Pazzi di Artaud

Sylvère Lotringer

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Curatore: G. Prucca
Editore: Medusa Edizioni
Collana: Le porpore
Anno edizione: 2006
In commercio dal: 31 ottobre 2006
Pagine: 222 p., Brossura
  • EAN: 9788876980527
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Gaia la libraia

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Un libro sfrontato, rigoroso ma divertente. Poeta indefinibile, scrittore anarchico, viaggiatore irrequieto, Artaud (autore di scritti che, anche in Italia, hanno fatto scuola) venne recluso per nove anni, dal 1937 al 1946, in manicomio. Sottoposto a decine di elettroshock, usato come cavia, monitorato nei suoi comportamenti quasi fosse una bestia rara, e infine rilasciato su pressante richiesta di Picasso e Mirò, Artaud ci ha lasciato alcune tra le più sconcertanti e lucide invettive contro la medicina e la psichiatria moderne. Per contribuire a fare un po' di chiarezza su questa vicenda - vicenda spesso mitizzata, ma ancor più di frequente mal compresa - Sylvère Lotringer, professore alla Columbia University con la passione per le interviste e le ricerche sul campo, si rimette sulle tracce dello scrittore marsigliese, incontrando e intervistando, nel corso di un lavoro durato molti anni, gli psichiatri che si occuparono e, a modo loro, operarono sul "caso Artaud". Il risultato è sorprendente: dati, documenti, racconti farseschi e aneddoti inverosimili si fondono in una scrittura leggera e accattivante, ma al tempo stesso impietosa anche contro i numerosi adepti che, al pari degli psichiatri, vedevano in Artaud un caso esemplare da ammirare, curare forse, ma soprattutto da "venerare" e sfruttare: "Erano tutti matti", si legge nel finale, "questi fanatici di Artaud".
"Vous verrez mon corps actuel / voler en éclats / et se ramasser / sous dix mille aspects / notoires / un corps neuf / où vous ne pourrez / plus jamais / m'oublier". L'avverarsi di questa cosmica proiezione di se stesso da parte di Antonin Artaud non è, naturalmente, verificabile. Se deflagrazione c'è stata, è avvenuta nelle esperienze più intime e coscienziali dei suoi studiosi, dei suoi cultori, dei suoi devoti. La ricaduta visibile del dopo Artaud, per restare in Italia, si può circoscrivere a una stagione di una decina anni, dai primi sessanta agli inizi dei settanta, quando un certo numero di compagnie sperimentali, prevalentemente romane, fecero della crudeltà artaudiana il perno della loro ricerca: e fu un fiorire di bianche e di aspre corde che tagliavano il nudo spazio scenico, ma furono anche nebulose afasie, e non mancò qualche compagnia di robusta complessione che in nome della crudeltà arrivò allo scontro fisico sulla scena. Quel sangue (poco, si trattava di escoriazioni) sui corpi degli attori e sulle assi del palcoscenico segnò la fine del vicolo nel quale la pratica teatrale artaudiana era andata a cacciarsi; di tanto in tanto qualche giovane compagnia, ancora nei nostri anni, riscopre I cenci, "non come materiale da mettere in scena", precisano i programmi di sala, "ma come fallimento": il meta-Artaud come citazione dell'avanguardia dei padri.
Questo libro di Sylvère Lotringer ci riporta al corpo di Artaud così come giunse all'ospedale psichiatrico di Rodez, nel 1943, dopo una lunga peregrinazione per manicomi che era iniziata nel 1937. Nonostante i cinquanta elettroshock ai quali fu sottoposto, Artaud, ci avverte Lotringer, fu fortunato, perché alcuni degli ospedali precedenti "erano vere e proprie fabbriche di morte. I pazienti, ridotti alla fame, cadevano stecchiti come mosche".
Insegnante di Letteratura francese alla Columbia University e grande specialista artaudiano, Lotringer si trova nella posizione ideale per entrare nella stanza chiusa del dolore e della follia e ricostruire i rapporti fra Artaud e i suoi medici. Se ogni incontro fra paziente e terapeuta sollecita (o dovrebbe sollecitare) un feedback che trascende la pura e semplice cura di un corpo malato, la presenza di Artaud nell'ospedale di Rodez suscitò fra i medici una serie di psicodrammi individuali che sembrano generati e gestiti da un drammaturgo capace di una "scrittura dell'esistenza" non meno che di una scrittura scenica.
La felice intuizione di Lotringer è raccontare la follia artaudiana mettendola in scena (al centro del palcoscenico, naturalmente) e muovendo con drammaturgica sapienza i medici dell'ospedale di Rodez che lo ebbero in cura. È infatti sul campo, nel contatto con gli psichiatri, che il professor Lotringer rivela il suo talento scenico trasformando le interviste, da neutri strumenti di ricerca, in dialoghi che non sarebbero dispiaciuti al Céline (non a caso evocato, con la sua petite musique) degli Entretiens avec le professeur Y, come dimostra anche un breve frammento dell'incontro con il dottor Latrémolière, al quale Artaud, da ricoverato, aveva donato un disegno.
Latrémolière: "Lei è americano, si vede". Latringer: "No, sono francese". Latrémolière: "Allora è stato contagiato". Lotringer: "Io non ho un Artaud in banca". Latrémolière: "Neanch'io, s'immagini. Se si trova in banca, è solo perché sono venuti a vederlo. E in quell'occasione mi hanno preso in giro". Lotringer: "Se venissero a far visita a sua moglie, poi lei la metterebbe in banca?".
Il dottor Latrémolière fu uno dei medici più vicini ad Artaud. Fervente cattolico, condivise l'esaltazione religiosa dell'illustre paziente – preceduto a Rodez dalla sua sulfurea fama di poeta, attore e regista – che scrisse di lui come di un "vero grande cristiano". Una strana coppia, ci fa notare Lotringer: Artaud, convinto che l'orgasmo e le budella fossero gli strumenti biologici di Satana, intravedeva la salvezza nell'astinenza sessuale – anche matrimoniale – e di conseguenza accusava il suo medico, in quanto prossimo alla paternità, di essere un erotomane. Dal canto suo, Latrémolière doveva ammettere: "Le nostre opinioni differiscono su qualche punto". "Strana conclusione da parte di uno psichiatra", chiosa Lotringer, "Si aspettava davvero di avere su tutto esattamente lo stesso punto di vista del suo paziente delirante?".
Se Latrémolière è il personaggio più sorprendente di quella che potremmo chiamare "la rappresentazione di Rodez", bisogna ricordare almeno un altro medico che, nell'impaginazione di Lotringer, rappresenta il suo contrario, il dottor Ferdière, ateo e razionalista, poeta e amico di Marcel Duchamp. Fu lui che accolse l'illustre paziente a Rodez per l'interessamento di Robert Desnos, ma la comune esperienza della stagione surrealista aveva lasciato strascichi, se Ferdière, molti anni dopo, quando Lotringer gli chiede se aveva conosciuto Artaud a Parigi, risponde: "Era sempre in mezzo al pubblico anche se non vi recitava nessuna parte. Quando mi dicevano: 'Guardi, laggiù c'è Artaud', io rispondevo: 'Preferisco passare dall'altra parte'".
  Alberto Gozzi
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