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Curatore: P. Caleffi, A. Steiner
Editore: Feltrinelli
Edizione: 2
Anno edizione: 2012
Formato: Tascabile
Pagine: 175 p. , ill. , Brossura
  • EAN: 9788807723278
Nel giugno del 1960 la casa editrice Feltrinelli pubblicava nella sua "Universale Economica" un libro fotografico sui campi di sterminio a cura di due militanti della Resistenza, Piero Caleffi e Albe Steiner, che recava sulla copertina la celebre immagine dell'inerme bimbo ebreo del ghetto di Varsavia con le braccia alzate dinanzi alla canna minacciosa delle micidiali pistole mitragliatrici degli uomini delle SS con il titolo ammonitore Pensaci, uomo!. Nulla sappiamo delle genesi del libro, che viene ora opportunamente ristampato sotto gli auspici dell'Archivio Steiner, depositato (più precisamente donato) presso il Politecnico di Milano, ma non è forse fuori luogo pensare che esso sia stato originato nel clima di attesa suscitato dall'arresto di Heichmann, che nel maggio di quello stesso anno era stato individuato in Argentina e rapito da agenti israeliani nella prospettiva del processo che sarebbe stato celebrato a Gerusalemme nel 1962. Due parole sui curatori. Piero Caleffi, militante del Partito d'Azione, operò nella Resistenza collaborando con Mino Steiner, fratello di Albe; finirono entrambi a Mathausen da dove Mino non fece ritorno. Caleffi sopravvisse al lager e nel 1954 consegnò alla memorialistica della deportazione uno dei suoi libri più famosi, Si fa presto a dire fame (uscito nelle Edizioni Avanti! con la prefazione di Ferruccio Parri), che ha tra i suoi protagonisti Mino Steiner. Nel 1977, in occasione della grande mostra in memoria di Albe, Caleffi, come tanti reduci dai lager, associando al ricordo del grande grafico quello di Mino tornò a esprimere "il rimorso di essere tornati". Piero Caleffi, dopo essere stato anche sottosegretario alla Pubblica Istruzione per conto del partito socialista nel primo governo di centrosinistra, morì nel 1978. Albe Steiner, il grafico per eccellenza della sinistra italiana dopo la liberazione, ha impresso il suo gusto maturato dall'esperienza stilistica di quanto di meglio aveva prodotto nel Novecento la grafica internazionale, dalla Rivoluzione d'ottobre al Bauhaus, a un'infinità di iniziative editoriali e pubblicistiche, con genialità inventiva e una libertà interpretativa che da sole attestano la sua costante ricerca della fusione di soluzioni formali e messaggi politico-sociali. Chiunque di noi ha lavorato nel campo della pubblicistica ha imparato dalla sua genialità creativa. Personalmente gli chiesi di disegnare i frontespizi della "Rivista storica del socialismo" e di "Italia contemporanea" ed ebbi modo di vederlo all'opera, con l'intelligenza critica e anche l'ironia della quale era capace, nell'ordinamento dei materiali per il museo della Deportazione di Carpi, dai quali voleva che fosse abbandonata ogni idea di reliquia. E, infine, non si può dimenticare la sua arte nella costruzione del manifesto politico: nella storia della comunicazione grafica Albe Steiner resta tuttora un maestro. Sarebbe il caso di farlo conoscere alle generazioni più giovani; se non erro, dopo la sua morte, nel 1974, al di là della grande mostra del 1977 non vi sono state occasioni di rilievo a ricordo della sua opera. Il libro si compone di due diverse parti, il testo scritto da Caleffi e la parte fotografica curata da Steiner, unificate dallo stesso intento comunicativo, dedicato già allora "agli indifferenti, agli increduli, agli apolitici". Una quindicina di anni dopo Caleffi ricordava quel comune lavoro "ormai introvabile". Bene ha fatto dunque l'Archivio intitolato ad Albe e Lica Steiner a riproporne la riedizione nella stessa collana di larga divulgazione, sebbene non si tratti di un testo per nulla accattivante, in cui l'esperienza del lager di Caleffi e la sapienza grafica di Steiner si fondono per documentare e comunicare la violenza e gli orrori con i quali il fascismo e il nazismo hanno messo a ferro e fuoco l'Europa. Ma il messaggio non riguarda solo l'Europa, è universale. Come scrive Anna Steiner nella presentazione di questa ristampa, "il bimbo del ghetto è un simbolo di tutti i deboli". Quel bimbo è la sintesi del ragionamento che percorre tutto il libro per sollecitare l'attenzione dei troppi distratti che non vogliono ricordare e non vogliono soffermarsi sugli orrori che devastano il mondo e che prima dei corpi devastano per l'appunto la mente. Perché lo scopo di questa documentazione per immagine, spesso attraverso immagini forti che sarebbe bello non fossero mai state scattate, non è quella di intimorire e allontanare il lettore ma, proprio al contrario, quella di indurlo a riflettere e a ragionare oltre l'immagine. Da questo punto di vista testo e immagine si completano a vicenda, tanto che sarebbe difficile ipotizzare che cosa sarebbe l'uno senza l'altra e viceversa, seppure appare evidente la potenza visiva della seconda. Il centro di gravità del libro è rappresentato dalle immagini dell'universo concentrazionario, sintesi e concentrato della volontà di annientamento del nazismo, senza dimenticare le radici del fascismo, della furia razzista e imperialista che avrebbe travolto l'Europa né la collaborazione del fascismo di Salò alla fase ultima di mera distruzione, a guerra ormai perduta, del Terzo Reich. Chi, come noi, ha visto molte di quelle foto nei mesi posteriori alla liberazione rivive il senso dello scampato pericolo, ma oggi esse sono indirizzate a destinatari diversi, alle generazioni che per fortuna loro quei tempi non hanno vissuto. Di qui l'attualità, una doppia attualità, di questa ristampa. La prima ragione risiede nel fatto che dal 1945 a oggi i motivi per riflettere su un mondo di stragi, di eccidi, di violenze non sono scomparsi, non c'è stata un'altra guerra mondiale, ma i conflitti continuano ad accompagnarci con una continuità quasi quotidiana. La seconda ragione di attualità si ricollega alla discussione in atto legata al ricambio generazionale e alla scomparsa fisiologica dei testimoni della Shoah. A più di settant'anni dalla scomparsa di Walter Benjamin, nessuno più giurerà sulla verità e sull'oggettività assoluta della fotografia, ma forse una documentazione per immagini come questa può contribuire meglio di altri strumenti a rinnovare una memoria che d'ora in avanti dovrà trasmettersi in forme sempre più indirette.
Enzo Collotti

Recensioni dei clienti

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    monica

    14/03/2012 12.29.47

    Un'immagine puo' dire molto di piu' di mille parole ed e' vero, queste immagini sono racapriccianti, sono fotografie scattate sia dai nazisti come trofeo sia dagli Alleati quando liberarono i Lager di sterminio sia dai deportati che fecero degli scatti per documentare gli omicidi. Immagini che hanno catturato sofferenza e morte, crudelta' brutalita' ignoranza barbarie inumanita'. Cumuli di cadaveri ovunque, cenere degli assassinati e beni personali ovunque, fosse comuni colme di salme, uomini nudi scheletrici spaventati e completamente inermi. E poi i criminali dapprima con la loro aberrante fierezza nella loro crudelta' e poi la paura da puri e semplici uomini e donne vili nei loro occhi dopo la cattura per i crimini da loro commessi. Immagini da non dimenticare mai.

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