Categorie

Collana: La memoria
Anno edizione: 2014
Pagine: 412 p. , Brossura
  • EAN: 9788838932014
Usato su Libraccio.it € 8,10

 
Da alcune settimane fra gli scaffali delle librerie c’è un fiorire di libri dedicati al calcio. Per chi ama lo sport non fa differenza se quello attuale è un anno olimpico, o mondiale, o europeo. Per i credenti praticanti probabilmente è la stessa cosa: non c’è bisogno che sia il venticinque dicembre, per andare a messa. Non è un accostamento blasfemo: un rito condiviso conserva sempre una sua sacralità. Ma veniamo al come e perché, accanto agli usuali espositori che esibiscono le varie cinquine, terne, “finalista di” e “vincitore del”, pullulano romanzi e saggi che hanno come argomento il calcio appunto. L’ho capito quando ha preso il via la cerimonia di apertura della ventesima edizione dei campionati mondiali di calcio. Lo speaker in tv ci ha informati degli scontri fra manifestanti e forze dell’ordine, feriti ed arrestati, ma lo spettacolo doveva iniziare. La cerimonia celebrato le ricchezze del Brasile: la natura, la gente, il football. Un po’ riduttivo, ma a Natale c’è bisogno di pensieri semplici ed emozioni nette perché sia la festa di tutti. Tornando al libro, La partita di pallone, raccoglie ventisette racconti di altrettanti autori che, va detto, non può prescindere dalla passione calcistica e dallo spirito tifoso che alberga in ciascuno di questi autori. Che poi alcuni non te li aspetteresti proprio, a discernere di pallone. Non si tratta di un romanzo o racconti di fiction, ma di veri e propri saggi sull’argomento, articoli di cronaca. E allora, che ci fanno in questa raccolta Vasco Pratolini, Gianfranco Calligarich, Valerio Magrelli ed il nobel catalano Camilo José Cela, solo per citarne alcuni?
A rifletterci su, ci si accorge che questa non è solo un’operazione che strizza l’occhio all’argomento che in questi giorni è sulla bocca di tutti, ferventi e no. Ha a che fare con l’infanzia, con qualcosa di ancestrale, perfino. Lo spiega bene Vladimir Dimitrijević, uno degli autori di questa raccolta: “Il calcio è il re dei giochi. Secondo me perché – come la danza – riporta il nostro corpo a quel che si potrebbe definire la preistoria dei nostri movimenti. Nel calcio è assolutamente vietato – se non giocate in porta, beninteso – l’uso delle mani e delle braccia. Potete adoperare soltanto piedi e gambe (…) Ed ecco che, non potendo più fare ciò che per voi sarebbe normale o naturale, siete ritornati a funzioni arcaiche. Costretti a riannodare il legame con la memoria animale sepolta dentro di voi.” E ancora, più avanti: “La gamba è un retaggio della preistoria, o meglio dell’epoca in cui le membra e gli organi erano un tutt’uno. Il neonato afferra il ciucciotto o il biberon indifferentemente con le mani, con i piedi o con la bocca (…) Perfino il cervello non terrorizza ancora la testa come farà in seguito, in particolare negli intellettuali”.
Ecco perché il calcio, porta tutti i ventisette partecipanti a questo consesso di carta e inchiostro, sullo stesso piano. Là dove si immedesimano in quel lavorio di gambe e piedi, tornano e ci fanno tornare, bambini. Come fossimo davanti ad una stecca di cioccolata. Il lettore si trova gioiosamente spaesato al cospetto di scritture che potremmo definire inusuali se comparate con altri testi di questi stessi autori. C’è una voce primigenia, disarmante, sbrigliata, che evoca episodi risaputi della nostra storia recente (la testata di Zidane, i gol di Paolo Rossi e Tardelli ai mondiali dell’82) in una maniera che li fa sembrare nuovi, o con la voglia di tornare a berli, in un rito comune e perpetuo, come la favola di Biancaneve ripetuta ogni sera, fedele a se stessa. E si scopre che questo gioco povero, essenziale, scarno di regole rispetto ad altri sport di squadra, racconta più di ogni altro, lo spirito dei popoli che lo interpretano. Il pragmatismo teutonico, la grandeur francese, la fantasia brasiliana e quella sorniona, innata, mania italica, di non credere in noi. Ce lo ricordano Davide Enia, Mario Soldati e Vittorio Sermonti, che riassumono a modo loro il Mondiale dell’82 o Jean-Philippe Toussaint che ricorda la famosa notte in cui “il cielo diventò azzurro sopra Berlino” del 2006. Non ci avremmo scommesso un soldo, neppure bucato.
E, siccome tutti hanno le loro favole preferite, ammetto di essermi completamente perduta fra le righe di Soriano, e di Galeano, nel cui pezzo ho ritrovato la struggente rabbia della sua Memoria del fuoco. O nel brano di Nick Hornby tratto da quel Febbre a 90° che ci fa affezionare, fra le squadre inglesi, all’Arsenal. Perché il vero tifoso fa questo: contagia chiunque con la sua passione e, passando dall’uno all’altro dei ventisette autori, ci si sente un po’ come a una festa dove ritrovi gente che non vedevi da tempo, ma alla quale non hai mai smesso di voler bene. Così si può essere grati a questo prezioso volume di Sellerio, per averci fatto riflettere sulla storia degli ultimi sessant’anni da questa particolare prospettiva. Non posso non notare, però, una grave pecca: non un cenno ad Argentina ’78, negli anni di Videla, quando le televisioni e le penne del mondo vollero raccontare esclusivamente l’astro nascente di Maradona. Come se tutt’ora, come intitolava un bellissimo film di qualche anno fa, fossimo complici del silenzio.
 
