Piccole grandi bugie

Liane Moriarty

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Traduttore: Enrica Budetta
Editore: Mondadori
Collana: Omnibus
Anno edizione: 2017
In commercio dal: 28 febbraio 2017
Pagine: 428 p., Rilegato
  • EAN: 9788804659518
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Liane Moriarty

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Gaia la libraia

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Una cittadina di provincia come tante, fatta di villette, giardini con i giochi e piscine gonfiabili, famiglie sorridenti, madri che chiacchierano all'uscita della scuola.
Un luogo in cui è spontaneo conversare con i vicini e trovarsi per una grigliata dietro casa nei pomeriggi estivi. È facile per Madeline, Celeste e Jane diventare amiche. Anche se non potrebbero essere più diverse, e non possono dire di conoscersi davvero. Madeline è divertente e caustica, si ricorda tutto e non perdona nessuno. Il suo ex marito si è appena trasferito con la giovane moglie e la figlioletta nelle vicinanze e, quel che è peggio, la sua primogenita adolescente è già totalmente conquistata dalla nuova matrigna. Com'è possibile? si tormenta Madeline. Celeste è quel genere di bellezza che tutti si voltano a guardare quando cammina per la strada, ha due gemelli e un marito adorabile e bello quanto lei, sono ammirati da tutti, specialmente dai genitori della scuola dei figli. Tanta fortuna non potrebbe avere un prezzo? E quanto sarebbe disposta a pagare? si domanda Celeste. E poi c'è Jane, che si è appena trasferita in città. Una mamma single provata da un passato di tristezze, piena di dubbi e segreti che riguardano suo figlio. Madeline e Celeste prendono subito Jane sotto la propria ala protettrice, senza capire quanto il suo arrivo, e quello del suo imperscrutabile bambino, stia per cambiare per sempre le loro vite. Senza rendersi conto che a volte sono le bugie più piccole, quelle che raccontiamo a noi stessi per sopravvivere, che possono rivelarsi le più pericolose...
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    Laura

    26/06/2019 09:36:04

    Una piccola comunità, una scuola pubblica modello, composta da tante famiglie esemplari, che nasconde un nido di vipere, dove nessuno pensa alla propria vita, ai propri problemi, ma tutti osservano ossessivamente cosa fanno gli altri per criticarli, riprenderli, contestarli. Il romanzo si apre con una misteriosa morte, ma fino alle ultime pagine non si sa niente di più che non i commenti rilasciati alla stampa e alla polizia di chi era presente ai fatti. La narrazione torna indietro, sei mesi prima, poi quattro, e così via, seguendo le vicende di Madeleine, Celeste, Jane, Bonnie e Renata e dei loro rispettivi bambini, i loro segreti, le loro ansie e le loro paure, fino ad un finale in cui tutti i pezzi si incastrano perfettamente rivelando chi è morto e perché. Liane Moriarty che avevo già apprezzato con In cerca di Alice, indaga nelle personalità delle sue protagoniste, facendo emergere l’inquietudine, la difficoltà e a volte anche l’assoluta contraddittorietà delle nostre scelte, le giustificazioni che ci diamo per accettare comportamenti inaccettabili, la rabbia che si annida in noi come riflesso di qualcosa a cui abbiamo assistito e si è infilata sotto pelle, la difficoltà a vedere e di conseguenza aiutare chi ha bisogno di noi.

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    Carol

    01/02/2018 17:36:29

    Un buon romanzo di intrattenimento, in cui la storia è raccontata a ritroso suscitando nel lettore la giusta curiosità nel voler scoprire come si è arrivati all'evento drammatico finale anticipato nelle prime pagine. Non è certo alta letteratura, però si fa leggere volentieri, è scritto molto bene ed anche i personaggi sono interessanti, anche se l'autrice attribuisce loro comportamenti a volte esagerati. Improbabile anche la differenza tra buoni e cattivi che spesso emerge dalle situazioni: nella vita reale questa distinzione è molto meno netta.

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    Francesca

    28/09/2017 14:15:00

    Il libro mi ha fatto trascorrere delle piacevoli 48 ore mentre ero bloccata completamente a casa con la schiena dolorante. E' una lettura scorrevole e piacevole, leggera e appassionante. Ho amato il personaggio di Madeline. Vorrei avere anche io un'amica così.

