Il pavone e i generali. Birmania: storie da un Paese in gabbia

Cecilia Brighi

Editore: Dalai Editore
Collana: I saggi
Anno edizione: 2006
In commercio dal: 2 maggio 2006
Pagine: 310 p., Brossura
  • EAN: 9788884907240
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Descrizione
Nella fantasia di molti occidentali, la Birmania è una terra di grande fascino, di storie preziose, di incanti velati... In realtà, questo Paese è il primo esportatore di metanfetamine al mondo e il secondo per il traffico di oppio. Un Paese che da quasi mezzo secolo è oppresso da una sanguinosa dittatura militare, che schiaccia il popolo con il lavoro forzato, con violenze, stupri e deportazioni. Un regime dittatoriale che, da oltre dieci anni, tiene agli arresti domiciliari Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace e simbolo della resistenza democratica e non violenta. Questo libro racconta le vicissitudini e la fuga rocambolesca all'estero di alcuni dei protagonisti politici e sindacali dell'opposizione.

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Recensioni dei clienti

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    Thagyamin

    17/03/2017 11:09:12

    Non si può negare che il tema di questo libro sia interessante, e che gli spaccati di vite comuni e meno comuni devastate da un regime violento e tirannico in un paese tenuto sotto scacco da una dittatura apparentemente senza fine (anche se sappiamo che ora molto è cambaito) non possano non lasciare indifferenti. Tuttavia, non credo che consiglierei davvero questo libro per capire la Birmania di ieri e di oggi, per due motivi principali: 1) È scritto in un italiano pessimo (almeno la mia edizione), pieno di errori di tutti i tipi, parole usate in modo sbagliato, una punteggiatura impresentabile. Ciò rende difficile seguire il testo (si può sorvolare sulle trascrizioni arbitrarie dei nomi birmani, forse meno sulla mancata traduzione dall'inglese di molte istituzioni). 2) La narrazione è confusa e forse troppo romanzata. Si salta continuamente avanti e indietro nel tempo, anche nello stesso paragrafo, a volte con palesi contraddizioni nelle date, ed è difficile crearsi un quadro organico degli eventi e seguire i protagonisti. Ne risulta un quadro estremamente confuso. Inoltre ci sono tantissimi dettagli "personali" e affermazioni dubbie che l'autrice sembra aver inserito per dare più colore alle vicende. In definitiva penso che un racconto di denuncia politico come vorebbe essere questo libro abbia bisogno di più obiettività e più organicità, e francamente anche più ricerca (i riferimenti bibliografici sono imprecisi e non sono riuscito a ritrovare alcune fonti), e non limitarsi a suggestioni e a una narrazione confusa e superficiale. Detto questo, il libro è scorrevole e ha il merito di farci conoscere una grave situazione ignorata da molti. Ma per una vera comprensione cercherò altri testi.

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    Francesco

    10/03/2009 09:47:37

    Un libro che racconta in modo nudo e crudo ciò che avviene in Birmania (o Myanmar che dir si voglia...)attraverso diverse esperienze di vari protagonisti birmani, costretti alla fuga da tutto ciò che hanno. Racconti che smuovono coscienza e pensieri e ci fa rendere conto di come, effettivamente, non si stia facendo nulla per questo dramma umanitario.

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    Raffaele Vairo

    29/07/2007 11:15:58

    Con stile giornalistico Cecilia Brighi ci apre le porte della "gabbia birmana" per partecipare emotivamente alla lotta quotidiana che il popolo birmano conduce da quarantacinque anni contro la spietata giunta militare che detiene incontrastata il potere. Alla fine della lettura non si può rimanere indifferenti, si rielabora tutta la materia letta e si riflette; si riflette tanto, non fosse altro per tentare di alleviare il senso di disagio che si prova lungo tutta la lettura delle testimonianze riportate. E allora viene spontaneo chiedersi: cosa si può fare per fermare la dittatura militare e riguadagnare il paese alla democrazia? E' possibile che interessi politici ed economici valgano più di un intero popolo? Aung San Suu Kyi resiste, ma per quanto ancora? Le sue sembrano essere urla nel silenzio, anzi, urla all' indifferenza del mondo. Non ci si rende ancora conto che applicare risoluzioni internazionali o sanzioni economiche alla Birmania significa rendere il suo popolo ancora più povero di quanto già non sia, dal momento che la giunta sembra essere refrattaria a qualunque terapia d' urto. Che fare? Da che parte cominicare? Come partecipare alla "Causa birmana"?

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