Simona Baldelli

“Sfide, cimenti, imprese, riscatti, ribellioni, tradimenti. Onore e vergogna. Campioni e gregari” e via via a raccontare, in un elenco infinito, tutte le sfumature di una passione planetaria. Nell’introduzione firmata da Laura Grandi e Stefano Tettamanti, i curatori di questa preziosa antologia sul calcio, si fa un breve accenno a una riflessione letteraria annosa: è la realtà a plasmare la letteratura o la letteratura che rende poetica la realtà? E se la realtà è costituita da novanta minuti di gara e da una squadra di giocatori, possiamo continuare a chiamarla letteratura?
La domanda è retorica. La risposta bisognerebbe chiederla, ad esempio, a Eugenio Scalfari il quale decise orgogliosamente, il giorno della fondazione del suo giornale “La Repubblica”, di privarlo delle pagine sportive, salvo poi tornare alla svelta sui propri passi creando una delle più importanti redazioni sportive dirette da Gianni Brera. Il complesso di superiorità di una certa “cultura alta” contro la letteratura di sport, in Italia ha capitolato nel giro di pochi anni. Il lavoro di molti critici letterari ha rivelato, tra le pagine di molti scrittori internazionali, tra cui Hamingway, Mailer, Roth, Malamud, Vargas Llosa, delle altissime pagine di letteratura dedicate al calcio. Quando si esprime al meglio, la scrittura sportiva non è semplicemente cronaca di gesta agonistiche, ma è esplorazione di uno spirito comune in cui la fatica e il riscatto hanno un ruolo decisivo, diventa racconto di vicende personali e collettive che rasentano la poesie e l’epica.
A perorare questa nobile causa di riabilitazione del racconto calcistico, i curatori di questa antologia fanno una vasta operazione di ricerca letteraria “convocando” per l’esibizione 27 grandi scrittori contemporanei provenienti da tutto il mondo, 10 stranieri (tra cui Vladimir Dimitijevic, Camilo José Cela, Manuel Vàzquez Montalbàn, Nick Hornby e Osvaldo Soriano) 14 italiani (tra cui Vasco Pratolini, Maurizio de Giovanni, Davide Enia, Stefano Benni, Vittorio Sermonti, Gianni Brera e Mario Sodati) e 3 oriundi. Una squadra strepitosa che parte all’attacco del lettore con la sezione intitolata “Il gioco più bello del mondo”.
Non possiamo dargli torto. Leggendo questa selezione, scorrendo le pagine o spigolando qua e là, si comprende quanta carica emotiva sia stata innescata dagli eventi sportivi, piccoli e grandi, nel corso degli anni. Possono essere i mondiali del 1982, come nel racconto di Davide Enia, o una discussione da bar, come nel contributo di Stefano Benni, in ogni caso questa antologia è una miniera di aneddoti e riferimenti che ogni tifoso amerà scoprire. Alcuni brani sono molto celebri e già pubblicati in altre raccolte, altri sono delle vere e proprie chicche, quelli che nel cinema si chiamerebbero cammei, incursioni di grandi scrittori in un campo desueto, come nel caso di Valerio Magrelli. Alla fine, nella sezione Figurine, possiamo soltanto commuoverci leggendo i ritratti intensissimi che grandi cronisti, come Gianni Brera, hanno scritto su grandi sportivi, come Gianni Rivera, e che altri cronisti, come Gianni Mura, a un certo punto, hanno dovuto e saputo raccontarci attraverso i classici “coccodrilli” che appaiono sui giornali.
Possiamo anche dire che il calcio sia solo uno sport come un altro, in cui “ventidue giovanotti in mutande corrono dietro una palla”, oppure possiamo leggere questo libro, e guardare oltre.