Le prime pagine del libro

«Questa non sembra proprio una serata quiz della scuola» disse Mrs Patty Ponder a Marie Antoinette. «Sembra più una sommossa.»
La gatta non rispose. Stava sonnecchiando sul divano e considerava quelle serate quiz una faccenda assai futile.
«Non t’interessa, eh? Che mangino pasticcini! È questo che stai pensando? Di pasticcini loro ne mangiano un bel po’, non è così? Tutti quei banchetti pieni di pasticcini. Dio santo. Anche se, secondo me, nessuna delle mamme li assaggia davvero. Sono tutte così magre e slanciate, non trovi? Proprio come te.»
Marie Antoinette reagì al complimento con un sogghigno. “Che mangino pasticcini” era una battuta ormai trita e ritrita e di recente aveva sentito dire da una delle nipoti di Mrs Ponder che in realtà avrebbe dovuto essere “che mangino brioche” e anche che Maria Antonietta non l’aveva mai pronunciata veramente.
Mrs Ponder prese il telecomando della tv e abbassò il volume di Ballando con le stelle. Qualche minuto prima lo aveva alzato parecchio a causa di un forte scroscio di pioggia, ma adesso l’acquazzone si era calmato.
Sentiva la gente gridare. Urla furiose scoppiavano nella tranquilla, fresca aria notturna. Per qualche motivo quelle urla addoloravano Mrs Ponder, come se tutta la rabbia che contenevano fosse rivolta contro di lei. (Mrs Ponder era cresciuta con una madre perennemente arrabbiata.)
«Santo cielo. Credi che stiano bisticciando per la capitale del Guatemala? Tu sai qual è la capitale del Guatemala? No? Neppure io. Dovremmo cercarla su Google. Non sghignazzare.»
Marie Antoinette fiutò l’aria.
«Andiamo a vedere cosa succede» disse Mrs Ponder risoluta. Era nervosa e perciò si comportava in modo brusco con la sua gatta, proprio come faceva un tempo con le figlie, quando suo marito non era in casa e di notte si sentivano degli strani rumori.
Mrs Ponder si alzò con l’aiuto del deambulatore. Marie Antoinette fece scivolare senza sforzo il suo corpo flessuoso tra le gambe della padrona (lei non si faceva ingannare da quell’atteggiamento risoluto) mentre avanzava lungo il corridoio verso la parte posteriore della casa.
La sua stanza del ricamo dava proprio sul cortile della Scuola pubblica di Pirriwee.
«Mamma, ma sei impazzita? Non puoi vivere così vicino a una scuola elementare!» le aveva detto sua figlia, quando aveva saputo che aveva in mente di acquistare quella casa.
Ma lei amava ascoltare il vocio vivace dei bambini a intervalli regolari nel corso della giornata e non guidava più, perciò non le importava neanche un po’ che la strada fosse affollata da quelle macchine gigantesche che al giorno d’oggi hanno tutti, grosse come camion, guidate da donne dagli enormi occhiali da sole che si allungavano sul volante per strillare informazioni urgentissime sul corso di danza di Harriette o la sessione di logopedia di Charlie.
Oggigiorno le mamme prendevano così sul serio la maternità. Le loro faccette esagitate. I loro sederini affaccendati che incedevano verso la scuola fasciati in pantaloni aderenti da palestra. Code di cavallo che oscillavano. Occhi fissi sui cellulari stretti nel palmo della mano come bussole. Era uno spettacolo che faceva scoppiare a ridere Mrs Ponder. Ma in modo affettuoso. Le sue tre figlie erano esattamente così. Ed erano tutte tanto carine.
«Come va stamattina?» gridava sempre alle mamme che passavano di lì quando era in veranda con una tazza di tè in mano o stava innaffiando il giardino davanti casa.
«Occupatissima, Mrs Ponder! Indaffarata!» urlavano in risposta ogni volta, camminando a passo svelto, trascinando i loro figli per il braccio. Erano cordiali, amichevoli e appena un pochino condiscendenti, perché non riuscivano a evitarlo. Lei era così vecchia! E loro erano così impegnate!
I padri, e oggigiorno erano sempre più numerosi quelli che andavano a portare e a prendere i bambini a scuola, erano diversi. Correvano raramente e passavano lì davanti con studiata nonchalance. Niente drammi. Tutto sotto controllo. Era quello il messaggio. Mrs Ponder rideva affettuosamente anche di loro.
