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Israel J. Singer

Traduttore: A. L. Callow
Editore: Adelphi
Anno edizione: 2015
Pagine: 239 p.
  • EAN: 9788845929724

Recensioni dei clienti

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    Donatella

    06/01/2016 10.53.00

    Libro stupendo.Per me che adoro Israel Singer, conoscere la sua vita di infanzia, l'ambiente da cui ha tratto ispirazione per i suoi romanzi e'stato fantastico! La vita dello shtelt,le usanze, i costumi di un mondo che non c'e'piu', ti rimangono dentro come i personaggi, fantastici e, come dice la prefazione, ti sembra di dover scrollarti la polvere. Ho ritrovato personaggi che poi entreranno a far parte dei suoi romanzi: Yoshe Kalb, lo scriba Moshe (che si immerge nel bagno rituale ogni volta che deve scrivere il nome Dio) e tanti altri personaggi incredibili. Belle le descrizioni della madre, padre, nonni materni.Storie fantastiche di un mondo povero ma pieno di valori e ricco di ispirazione! Alcuni passaggi sono davvero memorabili e molto divertenti. Avrei voluto non finisse mai. La scrittura e'come sempre sublime. Un gioiello che, chi ama questo grande scrittore, non puo'non leggere.

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    Il libraio di Treviso

    23/11/2015 18.18.41

    Viaggio nella storia e nella memoria di uno scrittore: Singer ci conduce per mano in un villaggio polacco immerso nei valori della tradizione ebraica seguendo il filo rosso dei suoi ricordi d'infanzia.

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    Alberto

    30/07/2015 12.38.44

    Questo è forse uno di quei libri che gli autori scrivono per se stessi più che per gli altri e lo fanno per rivivere sensazioni, ambienti, odori, sapori di un tempo che non c'è più. Poi, quando il libro viene pubblicato, questi ricordi vengono condivisi con il lettore e se la scrittura è efficace (ed in questo caso è efficacissima), si accede ad un mondo altro e si ha davvero la sensazione di averne fatto parte per un po'. Terminato il libro i ricordi innestati velocemente sbiadiscono e al lettore sarà poi difficile ricordare le circostanze e i personaggi descritti nei brevi capitoli. Ma quando questi sentirà ancora parlare di Galizia, di Bilgoraj o dello shtetl di una sperduta comunità ebraica, sicuramente penserà d'istinto: "anch'io una volta ho vissuto lì".

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    AdrianaT.

    21/07/2015 03.47.27

    Shiye per i rigidi protocolli educativi in quanto figlio di rabbino, non c'era proprio tagliato. Era attratto da tutt'altro; dalla vita al di fuori e al di là dello studio forsennato al quale si dovevano attenere i rampolli della sua levatura: "Shiye, dovresti vergognarti! - mi sgridava. Un ragazzino che studia il Talmud..." - questo il rimprovero alla sua curiosità per le persone, alle sue esplorazioni nel mondo, alla sua esuberanza. Era un mondo fatto così, rigidamente diviso nel regno maschile - quello del potere - e in quello femminile al servizio incondizionato del primo, dai quali la progenie veniva allevata e indottrinata per la prosecuzione della cultura e delle tradizioni. Ma lui era diverso, lo studio del Talmud e della Torah lo annoiavo. La sua affascinazione, la sua meraviglia per il mondo esterno, per tutto ciò che non fosse 'ortodosso', era una calamita potente che lo attraeva in misura crescente e certamente 'sconveniente' in quel contesto. Speravo che il romanzo si sviluppasse di più attorno alla figura 'anomala' di Shinya, (visto anche il titolo), ma il tutto, invece, si è risolto in una carrellata di personaggi, storie, usi, costumi e superstizioni, un po' noiosa, in realtà. Dopo averne letti due di I.J. Singer, questo non era proprio indispensabile.

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    stefano

    04/05/2015 09.00.24

    Il lettore segue le vicende personali dell'autore con partecipazione emotiva ed affetto. Le atmosfere e gli ambienti sono descritti con precisione ed i personaggi risultano credibili. Per chi ha letto le opere principali di questo straordinario scrittore, potrà ritrovare nelle sue pagine una parte di sé. Il rapporto conflittuale con i genitori, i parenti, le prime amicizie, le prime baruffe e cotte, la società che inizia a cambiare rotta, la morte, le delusioni. L'invadenza massiccia della religione nella vita di tutti i giorni, con la quale comincia a confrontarsi e a fare i conti. Un libro sorprendentemente delicato e struggente.

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    Maurizio Sonnino

    07/04/2015 10.30.39

    Adelphi sta compiendo la più meritevole delle operazioni editoriali: la prima pubblicazione in italiano dei capolavori di Israel J. Singer. Ha iniziato con "La famiglia Karnowski", tradotto magnificamente dallo Jiddish (non dall'inglese!) da Anna Linda Callow. Ora - a un anno di distanza dalla ristampa del superbo Yoshe Kalb (uno dei pochi testi già noti al pubblico italiano, insieme a "I fratelli Ashkenazi) -, escono queste meravigliose pagine autobiografiche dell'autore. Il mondo dello Shtetl, esemplificato attraverso il piccolo villaggio di Leoncin ove il padre di Singer svolge gli uffici di Rabbino, appare vivo come non mai. Ogni pennellata è magistrale: ebrei pii ed empi, maestri del cheder assurdi e strampalati, ufficiali russi e polacchi grotteschi, miserabili pronti a lanciare contro la comunità ebraica le più infame delle accuse (quella di omicidio rituale) - il tutto visto dallo sguardo magnetico di un fanciullo dalle pulsioni segrete che anela alla libertà (è lui la pecora nera del titolo). Un mondo che è distante e che, pure, riaffiora nella memoria dell'autore prima, nostra poi, come un dato del passato non esorcizzabile, una realtà con cui fare e tornare a fare ripetutamente i conti. Nel raccomandare questo libro a chiunque ami l'universo dei due fratelli Singer (ma anche la sorella fu autrice feconda!), non posso che elogiare - come già per "I fratelli Karnowski" - la meravigliosa traduzione di Anna Linda Callow, per muoverle un solo appunto: perché il nuovo titolo "La pecora nera" anziché quello originale di gran lunga migliore "Fun a Velt vos iz nishto mer", "Di un mondo che non esiste più"?

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