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Salvatore Niffoi

Editore: Feltrinelli
Collana: I narratori
Anno edizione: 2012
Pagine: 171 p. , Brossura
  • EAN: 9788807019012

Recensioni dei clienti

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    Alessandro

    15/01/2014 20.57.19

    Libro ambientato in un paese sardo dell' entroterra.In questo libro si riscoprono le legende,gli usi e comusti della società contadina sarda.....e

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    Alessandra

    24/07/2012 12.22.23

    Salvatore Niffoi ritengo che sia l'autore "più sardo" di tutti gli autori sardi e a me piace molto.E'passionale,sanguigno,forte,degno interprete della sua Barbagia di Sardegna.In questo suo ultimo romanzo non è da meno,anche se non è ai livelli de "La vedova Scalza". L'ambientazione è un paese sardo inventato dall'autore:Chentupedes e narra le vicende,alcune devo dire un pò bizzarre, di Lisandru Niala prima che passasse a miglior vita,cioè che diventasse una pantuma(un fastasma).

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    marcello

    11/07/2012 12.47.15

    Libro certamente meno ispirato del solito, anche se la scelta di affidare alla pellicola cinematografica proveniente dal mistero lo svelare la storia di un ricongiungimento dei due sposi unicamente per morire assieme, mi sembra veramente geniale. Tuttavia il risultato narrativo è piuttosto sonnacchioso e quindi faticoso per il lettore. Forse meritava una rivisitazione ripensativa.

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    Veronica

    10/07/2012 16.37.07

    Ho appena letto,dopo trepidante attesa,l'ultimo romanzo di Salvatore,mi permetto di chiamarlo per nome perchè mi ha onorato della Sua conoscenza e,non avendo ancora il coraggio di sentirLo per congratularmi con Lui personalmente,affido a questo commento scritto la mia aspettativa non certo delusa,anzi,come sempre mi succede nel leggere i Suoi libri,da subito entro nel mondo surreale della storia che si srotola a mano a mano in questo paese cosi sofferto e sofferente,con una umanità dolente e senza speranza:vivo in prima persona le emozioni potenti e vivide come se fossi la protagonista assoluta.Pur appatenendo all'oasi linguistica tabarchina,ciò non mi impedisce di compenetrare quello spirito barbaricino che mi fa vivere,nell'immaginario,un'avventura antica come i nuraghi.Grazie,Salvatore,perchè fai diventare dei giganti quelle figure di donne che,altrimenti,rimarrebbero nell'oscurita più anonima,invece,Tu fai acquisire loro grande forza,grande dignità e grande potenza.Aspetto con grande pazienza il prossimo libro che saprà ancora sorprendermi e commuovermi.

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    annamaria sansone

    06/07/2012 17.17.18

    "E' ritornato", mi sono detta già leggendo le prime pagine di questo bel romanzo in bilico fra la leggerezza della fiaba e il forte sapore di sangue e di ferro della realtà. E dicendolo non mi riferivo al protagonista, che ritorna dal regno dei morti perché ci sono ancora delle cose in sospeso da definire e nodi da sciogliere, parole da dire e gesti da perdonare. Io mi riferivo proprio all'autore, alla sua prosa immaginifica, alla potenza evocativa di tante sue immagini. Mi piace quando uno scrittore ritorna e riesce a sorprendermi. Si deve essere per forza molto esigenti nei confronti di chi ha scritto quel capolavoro che è "La vedova scalza". "Pantumas", - fantasmi -, era un mio diritto di lettore, dunque. Un'esigenza primaria, mettiamola così. Dentro c'è il piacere del raccontare, la ricchezza di una lingua turgida e mai scontata, che assomiglia soltanto a se stessa. C'è il concatenarsi di vicende piccole e grandi, le pietruzze d'inciampo e le grandi pietre miliari della vita. E c'è pure l'atto stesso dello scrivere, quell'alchimia sublime che fa dire a nipote del protagonista: "Io sono mio nonno che racconta la sua storia e sono anche i miei nipoti che racconteranno la mia." "E' tornato", dice intanto la moglie di mannoi Lisandru, e non se ne stupisce: al paese di Chentupedes gli sposi se ne vanno via insieme, non può essere diversamente. Grande donna, come sono grandi le donne barbaricine a cui Niffoi ci ha abituato. Ce ne sono altre in questo romanzo, alcune davvero indimenticabili. Granitiche nel loro dolore, selvagge nelle loro passioni. Donne che partoriscono i loro uomini due volte, nella vita e nella morte, come la madre in "Cenere", il primo romanzo di Grazia Deledda che ho letto. La considero come una madre, io che sarda non sono. Scrivere così in Barbagia dopo di lei è un bel cimento e un grande onore. Bene torrau, Niffoi.

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