratta piuttosto di una collezione di miti e della loro neutralizzazione diegetica) preoccupa non poco Schama che pertanto se la prende con James Frazer e Aby Warburg, responsabili secondo lui di una eterogenesi dei loro fini scientifici e di perigliosi flirt con l'irrazionalismo. Al punto che, preso da un senso di colpa e da un ritorno a boomerang dell'ipercorrettismo politico, s'inventa una sorta di mitoetica e materializza lì per lì un Pubblico Ministero della coscienza sua propria e del mondo intero (nella persona di Carlo Ginzburg).
Ma, Signori, accontentiamoci. Si tratta pur sempre di un libro seducente (che di fatto ha sedotto molti) e che offre a piene mani informazioni e una bibliografia sterminata e in Italia inattingibile (nei due sensi: per il ritardo di studi del genere qui da noi e per la difficoltà di reperimento), e molte pagine sono davvero belle. Leggende, favole, miti non ci preoccupano più di tanto, specie se in forma di centone o di Baedeker dei Baedeker, lussuosa guida per un turismo culturale di gran classe. Piuttosto: la tendenziale riconduzione del paesaggio a mitografia e del mito ad aneddotica per sfornare l'ennesima storia del mondo in versione epurata e "correct", far evaporare e dissolvere surrettiziamente la categoria "paesaggio" e parlarne quasi solo come forma rubricabile in affabulate preistorie e retrologie narrative, senza preoccuparsi della sua genesi e quindi del nostro modo di farlo rivivere ancora (o uccidere) come fenomeno ottico-intellettuale, significa volenti o nolenti presupporre profeticamente già la fine della terra e dei paesaggi. L'entropia, come si suol dire. Poiché, se non proprio probabile, è certamente non impossibile che la Terra finisca così, teniamoci cara anche questa stirpe di amici raccontatori che, triturando suolo e radici di qualsiasi parte del globo e appropriandosene con la ruminazione in parole e diegesi di gamba lesta e tenace, ci regalano e ci regaleranno ricordi, storie e storielle nei secoli superstiti


recensione di Tozzi, M., L'Indice 1998, n. 4

Per centinaia di migliaia di anni lo Hwang-Ho (il mitico Fiume Giallo) ha elaborato la sua enorme pianura, prima di sciogliersi nel Mare che da sempre si chiama Giallo. Quel fiume percorre più di 5000 chilometri, sottraendo sabbia ai deserti dell'Asia centrale fino a diventare una specie di valanga di fango, ha scavato, creato rapide e cascate, eroso e depositato, si è aggirato più volte in meandri su se stesso e, finalmente, è uscito dai suoi confini con disarmante regolarità, si è scelto lui stesso il posto dove sfociare, ha poi tracimato, inondato, distrutto. Una sua drammatica piena ha ucciso per annegamento, fame e malattia più di due milioni di cinesi, un'altra è durata per più di tredici anni e solo un uomo - poi divenuto l'imperatore Yu il Grande - "impedì che tutti i cinesi diventassero pesci". Nasce qui in Oriente il dispotismo delle società idrauliche, dove si stanno costruendo due dighe che sconvolgeranno per sempre un equilibrio che la Terra - non l'uomo - aveva perseguito per un tempo tanto lungo che non si riesce neppure a contare: un "ambiente" che diventa "paesaggio" e inizia a occupare una nicchia nella memoria. Non sono nemmeno passati tanti anni da quando, sull'altro grande fiume, lo Yangtze (il Fiume Azzurro), migliaia di cinesi fecero per giorni da muraglia umana prima che venisse riparato l'argine, impastando di sudore e di sorgo - di uomo e di terra - ogni metro della nuova barriera.
