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Daniel Pennac

Traduttore: Y. Mélaouah
Editore: Feltrinelli
Anno edizione: 2014
Formato: Tascabile
Pagine:
  • EAN: 9788807884641


«L'amore rende ciechi, Benjamin, l'amore deve rendere ciechi! Ha la propria luce. Abbagliante. L'amore familiare come gli altri.»

La lettura di un libro di Pennac è quasi una droga. Non è possibile interromperla, si deve arrivare all'ultima pagina ma, alla fine, resta la nostalgia di aver già concluso il libro, di dover salutare un amico caro fino ad un prossimo, già atteso, incontro. E quest'ultima prova del sapiente professore parigino, La passione secondo Thérèse, è assolutamente all'altezza delle precedenti.

Prima di tutto ritroviamo l'intera famiglia Malaussène già nelle pagine iniziali del romanzo: ognuno caratterizzato da un gesto, familiare al lettore, da un tratto fisico, da un particolare che ne connota la personalità. E subito entriamo nella vicenda: Thérèse, la virginale e rigida Thérèse, è innamorata e vuole sposarsi. Benjamin, il fratello maggiore, un po' il padre di tutta la tribù, non trova concepibile questo evento, e fatica molto anche ad accettare di conoscere il futuro cognato. Quando poi viene costretto ad incontrarlo il suo giudizio, già fortemente prevenuto, diventa assolutamente negativo. Tenta ogni espediente, lecito e illecito, sotterfugi e imbrogli che gli creano spaventosi sensi di colpa, per convincere la sorellina-maga a non sposare quell'indescrivibile prodotto dell'aristocrazia degli affari parigina. A nulla servono le indagini che gettano sospetti sulla famiglia altolocata del futuro sposo, inutili le profezie che (inconsapevolmente) la stessa Thérèse formula partendo dai segni astrali suoi e del suo innamorato, inutili le pressioni e i ricatti morali a cui Benjamin sottopone la sorella: le nozze ci saranno, e saranno un vero spettacolo pubblico. Marie-Colbert de Roberval, questo è il nome dell'amato, appare come una specie di benefattore dell'umanità, desiderando riscattare la famiglia e in particolare il fratello suicida da accuse infamanti. Così il matrimonio sarà trasmesso dalla televisione, gli introiti della trasmissione andranno in beneficenza, ospiti delle nozze saranno i derelitti soccorsi dalla nuova, generosa coppia di sposi. Tutto ciò però non prevede la presenza dell'intera tribù Malaussène che vedrà da casa le riprese del matrimonio: questione di buon gusto dice Marie-Colbert. Preparativi febbrili, evento fatidico e viaggio di nozze a Zurigo, strana e un po' sospetta meta per una luna di miele. Ma dopo un solo giorno ecco rientrare, silenziosa e cupa, nella caotica casa d'origine, proprio la sposa che, non essendo più vergine (così come vuole la tradizione della magia) ha perso le doti di preveggenza. Da questo momento il romanzo è un vero fuoco d'artificio di situazioni: morti violente, esplosioni, indagini, tutta Belleville in totale agitazione, la famiglia Malaussène completamente sconvolta da morti e resurrezioni...

I capitoli conclusivi vedono lo scioglimento dell'enigma e tutto si ricompone con una nuova nascita, come sempre avviene nei romanzi di Pennac, una bambina dagli occhi vigili sin dalla sua prima apparizione in questo mondo, occhi che si posano su Benjamin, adottato subito come padre, vero capro espiatorio di tutta la tribù, della sua editrice, della intera e varia umanità di Belleville.

Il pregio di Daniel Pennac è proprio questa capacità di costruire trame coinvolgenti e di animarle di personaggi atipici, antieroi moderni, poveracci qualsiasi di ogni periferia metropolitana, intellettuali senza soldi e bambini, tanti, tanti bambini. La virtù dell'autore è quella di amare le sue creature e di farle amare al lettore, di renderle figure amiche a cui si perdonano debolezze e comportamenti illeciti. L'abilità dello scrittore è il saper tenere il racconto in continua tensione, dando credibilità a evoluzioni talvolta improbabili della vicenda, che rientrano nella logica solo se inserite nel quadro generale e nell'ambiente in cui maturano. La fortuna di questo romanziere è il suo essere schivo, il non voler diventare personaggio da spettacolo, affidando ai lettori e solo ad essi e non al meccanismo pubblicitario, il suo straordinario successo.

A cura di Wuz.it


Le prime frasi

1.

