Un paradiso perduto. Dall'universo delle leggi naturali al mondo dei processi evolutivi

Marcello Cini

Editore: Feltrinelli
Collana: Campi del sapere
Edizione: 4
Anno edizione: 1999
Pagine: 312 p.
  • EAN: 9788807101694
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recensione di Lovisolo, D., L'Indice 1994, n.10

Strana è la situazione delle scienze della natura alla fine di questo secondo millennio del calendario occidentale, nell'arco del quale esse si sono affermate come lo strumento principe non solo di lettura della realtà, ma anche di intervento su di essa. Siamo spettatori di uno sviluppo senza precedenti, accompagnato da un inaspettato dischiudersi di nuove applicazioni e ricadute sulla vita di ogni giorno; eppure si cominciano a percepire, sempre più nettamente, i segni di una crisi profonda. Se da un lato la nostra vita è impregnata di scienza e di tecnologia, non è altrettanto diffusa la capacità di comprenderne significato e implicazioni da parte del vasto pubblico, e l'analfabetismo scientifico di massa preoccupa più di un governo e di un'istituzione, almeno in paesi più attenti del nostro. D'altro canto, anche dall'interno della comunità scientifica affiorano e crescono dubbi e interrogativi sulla validità dei paradigmi dominanti, e la fiducia nella possibilità di uno sviluppo lineare e "oggettivo" delle conoscenze si scontra con il problema dei limiti, dell'imprevedibilità, delle soggettività, dei condizionamenti. Qui da noi la riflessione sullo stato delle cose scientifiche non è mai riuscita a sfondare effettivamente nell'ambiente accademico, e tantomeno a trasferirsi nel dibattito culturale più ampio. D'altra parte, sarebbe difficile immaginare l'equivalente italiano di personalità come Richard Lewontin, Stephen Jay Gould o Paul Feyerabend. Forse l'apparente stranezza si potrebbe spiegare con l'immaturità della ricerca nel nostro paese: solo una comunità scientifica forte e matura può tollerare l'esistenza di voci che invitino a riflettere sui suoi fondamenti e sulle sue prospettive, e anzi sentirne l'esigenza e incoraggiarle.
Marcello Cini è una delle poche e autorevoli eccezioni: fisico teorico di grande prestigio, da più di vent'anni ha affiancato alla produzione scientifica l'impegno sul fronte della ridiscussione critica dei fondamenti della scienza nell'età della tecnologia. "Un Paradiso perduto" è il punto d'arrivo di questo lungo lavoro, ed è un affascinante viaggio dentro le rivoluzioni concettuali che hanno scosso la scienza dell'età moderna, da Galileo a oggi.
La prima parte del libro ricostruisce l'evoluzione dei linguaggi delle scienze: dal linguaggio della certezza, che dominerà da Galileo almeno fino alla metà dell'Ottocento, alla sua crisi e ai tentativi di ricomposizione di un quadro unitario nella fisica del Novecento, pagati con l'introduzione dell'indeterminazione, al linguaggio della complessità, fino a quello della mente. Ancora una volta, un fisico parte dalla sua disciplina e approda alla biologia: non è una questione di mode, ma di consapevolezza che è lì che oggi si ritrova la frontiera dei problemi, sia conoscitivi che applicativi.
Filo conduttore è una serrata critica alla visione riduzionistica dominante, alla storia scritta dai vincitori: lo sviluppo delle scienze non è stato un susseguirsi di lineari progressi nella nostra conoscenza del mondo, ma il risultato di profondi rivolgimenti che hanno sconvolto uomini e paradigmi. Le grandi svolte non sono consistite in rappresentazioni della realtà via via più dettagliate e fedeli delle precedenti, ma in radicali cambiamenti dei punti di vista, che hanno più di una volta messo in crisi i tentativi di costruire la teoria definitiva, di approdare a una visione unificata delle scienze.