Adesso, però, sembrava che i genitori della Scuola pubblica di Pirriwee si stessero comportando proprio male. Andò alla finestra e spostò la tenda di pizzo. Dopo che poco tempo prima una palla da cricket aveva rotto il vetro e quasi fatto fuori Marie Antoinette, la scuola aveva pagato l’installazione di inferriate. (Un gruppo di bambini di terza le aveva dato un bigliettino di scuse dipinto a mano che lei aveva attaccato al frigorifero.)
Dall’altro lato del cortile c’era un edificio di arenaria a due piani con una sala per eventi al piano superiore e un grande terrazzo che dava sul mare. Mrs Ponder ci era stata in qualche occasione: la conferenza di uno storico della zona, un pranzo organizzato dagli Amici della Biblioteca. Era una sala bellissima. A volte capitava che qualche ex alunno ci organizzasse il proprio ricevimento di nozze. Era lì che si svolgeva la serata quiz. Stavano raccogliendo fondi per le lavagne interattive, qualunque cosa fossero. Mrs Ponder era stata invitata d’ufficio. La sua vicinanza alla scuola le conferiva una specie di strano status onorario, anche se nessuna delle sue figlie o nipoti l’aveva mai frequentata. Aveva risposto: «no grazie». Pensava che gli eventi scolastici, per chi non aveva figli o nipoti iscritti a scuola, non avessero alcun senso.
I bambini si riunivano in quella sala una volta alla settimana. Tutti i venerdì mattina Mrs Ponder si accomodava nella sua stanza del ricamo con una tazza di tè English Breakfast e un biscotto allo zenzero. Il suono dei loro canti la raggiungeva dal piano più alto dell’edificio e la faceva sempre piangere. Non credeva mai in Dio, tranne quando ascoltava i bambini cantare.
Ma in quel momento nessun bambino cantava.
Mrs Ponder stava sentendo solo un bel po’ di parolacce. Non era particolarmente fissata da quel punto di vista (la figlia maggiore imprecava come uno scaricatore di porto), ma era sconvolgente e sconcertante sentire qualcuno urlare all’impazzata una parolaccia, in particolare in un posto che normalmente traboccava di grida e risate infantili.
«Siete tutti ubriachi?» esclamò.
La sua finestra schizzata di pioggia era allo stesso livello delle porte dell’edificio e improvvisamente la gente iniziò a riversarsi all’esterno. Le luci di sicurezza illuminavano la zona lastricata intorno all’ingresso della scuola come un palco pronto per una rappresentazione. I banchi di nebbia amplificavano l’effetto.
Era uno spettacolo strano.
I genitori della Scuola pubblica di Pirriwee avevano una passione incomprensibile per le feste in maschera. Non bastava che dovessero partecipare a una normale serata quiz. Sapeva dall’invito che qualche genio aveva deciso che fosse a tema “Audrey ed Elvis”, il che significava che le donne dovevano vestirsi tutte da Audrey Hepburn e gli uomini da Elvis Presley. (Quello era un altro dei motivi per cui Mrs Ponder aveva declinato l’invito. Aveva sempre detestato le feste in maschera.) A quanto pareva la versione più gettonata di Audrey Hepburn era il look da Colazione da Tiffany. Tutte le donne indossavano tubini neri lunghi, guanti bianchi e girocollo di perle. Dal canto loro gli uomini avevano scelto perlopiù di rendere omaggio all’Elvis degli ultimi anni. Sfoggiavano tute bianche lucide, gemme scintillanti e scollature profonde. Le donne erano splendide. I poveri uomini assolutamente ridicoli.
Sotto lo sguardo di Mrs Ponder, un Elvis ne colpì un altro con un pugno alla mascella. Quest’ultimo barcollò all’indietro e finì addosso a una Audrey. Due Elvis lo afferrarono per le braccia e lo trascinarono via. Una Audrey si coprì la faccia con le mani e si voltò, come se non riuscisse a sopportare quello spettacolo. Qualcuno gridò: «Smettetela!».
Appunto. Cosa penserebbero i vostri bellissimi bambini?
«Devo chiamare la polizia?» si chiese Mrs Ponder ad alta voce, ma poi sentì il gemito di una sirena in lontananza, nel preciso istante in cui una donna in terrazza si metteva a gridare.

  • Liane Moriarty Cover

    è autrice australiana di numerosi bestseller. Nel 2017 Mondadori pubblica Piccole grandi bugie da cui HBO ha tratto la serie televisiva Big Little Lies e nel 2019 pubblica Nove perfetti sconosciuti. Approfondisci
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