Traduttore: M. C. Secci
Editore: gran via
Anno edizione: 2013
In commercio dal: 27 novembre 2013
Pagine: 237 p., Brossura
  • EAN: 9788895492285
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Descrizione
"C’è stato un tempo in cui le spiagge erano un luogo di riposo. Nell’era del turismo estremo e dei cambiamenti climatici i viaggiatori hanno però bisogno di altre emozioni. A Kukulcan, in Messico, si innalzano ormai hotel fantasma, costruzioni fatiscenti, infestate da piante e topi, battute da una pioggia pressoché incessante. In questa atmosfera di devastazione e agonia, Mario Müller inventa un’ultima, visionaria possibilità di guadagno, il piacere della paura, e nell’hotel che dirige, La Piramide, offre ai propri ospiti pericoli controllati, per trasformare le loro ansie in realtà collaudata: simulazioni di sequestri, ragni velenosi, finte guerriglie. Ma, come sempre accade, non tutto va per il verso giusto e un giorno qualcuno muore. Juan Villoro riesce a dare corpo a una realtà distopica grazie a questo singolare thriller tropicale che è anche una storia di amicizia, colpa e redenzione, capace di raccontare con corrosive descrizioni il lato più complesso e contraddittorio dell’animo umano. "

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  Juan Villoro (Città del Messico, 1956) spicca nel panorama ispanoamericano per il suo esemplare lavoro di giornalista culturale e saggista. In italiano sono usciti il viaggio in Yucatán Palme della brezza rapida (Robin, 2000), i racconti I colpevoli (Cuec, 2009), la storia per ragazzi Il libro selvaggio (Salani, 2010) e la novella Chiamate da Amsterdam (Ponte alle Grazie, 2013), dolente ballata sul fallimento dei sentimenti e la loro cocciutaggine. Nel romanzo La piramide, siamo a Kukulcán, polo turistico caraibico ricalcato su Cancún e in pieno declino. La barriera corallina è minacciata dall'inquinamento, piove troppo, il vento trascina via la sabbia, i mastodontici hotel sono infestati da erbacce e topi, la malavita imperversa. Qui Mario Müller, cinquantenne ex leader della banda rock Los Extraditables, ha escogitato La Piramide, un resort dove si offre l'afrodisiaco del pericolo, "un tropico con adrenalina, ragni velenosi, escursioni che creano l'illusione di una miracolosa sopravvivenza e il bisogno di festeggiare in maniera dirompente". Occorre "una Sodoma con piña colada, una Disneyland con herpes, un Vietnam con room service", perché il Messico "somiglia troppo a se stesso. Offre passato, passato e passato. Chitarre, tramonti e piramidi. I nuovi turisti vogliono qualcosa che non abbiano visto gli altri turisti". E la crisi favorisce il progetto: nel mondo si pubblicano "notizie orrende sul Messico: corpi mutilati, volti sfigurati dall'acido, teste mozzate, una donna nuda appesa a un palo, pile di cadaveri. Tutto ciò provoca panico. E questo, per assurdo, è ciò che vuole provare certa gente che vive in posti tranquilli". E allora via con l'eccitazione dell'essere braccati, con il batticuore dei finti rapimenti e dei finti guerriglieri, che copiano lo stile del Subcomandante Marcos. Mario recupera dalla marginalità il suo migliore amico, il bassista metallaro Tony Góngora, tossicomane emulo di Jaco Pastorius. Ne fa il suo uomo di fiducia nell'hotel della "paranoia ricreativa", incaricandolo di musicalizzare i movimenti dei pesci nell'acquario. Tony, orfano, zoppo e con un dito accorciato da un petardo, è l'emblematico narratore di questa storia avvolta da un senso di mutilazione e da cui nessuno esce illeso. Tra costanti rigurgiti di un passato nebbioso e la morsa della sua "insonnia generazionale", Tony intuisce il danno di aver cercato lo sballo sperando di sintonizzare l'universo con la musica e gli allucinogeni. Alla Piramide va tutto a gonfie vele finché l'istruttore subacqueo statunitense Ginger viene trovato morto con una fiocina nella schiena, e annega anche il suo amante Roger. La spiegazione che conviene a tutti è quella di un patto suicida tra gay, ispirato da Croci-Fiction, un gruppo internet che pratica sport estremi letali. In realtà, Ginger aveva scoperto una rotta della droga lungo i fiumi sotterranei e le grotte carsiche yucateche, e aveva informato la Dea, chiedendo in cambio il perdono in quanto disertore. Ma ciò sconvolge gli equilibri e tutti hanno interesse a farlo fuori. Ginger viene dipinto come un buonista fanatico che viola le regole perché crede nell'happy end hollywoodiano: "Non aveva colto i segnali di reticenza, la diffidenza di una cultura secolare fondata sulla sfiducia. Non aveva capito che il paradiso è discreto". E non è solo questione di droga. Gli stessi hotel abbandonati sono un affare: servono a riciclare denaro, alla maniera delle Anime morte gogoliane: "Se in Russia potevi incassare per dei servitori morti, qui lo fai per camere vuote. Il denaro del traffico d'armi, della tratta delle bianche, del narcotraffico non può arrivare come se nulla fosse in una banca, deve per forza fare un giro: Kukulcán è perfetta per simulare che i guadagni siano stati generati qui". Il coro dei personaggi che circondano i due protagonisti è disegnato con tratto sicuro: l'ex cubista ora maestra di yoga che addestra a fingere la violenza, il viscido responsabile della sicurezza, l'amministratore gringo che ha perso un figlio e vuole rovinarsi con le corse dei cavalli, i creativi del "colonialismo sostenibile" che pensano di trasformare la Piramide in un centro culturale, il tosto ispettore messicano che la domenica predica rassegnazione dal pulpito di una setta. Nel finale, il romanzo accelera. Mario si rivela malato terminale e, prima di morire teatralmente, vuole che Tony adotti sua figlia, ospitata in un istituto per donne maltrattate. L'ex bassista scopre così che non solo il male, ma anche il bene, sbilenco quanto caparbio, ha le sue reti di "amici degli amici" e gli regala una fuga con addirittura una specie di famiglia, per quanto piena di cicatrici.   Danilo Manera