Nell'intrecciare la propria storia personale alla Storia dell'umanità Schama apre squarci penetranti e inattesi, dagli egizi agli statunitensi, inseguendo il filo delle medesime memorie collettive. Dai paesaggi fluviali di Turner lungo il Tamigi, al Tevere, al Nilo in un continuo cambiamento di ottica dal particolare all'universale e viceversa. Simon Schama non è solo uno storico profondo, un umanista raffinato, un ricercatore attento che va alla caccia delle sue e delle nostre origini fino nelle pieghe più profonde del passato: egli è soprattutto un archeologo, anzi - meglio -, uno "stratigrafo", qualcuno che non si accontenta di scavare nelle stratificazioni del tempo, ma che vuole anche compararle e assegnare loro un posto preciso alla luce della memoria dell'umanità. Un libro basilare attorno alla memoria dell'uomo, che ha mille pregi e un solo, paradossale, peccato originale: la mancanza di una prospettiva temporale che abbia un respiro più ampio di quello degli uomini, il respiro della Terra. Dov'è la memoria formidabile delle rocce, che ricordano perfettamente i processi che le hanno generate e le deformazioni che le hanno alterate?
La Terra è un immenso archivio naturale dove si trovano, per quanto scomposte, le testimonianze della memoria del pianeta. L'aspetto etico-filosofico della questione non può sfuggire: cosa sarà dello sviluppo delle intelligenze future, se il mondo sarà fatto solo di realtà (ri)costruite dall'uomo o filtrate dalla sua memoria? In questo senso conservare natura e geologia ha un riflesso culturale carico di significati per un futuro meno squilibrato, e forse permetterà ai nostri discendenti di non considerarsi "nel" mondo solo perché vivono tra parchi cittadini, zoo, frammenti di boschi o foreste, residui di spiagge. Tornerà forse allora quel rispetto per la madre-terra che, non a caso, ormai persiste solo presso le civiltà primitive, cioè quelle la cui memoria ha potuto modificare solo limitatamente l'ambiente.
Schama ci conduce per mano nel mondo dove gli alberi sono reperti della memoria e testimoni della storia e celebra come salutare l'occupazione di luoghi una volta selvaggi da parte dell'uomo e della sua storia. Non è calamitoso il rapporto cultura-natura per chi imposta questo problema solo intellettualmente, ma è proprio questa la luce che acceca, che impedisce di rendersi conto che un antropocentrismo troppo accentuato non solo non fa bene al paesaggio, ma neanche a noi. Ma poi quanto è vero che le abitudini culturali hanno lasciato spazio alla sacralità della natura? Un tempo è stato certamente così: il recupero dell'ecosistema del bisonte lituano dimostra che quel paesaggio è cultura prima che natura, ma non può far dimenticare che ogni paesaggio ha un contenitore fisico che va al di là delle costruzioni dell'uomo e che si chiama "ambiente". Se il paesaggio è, per definizione ormai, prodotto dall'uomo, lo stesso non può dirsi per l'ambiente, frutto di equilibri dinamici in cui sono in gioco forze e tempi incommensurabili. Peraltro la conservazione delle foreste è cominciata già nel 1800, proprio a partire dalla loro sacralità (basti pensare ad Arminio della selva), ma non si può conservare solo ciò che ha una radice culturale evidente e distinta, altrimenti si confonde paesaggio con ambiente e allora tanto valeva affidarsi al latifondo.
E, infine, le montagne, dove avrebbe potuto trovare posto anche un genio di questo secolo come Alfred Wegener. Fino a Wegener le montagne sono il disordine della natura, il caos, l'abisso rivoltato, la geologia gotica. Ma sono - come è noto - nello stesso tempo, l'attrazione dell'orrido, la capacità di affrontarlo, da Annibale a Napoleone, e l'ineluttabilità del castigo, specie quando si pecca di superbia: l'Everest di oggi, ridotto a pattumiera e a cimitero ormai di decine di alpinisti, che memoria ci evoca e, soprattutto, come potrà mai perdonarci?
