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recensione di Messina, D., L'Indice 1996, n. 4

Sette anni di ricerca, una documentazione di prima mano grazie alla consultazione di archivi prima inaccessibili, una scrittura stringata e aderente ai fatti accertati non hanno evitato che il "Togliatti" di Aldo Agosti, pubblicato nella collana "La vita sociale della Nuova Italia" della Utet fosse accolto con clamore polemico. Le tante recensioni che hanno messo in luce la scientificità del lavoro sono state seguite da una serie di appunti critici, per esempio sulla questione dei difficili rapporti con Gramsci (Gianni Rocca sulla "Repubblica" ha parlato di reticenza) o sulla cosiddetta "svolta di Salerno" (Piero Craveri sul "Sole 24 ore" ha evidenziato in proposito la mancata citazione delle recenti e rigorose ricerche di Elena Aga Rossi e Victor Zaslavsky). Ma c'è da rilevare che, pur in prospettiva critica, storici di tendenze diverse hanno riconosciuto lo sforzo compiuto da Agosti: il cattolico Pietro Scoppola sull'"Unità" cita la sua biografia di Togliatti come "un chiaro esempio di una positiva e seria revisione della conoscenza storica"; Giuseppe Tamburrano sulla "Repubblica" dà atto allo studioso torinese di "indipendenza di giudizio".
E allora come si spiega tanto clamore? Innanzitutto perché, dopo la biografia di Bocca del '73, su Togliatti non era uscito nessun lavoro esaustivo. Poi perché, pur avendo avuto a disposizione gli archivi dell'ex Pci, per la parte successi-va al '44 aperti soltanto dall'89, e quello dell'Internazionale comunista, aperto dal '91, la pur completa biografia di Agosti potrebbe essere aggiornata con nuovi materiali provenienti dagli archivi dei servizi segreti dell'ex Urss, o da fondi ed epistolari privati, come quello con la sua compagna Nilde Iotti di cui si conoscono soltanto pochi scampoli. Infine c'è la complessità della vita di Togliatti. Un coltissimo piccolo borghese che contro il fascismo aveva fatto la scelta rivoluzionaria seppur nutrito di letture liberali, da Einaudi a Salvemini. Un dirigente del Comintern che nei suoi diciott'anni di esilio condivise la responsabilità di dirigere il movimento comunista internazionale e seppe uscire indenne dalle ondate repressive di Stalin contro gli oppositori interni e i supposti nemici annidati nei partiti comunisti europei. Un uomo che credette fino all'ultimo nella superiorità del modello sovietico, del socialismo realizzato sulla società occidentale, ma che seppe dare un contributo fondamentale alla nostra carta costituzionale e fece del Pci il più importante partito comunista nel blocco atlantico, inserito nel gioco democratico.
Pur registrando la critica verso un "Togliatti ancora molto togliattiano" è indubbio che quella di Agosti non è una biografia agiografica. Dalla lettura emergono le tante ombre di un grande protagonista, le tante contraddizioni di un "uomo di frontiera". Su un punto non ci può essere contestazione, che quella di Togliatti debba essere necessariamente una biografia "politica", sia perché fu questa la dimensione principale del personaggio, sia per la "scarsità delle fonti che potrebbero meglio illuminare le altre sue facce" e il "carattere per lo più estremamente 'sorvegliato' dei non molti ricordi autobiografici che Togliatti ci ha lasciato".
Sempre attento a stare in linea con le direttive staliniane, Togliatti non esita a scagliarsi contro i dissidenti come Silone, Tasca e soprattutto Bordiga, ma è nel rapporto con Gramsci che si vede tutta la sua ambiguità. Agosti, a dispetto delle critiche, ha ripercorso tutte le tappe del difficile rapporto, ma si è posto il limite di essere aderente ai documenti.
"È un fatto - scrive nei capitoli dedicati alla svolta del 'socialfascismo' - che per un periodo abbastanza lungo (dal giugno 1931 al dicembre 1933) non si trova sulla stampa comunista italiana alcun riferimento politico-teorico a Gramsci. Ed è certo non poco significativo che nell''autobiografia' scritta per la sezione quadri del Comintern, che reca la data del 21 agosto 1932, Togliatti, ripercorrendo minuziosamente la propria carriera politica, non menzioni mai il nome di Gramsci". L'autore cita anche una nota segreta redatta nel settembre '40 dalla sezione quadri del Comintern: "Nel 1939 - si legge nel documento - è pervenuta all'Ikki un'accusa a T. da parte della vedova del defunto leader del Pci, Antonio Gramsci, secondo la quale Gramsci considerava T. un doppiogiochista non meritevole di fiducia".