Se la parte sulle sfide poste alla fisica classica dalla termodinamica prima, dalla fisica quantistica poi, riprende temi e argomenti classici del dibattito epistemologico contemporaneo, il capitolo sulla complessità presenta particolare interesse perché l'argomento è affrontato in maniera un po' diversa dal solito e, a parere del recensore, molto utile. Dividendosi ormai l'universo in due categorie, quella di coloro che tirano fuori la complessità perché non san bene cosa dire e quella dei navigati, che appena ne sentono parlare sbuffano, è piacevole trovare qualcuno che prova a ragionarci sopra, a cercare di capire - e di far capire - che ci sono molti modi di usare questa categoria, e che non portano tutti agli stessi esiti. Per la scienza classica la complessità è niente più che un sinonimo di una proprietà transitoria, legata al fatto che, per il momento, i nostri strumenti di comprensione non sono ancora abbastanza sviluppati; ma la revisione critica di questi ultimi decenni ha messo in luce come la ricerca del semplice, delle leggi generali come manifestazione di una realtà in cui le differenze e le diversità dei fenomeni sono irrilevanti, fa perdere di vista il fatto che la complessità è una proprietà intrinseca di molti sistemi. Ne consegue inevitabilmente la crisi del determinismo e della predicibilità, ma ancora una volta la strada si divide, e l'approccio di Varela, il teorico dei sistemi autoorganizzati e autoreferenziali, è profondamente differente da quello di Atlan, con la sua visione dinamica della complessità che origina dal rumore, dal disordine, trasformandoli.
La critica al riduzionismo coinvolge anche le eccessive presunzioni del riduzionismo logico dell'Intelligenza Artificiale: si possono costruire macchine dotate di intelligenza, e magari di coscienza? "Il pensiero razionale è costruito da pensieri razionali di taglia più ridotta, assemblati secondo regole logiche precise..."? È interessante come all'affermazione positiva di molti dei maggiori esponenti dell'IA Cini contrapponga i dubbi di Hofstadter, ma soprattutto la teoria della selezione dei gruppi neuronali di Edelman, che basa la sua critica agli approcci logicodeterministici sulla constatazione che l'evoluzione opera per selezione, non per istruzioni. Entrambi non negano a priori la possibilità di costruire oggetti dotati di coscienza, ma mettono in risalto ancora una volta il valore delle differenze, il ruolo delle relazioni fra livelli.
Cini resta sostanzialmente ancorato al realismo ontologico alla Putnam, ma sottolinea come la formulazione di una proposta innovativa da parte di uno scienziato sia un momento diverso dall'accettazione della stessa da parte della comunità scientifica. Il lavoro di ricerca è una dura lotta per costruire la realtà, per trasformare gli argomenti in fatti. È in questo senso, e solo in questo, che è legittimo parlare di condizionamento sociale sulla scienza. È il passaggio dal linguaggio logico-simbolico a quello canonico, o meglio, alla formazione di linguaggi metateorici. Da questa impostazione deriva una serrata critica alle posizioni sociologiche "estremiste" alla Bloor, per cui le credenze istituzionalizzate sono l'oggettività, così come al relativismo di Feyerabend, considerato statico e astorico. Di Kuhn, infine, Cini giudica troppo schematico il concentrare tutta l'attenzione sul momento del mutamento rivoluzionario, senza tener conto che anche nei momenti di crisi i meccanismi di selezione e controllo mantengono l'identità di una disciplina.
Un esempio di questo scontro per la costruzione della realtà è rappresentato da due figure significative della fisica di metà secolo: Von Neumann, lo scienziato "senza pregiudizi filosofici", che in nome della razionalità spinge per scelte di sviluppo lineare, per la semplificazione e l'assiomatizzazione, e Wiener, lo scienziato attento al peso dell'imprevedibile, della realtà come processo. Vinse il primo, in buona sostanza, anche perché rappresentava il tipo dello scienziato "normale", organico alla comunità. E quando un paradigma vince, pezzi interi di una disciplina restano ai margini per decenni, fintanto che qualcuno non li va a ripescare, perché i tempi sono cambiati: così è successo, dopo l'affermazione della meccanica quantistica, a settori importanti della fisica, rivalutati solo alla fine degli anni sessanta. Il concetto di spiegazione assume quindi un carattere storico, ed essenziale resta il ruolo di chi, in ogni tempo, si dedica a "fare le bucce" alle certezze consolidate.