Foreste, acqua, roccia ecco i termini di paragone, i cardini delle ricostruzioni di Schama nel suo grandioso ricollegare tutti i fili delle storie, dalle piccolissime a quelle grandi, all'unico grande capo della Memoria e della stratificazione culturale. Ma non c'è bisogno di viaggiare davvero per averne un'idea, basta muoversi nell'orizzontalità dei capolavori dell'arte figurativa o dei libri per comprendere, alla fine, che i confini tra selvaggio e non, tra passato e presente non sono definibili con chiarezza neppure in sede analitica: la chiave sta nella memoria che ci portiamo comunque appresso e di cui non dobbiamo vergognarci, perché se molto abbiamo preso, molto abbiamo anche dato. Il mondo è nel giardino di casa, questo sembra confermarci verso la fine del suo affresco l'autore di "Paesaggio e memoria", dopo aver riaffermato - senza nessun motivo ("excusatio non petita") - la gravità della crisi ambientale: significativamente questo è l'unico momento in cui il paesaggio di Schama diventa ambiente. È strano però che sia mancata a un evidente ammiratore di stregoni e alchimisti, che spesso hanno fornito chiavi di lettura irripetibili alla storia dell'arte e degli uomini, la visione sciamanica olistica della Terra, quella espressa nell'ipotesi Gaia dal chimico-filosofo James Lovelock. La Terra è un organismo che è in grado di autosostentarsi e di regolare i propri equilibri anche quando una variabile impazzita - l'uomo - comincia ad alterarli pesantemente. Forse quella che Schama chiama memoria dell'uomo è, in ultima analisi, la memoria della Terra, a ribadire (forse inconsapevolmente) la dicotomia che da sempre esiste tra uomini di scienza e uomini di lettere. Non c'è bisogno di ritornare a Majakovskij per scrollarsi di dosso la cimice e riportare alla primitiva unità due memorie artificialmente tenute distanti.

recensione di de Seta, C., L'Indice 1998, n. 4

Assumere la foresta, il fiume, la montagna a soggetto di una spumeggiante storia del paesaggio e della memoria è certamente un'idea brillante: trascinare questo racconto per oltre seicento pagine è certamente testimonianza di dedizione al mestiere dello scrivere visto che Simon Schama non mostra alcun riguardo per i telai (o le prigioni) delle discipline. L'idea di fondo da cui parte il fortunato autore di molti volumi entrati nel Gotha della "nouvelle vague" dell'"historical anthropologist" è la seguente: "I paesaggi sono cultura prima di essere natura; costruzioni dell'immaginazione proiettate sulla selva, sull'acqua e sulla roccia". Verità lapalissiana visto che fiumi di parole sono corsi negli ultimi due secoli sul rapporto tra natura e cultura: dove i più radicali idealisti (e neoidealisti) si sono industriati a mostrare che la natura in quanto tale non esiste, visto che essa esiste nel momento in cui viene conosciuta e ri-conosciuta dall'uomo. I ghiacciai del polo nord, la cordigliera delle Ande, la foresta amazzonica, il deserto del Gobi inclino a pensare che una simile prospettiva non la condividano: ma non essendo soggetti pensanti - alla nostra umana maniera - non sono finora riusciti a esprimere il loro profondo dissenso.
Schama è profondamente convinto, al contrario, che queste realtà naturali assumono concretezza nel momento in cui l'uomo le percepisce prima ancora che con gli occhi col cuore e con la mente: esperienza comune con alle spalle pagine celeberrime. Goethe, giunto a Roma, ri-vede un paesaggio impresso indelebilmente nella sua memoria infantile e di cui ci riferisce persino i dati filologici: le incisioni di Piranesi che tappezzavano la casa di papà Caspar; Maurice Halbwachs, un allievo di Durkheim, quando giunge a Londra la riconosce come la scena dei romanzi di Dickens. Schama parte alla ricerca del "suo" paesaggio privato e per circa un quinto del volume ci conduce sulle tracce del mitico bisonte lituano, per poi immergersi nell'intrico della Foresta nera dalla quale si levano nibelungici vapori. Il bisonte lituano è un animale reale e metaforico: nella selva in cui visse e attorno a essa mossero con ogni probabilità gli avi ebrei di Simon che erano boscaioli e poi commercianti di legno, "madera" che servì a costruire la rete ferrata della Polonia. Con destrezza l'autore introduce questa sua "recherche" in una storia in cui natura e cultura sono inestricabili, lo fa con molta intelligenza e misura: è un modo di dar fiato al lettore e nello stesso tempo un modo di esibire una lussureggiante forma narratologica.
