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Il perturbante dell'architettura. Saggi sul disagio nell'età contemporanea
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Il perturbante dell'architettura. Saggi sul disagio nell'età contemporanea - Anthony Vidler - copertina
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Il perturbante dell'architettura. Saggi sul disagio nell'età contemporanea Anthony Vidler
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Descrizione


Lo straniamento all'interno delle pareti domestiche ha una lunga storia. Sensazioni di sottile o di opprimente inquietudine direttamente innestate nel cuore della normalità quotidiana hanno accompagnato l'esperienza umana da sempre. Scrittori come E.T.A. Hoffmann e Poe ne hanno fatto il tema di straordinari romanzi e racconti. Freud ne ha trattato dal punto di vista psicoanalitico. Anthony Vidler, in questo libro pubblicato nel 1992 e divenuto da allora un imprescindibile punto di riferimento per il dibattito critico e teorico, analizza gli effetti dell'azione del perturbante sull'architettura a partire dalla fine del Settecento, epoca in cui l'angoscia e lo spaesamento moderni hanno incominciato a divenire operanti.
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Dettagli

2006
14 marzo 2006
XIII-255 p., ill. , Brossura
9788806172565

Voce della critica

La sensazione perturbante dello straniamento e dell'ansia all'interno delle pareti domestiche e nello spazio urbano ha una storia che inizia, contemporaneamente al concetto di paesaggio, alla fine del XVIII secolo e si consolida nel successivo. Nella letteratura, il tema dell'inquietudine e dell'oscuro nella vita quotidiana comincia a essere esplorato da scrittori come Hoffmann e Poe. Freud e Lacan, dopo di loro, ne hanno trattato dal punto di vista psicoanalitico. Ed è la nozione freudiana di perturbante a essere al centro della raccolta di saggi scritti tra il 1982 e il 1992 da Anthony Vidler.
In questi testi, che spaziano fra letteratura, architettura e urbanistica, il perturbante è fatto risalire a un'insicurezza di fondo: quella di una classe di recente formazione, la borghesia, che "ancora non si sentiva al sicuro a casa propria" (John Fowles in La donna del tenente francese parla della borghesia come dell'unica classe sociale consapevole della propria inadeguatezza, ma proprio per questo feconda). Il perturbante è l'archetipo delle paure borghesi, a metà tra la ricerca della sicurezza materiale e il piacere del terrore. Per Benjamin, questa sensazione fu esito della formazione delle metropoli, dell'apparizione delle folle brulicanti e delle inedite proporzioni assunte dagli spazi urbani. Un senso di straniamento rafforzato dalla raggiunta consapevolezza della natura transitoria di ogni certezza ottocentesca: storia e natura "che mostravano l'impossibilità di vivere confortevolmente nel mondo".
Se nel Settecento il perturbante si riferiva allo spazio interno domestico, alla fine dell'Ottocento il suo territorio era ancora un interno: quello della mente, con i sintomi della paura spaziale e temporale. In entrambi i casi il perturbante emergeva, secondo Freud, dalla trasformazione di qualcosa di familiare in qualcosa di diverso, qualcosa di rimosso che riaffiora. In questo "meccanismo", sostiene de Certeau in Storia e psicoanalisi, "se il passato (che ha avuto luogo e preso forma a partire da un momento decisivo nel corso di una crisi) viene rimosso, esso ritorna – ma in forma surrettizia – all'interno del presente da cui è stato escluso. (…) In termini più generali, ogni ordine autonomo si costituisce in virtù di ciò che elimina producendo un 'residuo' condannato all'oblio. Ma ciò che viene escluso si insinua nuovamente all'interno di questo luogo 'puro', ne prende di nuovo possesso, lo turba, rende illusoria la consapevolezza del presente di essere a 'casa propria', si nasconde nella dimora". Il perturbante, come il sublime, è perciò un concetto non definibile razionalmente, che denota non un'entità ma una qualità, espressione di un sentimento soggettivo, di una frattura, una divisione o un raddoppio della soggettività.
I temi del residuo, del territorio oscuro, discussi in forme diverse anche da Gilles Clément e da Rem Koolhaas, sono utilizzati da Vidler come strumento di esplorazione di più fenomeni artistici e sociali contemporaneamente, istituendo nessi tra campi disciplinari diversi e moltiplicando i riferimenti.
I saggi sono ordinati in tre piani: case, corpi e spazi. Il primo contiene un'analisi del perturbante dalla sua comparsa nel primo Ottocento, con le "case stregate" dei romantici, gli scavi archeologici che hanno mostrato "il lato oscuro" del classicismo e le relative incursioni della filosofia e della psicologia nel sublime e nell'inconscio. La seconda e terza parte estendono questo tema alla produzione architettonica degli anni ottanta e novanta. Leggendo i progetti urbani di architetti come Coop Himmelblau, James Stirling, Bernard Tschumi, Peter Eisenmann, Diller e Scofidio, Rem Koolhaas, Vidler stabilisce un legame tra la produzione di questa generazione e quella di architetti del tardo Illuminismo come Boullée, per l'uso consapevole nelle loro opere dell'antinomia tra chiaro (razionale, democratico) e scuro (irrazionale, non trasparente), che ha prodotto configurazioni di spazi volontariamente perturbanti.
In opposizione al paradigma del controllo totale avanzato da Jeremy Bentham e recuperato sottoforma di "spazio igienico" dai modernisti, questi architetti hanno svelato l'impossibilità dell'ambizione di trasparenza (che mostra l'interno razionale dell'edificio come della società) e utilizzato con ironia gli stessi strumenti del razionalismo (la trasparenza degli edifici, la griglia della pianificazione) per svelare l'irrazionalità delle viscere o l'incongruenza della matrice. Il risultato è la dissoluzione del mito del "potere per mezzo della trasparenza" e quindi dell'umanesimo liberale, della coscienza sociale, dell'ordine della memoria condivisa e della fiducia nella sfera e nell'azione pubblica, propri della produzione urbanistica razionalista; si ottiene invece di procedere verso una forma di post-urbanesimo, articolato su spazi frammentati, meno democratico ma non acquietante (come era, ad esempio, nel mecenatismo politico della Parigi di Chirac), e quindi potenzialmente più inclusivo verso i molti soggetti a lungo considerati "indesiderabili".
  Antonio di Campli

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