Cini cita un altro esempio interessante di tentativo cosciente e organizzato di orientare gli sviluppi di una disciplina scientifica, quello operato dal Theoretical Biology Club prima, e da Max Delbrück poi, di trovare la "terza via" in biologia, e il suo sostanziale fallimento. È stato forse l'unico tentativo organico di fondare una biologia teorica, in analogia alla meccanica quantistica, ma è approdato a quel miscuglio di riduzionismo e organicismo che è la biologia molecolare. Solo con la fine degli anni settanta, col passaggio dalla ricerca della semplificazione alla rivalutazione della complessità, il modello canonico di scientificità è stato messo in discussione: ma anche il nuovo paradigma non convince del tutto il nostro autore. Quello che manca ancora è una concezione sufficientemente generale di conoscenza scientifica (non metodologica, ma epistemologica) che metta insieme i diversi spezzettati settori del sapere: quella che abbiamo oggi non è scienza, sono tante scienze separate. Né la risposta può trovarsi nel panvitalismo alla Capra se il tutto è in ognuna delle parti, non ci sono soglie, non c'è specificità, e senza differenziazione di parti non può esservi differenziazione di eventi o di funzioni. In fondo, è il vecchio concetto della funzione basata sulla struttura che, negato, riappare a un livello più complesso. La risposta, o almeno un inizio di risposta, Cini sembra invece trovarla in Bateson, nel suo interesse per i processi più che per le strutture, nel suo tentativo di rivalutare la sfera della non comunicazione come necessità della mente, e di liberarsi quindi dal terrore della crisi della logica, fino a riprendere in considerazione il sacro, importante a livello collettivo quanto lo è l'inconscio per l'individuo. È un ritorno all'idealismo, magari con contaminazioni junghiane? Cini sembra escluderlo, mettendo in risalto gli aspetti del pensiero di Bateson che più attengono al dibattito epistemologico: interessante è la sottolineatura degli aspetti selettivi presenti nei meccanismi di cambiamento genetico, e della componente aleatoria nell'interazione con l'ambiente. È questa, a parere del recensore, la parte più controversa del libro; di certo quello di Cini non è facile entusiasmo per un autore di moda, ma ricerca seria di una forma di conoscenza più organica e forse anche più utile.
L'ultima parte del libro affronta le conseguenze che la natura della conoscenza scientifica, così come si è modificata in questo ultimo secolo, ha sul ruolo sociale della scienza: l'etica mertoniana basata sui due pilastri dell'esistenza di verità universali e dell'atteggiamento disinteressato del ricercatore, è andata in crisi. La crisi del secondo è legata all'accorciamento di distanze fra scienza e tecnica, diventata tecnologia, all'emergere sempre più frequente di controversie e di dispute sulle applicazioni: e il rischio è che la si risolva con la favola della separazione fra scienza "pura" e sue applicazioni, e dell'invenzione di nuovi ruoli per vecchi esperti, come la vicenda della bioetica sembra indicare. Ma la crisi più profonda è quella del primo pilastro, dell'universalismo. Non se ne esce, per Cini, con un nuovo riduzionismo, come rischia di esserlo la tendenza ad affermare la possibilità di risolvere qualunque problema riducendolo a un problema logico: va esplicitamente riconosciuto il ruolo che il contesto gioca nella formazione delle conoscenze, che esistono settori in cui bisogna lavorare senza poter scegliere l'argomento (effetto serra, ecc.), senza poter disporre di conoscenze certe, con la prospettiva di produrre dati "soft", ad affidabilità limitata: le scienze contemporanee sono strutturalmente "postnormali" nella terminologia kuhniana, nel senso che sono sempre nella fase critica. Tutto ciò ha profonde conseguenze sul ruolo dello scienziato e sull'impatto sociale della scienza: il problema non è dominare la natura (la trasformazione della natura era considerata dalla scienza tradizionale un processo "naturale") ma sopravvivere alle conseguenze di questo dominio. Da una parte, la realtà va ricategorizzata, con il superamento della concezione lineare, del progresso e della crescita illimitati; dall'altra nuove forme di costruzione del consenso vanno sperimentate, fuori dalla delega totale agli "esperti" del settore, costruendo forme di coinvolgimento e di controllo non a valle della ricerca, ma a monte. La sfida di Cini è nelle drammatiche crisi che stiamo vivendo, e va raccolta, verificata e criticata nella pratica concreta. Il paradiso della certezza e dell'universalità è, forse irrimediabilmente, perduto, e prima ne prendiamo atto meglio è. Di fronte a un libro come questo sento le obiezioni di chi sostiene che, in fasi di rapida e impetuosa crescita delle conoscenze e delle sempre nuove loro applicazioni, è "di retroguardia" attardarsi a fare della filosofia della scienza, ripiegandosi su riflessioni e interrogativi: sarebbe impossibile per questa via incidere sullo sviluppo delle scienze, che avrebbero al loro interno una capacità spontanea di evolvere "nel senso giusto". Personalmente, credo che la posizione di retroguardia sia proprio questa.