Le lettere dei familiari di Gramsci cui si fa cenno non sono mai state trovate, ma forse non servono per affermare che il fondatore del PCd'I fu un isolato, tanto che sentiva il Comintern un tribunale più crudele del tribunale speciale, e per quasi l'intero periodo della sua prigionia della sua figura venne fatto un uso strumentale. Suonano davvero stonati per esempio nell'articolo che Togliatti scrisse per "Lo Stato Operaio" in morte dell'"amico e maestro" i riferimenti al pensiero di Stalin. Si tratta di semplici forzature propagandistiche o della necessità di mettere la figura e l'opera di Gramsci al riparo delle critiche per le sue posizioni che si erano manifestate già nel '26 e nel periodo '30-33?
Curatore di una fondamentale opera documentaria sulla Terza Internazionale, Agosti ripercorre agevolmente le difficili tappe politiche e private di Togliatti nei diciotto anni dell'esilio. Ma forse qui è più interessante saltare a un altro dei nodi storiografici da sempre discussi: la "svolta di Salerno". La decisione di riconoscere il governo Badoglio e di accettare la monarchia rinviando la questione istituzionale fu imposta a Togliatti da Stalin? Agosti, pur ritenendo "molto riduttivo porre la questione in questi termini", si attiene all'evidenza dei fatti. Che sono questi: prima di partire, Togliatti nella notte fra il 4 e il 5 marzo fu ricevuto da Stalin in persona. E subito dopo in una postilla scritta a mano annotò: "I comunisti sono pronti perfino a partecipare a un governo senza l'abdicazione del re, a condizione che questo governo si attivi nel condurre la guerra per la cacciata dei tedeschi dal Paese, che realizzi i sette punti della Conferenza di Mosca, e che lo stesso re accetti di convocare dopo la guerra un'assemblea costituente alla quale spetti la decisione finale sulla questione della monarchia e del futuro regime del Paese". Forzando un po', si può dire che la "via italiana al socialismo" nacque con la spinta di Stalin. L'autore della biografia di Togliatti probabilmente non è d'accordo con questa affermazione, ma nel suo denso racconto tiene a sottolineare che anche durante la sua seconda stagione italiana il leader comunista tenne sempre conto nella sua azione della situazione politica internazionale e all'interno di questa, naturalmente, degli orientamenti e delle direttive che venivano da Mosca.
Orientamenti e direttive sovietiche che Togliatti rispettava anche quanto si trattava di discutere della politica culturale. I capitoli dedicati ai rapporti con gli intellettuali sono tra i più appassionanti dell'intero volume: ne viene fuori tutto lo spessore e la preparazione del grande dirigente comunista, viene delineata soprattutto l'intelligente strategia egemonica che avrà ripercussioni per tutto il secondo dopoguerra. Ma vengono evidenziati gli enormi limiti, per esempio in occasione degli attacchi al "Politecnico" di Elio Vittorini, della polemica sulla musica contemporanea con Massimo Mila, o della stroncatura delle nuove correnti nelle arti figurative. Una mancanza di apertura cui non erano estranee le direttive espresse da Andrej Zdanov, "il dirigente sovietico assurto al rango di massima autorità in tema di problemi ideologici e di politica culturale".
Prudente nel registrare la svolta del XX congresso del Pcus, fedele all'Urss anche durante i fatti d'Ungheria, Togliatti manifestò incredibili aperture nella prima stagione del centro-sinistra e nell'ultimo periodo della sua vita si convinse che per l'Urss il problema più serio era quello "del superamento del regime di limitazione e soppressione delle libertà democratiche e personali che era stato instaurato da Stalin". E, per quanto riguarda l'Italia, "l'obiettivo centrale del suo progetto diventa l'invenzione di un nuovo ruolo per un partito comunista nelle condizioni della democrazia politica di tipo occidentale e, in concreto, l'integrazione del Pci nel sistema democratico repubblicano". Ma la convinzione mai abbandonata nella superiorità del modello socialista fa dire giustamente ad Agosti, a conclusione della sua opera, che Togliatti, "fu un uomo di frontiera".