Chi dovesse restare sorpreso di questo suo farsi attore sulla scena del racconto sappia che fa parte del "plot" adottato dal "genere" il cui massimo teorico è l'americano John Danto. Infatti nella foresta polacca irrompe, d'un tratto, Hermann Göring, nelle vesti di protettore della foresta: l'associazione - non so quanto consapevole - tra il gerarca nazista e la difesa della natura ha una sua simmetria nella antipatia palese che l'autore nutre per tutte le problematiche ambientaliste. Quasi che i devastanti e indiscussi effetti del degrado del pianeta (acqua, aria, terra) possano essere ridimensionati dalla consapevolezza che questi stessi elementi (quantunque degradati) sono parimenti ricchi di valori mitici, storici, simbolici, antropologici e chi più ne ha più ne metta. L'intelligenza onnivora dell'autore, il suo gusto per un'erudizione "selvaggia" - nel senso della dispersione tematica, geografica, disciplinare - ci consentono di ammirare la sovrana indifferenza con la quale ignora l'intera opera di Rosario Assunto sul paesaggio, la sicurezza claudicante con cui si muove tra storia dell'arte (le icone e le immagini assumono un rilievo molto evidente in questo "racconto"), storia letteraria e antropologia: talvolta con straordinarie pagine in cui il talento dell'autore si apprezza fino a strappare gli applausi, talaltre in cui non si riesce a trattenere un senso di fastidio per la "vulgata" che di temi importanti e vicende molto studiate (la natura nella pittura di Poussin e di Turner, la Fontana dei fiumi di Bernini) ci fornisce.
Di queste molte deboli pagine non diremo, ma come non segnalare invece quelle illuminanti dedicate alla foresta dell'Odenwald dove sceglie di vivere Anselm Kiefer: del rapporto (forse inconscio) di questo grande artista contemporaneo con il mito medievale pangermanico, della sua battaglia per la difesa della foresta, di come le sue piante e i suoi alberi incomincino a entrare nella sua opera di artista postconcettuale. Fino a divenire - la foresta-albero-cellulosa - pagine (combuste) nei suoi libri bruciati: nella ricostruzione della poetica kieferiana Schama mescola la memoria di Friedrich al "verde" Beuys, Nietzsche alle camicie brune, e dà il meglio di sé. Pagine che sono più convincenti di tutto quanto scritto dai critici d'arte contemporanea su Kiefer, contribuendo anch'essi alla distruzione della foresta che tautologicamente tutta l'opera di Kiefer ambisce a preservare.
Temo di offrire una rassegna tendenziosa di un volume che seguendo foreste, fiumi e montagne frantuma qualunque distinzione cronologica e disciplinare. La ricerca dell'Eldorado lungo l'Orinoco, le rive del Tamigi come "starting point" delle avventure coloniali dell'Impero inglese, i porti olandesi e la costruzione dei polder in questo paese "artificiale" per antonomasia, l'ambiguo destino del Reno: dai francesi considerato confine naturale e dai tedeschi rivendicato in entrambe le sue sponde come parte essenziale della "Heimat". Un libro come "Paesaggio e memoria", per stessa ammissione dell'autore, si presta ai più diversi usi e lui è fiero che la Bbc ne abbia tratto un serial televisivo in cinque puntate. È in effetti, il tomo, un enciclopedico canovaccio che può essere letto con piacere e consultato con cautela se ci si lascia prendere dal gusto dello scrivere "fictional" dell'autore, se ci si abbandona al suo talento versatile e, necessariamente, si abbassa la guardia (specialistica) che sonnecchia in ogni "collega" del "Professor Oxbridge" con cattedra plurimilionaria alla Columbia University.
P.S.: Consiglio per la lettura: essa sia preceduta o seguita dall'assai utile volumetto di Jerzy Topolski, "Narrare la storia. Nuovi principi di metodologia storica" (Bruno Mondadori, 1997; cfr. "L'Indice", 1998, n. 2), che svela con acribia i "nuovi principi" di questi centauri narratori-storici che, partiti da Vico e Voltaire, sono arrivati a Braudel e Foucault. Per conciliare l'inconciliabile essi fanno del loro meglio, e il successo della libreria li conforta.