Bisognerebbe vivere a posteriori. Decidiamo tutto troppo presto. Non avrei mai dovuto invitare quel tizio a cena. Una resa affrettata, dalle conseguenze disastrose. È vero che la pressione era fortissima. Tutta la tribù si era accanita a convincermi, ognuno nel proprio registro, una potenza di fuoco spaventosa:
"Come sarebbe?" sbraitava Jérémy, "Thérèse è innamorata e tu non vuoi vedere il suo tipo?".
"Non ho mai detto questo."
Subentrava Louna:
"Thérèse trova un signore che si interessa a lei, fenomeno altrettanto improbabile di un tulipano su Marte, e a te non frega niente?".
"Non ho detto che non me ne frega niente."
"Nemmeno un briciolo di curiosità, Benjamin?"
Questa era Clara, la sua voce di velluto...
"Ma lo sai, almeno, cosa fa nella vita, l'amico di Thérèse?" ha chiesto il Piccolo dietro i suoi occhiali rosa.
No, non sapevo, almeno, cosa faceva.
"Racconti!"
"Racconti?"
"Così ha detto Thérèse: racconti!"
Vietare l'accesso alla nostra ferramenta a un narratore voleva dire distruggere il sistema di valori del Piccolo. Dal sottoscritto a Loussa de Casamence, passando per l'amico Théo, il vecchio Risson, Clément Clément, Thian, Yasmina o Six la Neve, il Piccolo non aveva frequentato altro da quando era nato.
"È vero," ho chiesto poi a Julie, "che quel thérèsofilo è un narratore?"
"Narratore o meccanico che sia, " ha risposto Julie, "te lo dovrai beccare comunque, quindi tanto vale cedere subito. Organizza una cena."
La mamma, dal canto suo, era da qualche parte in amore, come sempre. Fu al telefono, una mattina verso le dieci (sgranocchiamenti circospetti di fette biscottate, con ogni probabilità ci chiamava dal letto, dietro il vassoio della colazione), che apprese la bella notizia. Ha detto quello che dice sempre, ogni volta che una delle figlie cade in deliquio.
"Thérèse innamorata? Ma è me-ra-vi-glio-so! Le auguro di essere felice come me."
E ha riattaccato.
In materia di donne, inutile ripiegare sugli uomini. Ho sentito il parere degli amici solo pro forma. Hadouch, Mo e Simon erano evidentemente della stessa opinione:
"Non ti è mai andata giù, Ben, che qualcuno si facesse le tue sorelle. Vorresti tenertele per te, è il tuo lato 'mediterraneo', come dite voialtri".
Il vecchio Amar, invece, aveva espresso il suo tranquillo fatalismo:
"Insh Allah, figliolo, quel che donna vuole, Dio lo vuole. Yasmina mi ha voluto perché Dio ha voluto che io volessi Yasmina. Capisci? Bisogna avere la mente aperta come il cuore di Dio".
Ho ripensato a Stojil. Che consiglio mi avrebbe dato il mio vecchio Stojil, curvo sulla nostra scacchiera, se non fosse morto prima del tempo? Probabilmente lo stesso di quando Julie si era messa in pancia un desiderio di prole:
"Lascia fare Thérèse".
Risposta molto vicina alla laconicità ontologica di Rabbi Razon:
"La specie umana è una decisione di donna, Benjamin. Nemmeno Hitler ha potuto opporvisi".
Cosa che mi ha confermato Gervaise, la seconda madre di mio figlio, la controfigura di Julie, un'anima santa che dedica la propria vita alla redenzione delle mignotte, lassù, dalle parti di rue des Abbesses. Ero andato a sentire il suo parere nell'asilo da lei aperto a tutti i figli e le figlie delle puttane del quartiere. La marmaglia illegittima le sgambettava intorno in un profumo di latte acido e di pelle nuova. Gervaise emergeva da quel brulichio come la rocca della maternità.
"Se Thérèse vuole fare un figlio lo farà. È una questione di istinto. Nemmeno le professioniste sanno resistervi. Guarda."
Il suo braccio fece un cerchio sopra i puttanocchi che le frugavano in grembo.
"Se io non posso impedire tutto questo, come vuoi riuscirci tu?"
Per antifrasi aveva battezzato il suo asilo "Ai frutti della passione", e vi aveva assunto mia sorella Clara, che sbarcava lì tutte le mattine con Verdun, È Un Angelo e Signor Malaussène. In fondo, anche loro erano frutti della passione. Gervaise e Clara regnavano con dolcezza su quel piccolo bordello.